Sinestesia suadente: “La terra desolata” allo Spazio DiLà

For Ezra Pound:

il miglior fabbro.

Thomas Stearns Eliot, dedica iniziale di La terra desolata, 1922.

Come si traspone sul palcoscenico un poema monumentale, ermetico e apparentemente privo di unitarietà diegetica e tematica: in più mondane parole, un testo di cui non si capisce un c***o?

È così che, a una prima e superficiale occhiata, si presenta La terra desolata, poema dell’inglese Thomas Stearns Eliot e cardine della poesia novecentesca globale. Un’opera che costituisce un collasso di mondi diversi, un cortocircuito di citazioni e di riferimenti: l’occidente allegorico del ciclo arturiano (regno/corpo morente dell’afflitto Re Pescatore, terra desolata a cui l’opera deve il suo nome); il mito classico di Tiresia ermafrodito strappato alla sua epoca; i fulminei affreschi di una modernità segmentata in quadretti tragicomici. Un caleidoscopio di culture, riferimenti e soggettività dove senza soluzione di continuità si affastellano inglese, tedesco, sanscrito (!). Quella di Eliot è, invero, una Babele unificata sotto la lingua franca della poesia.

Ed è proprio questo testo che, nei weekend del 17-18 marzo e poi del 24-25 (siete ancora in tempo!), l’associazione Granchio propone sul palcoscenico dello Spazio DiLà: accettando, sotto tutti gli aspetti, una sfida non da poco.

Una scelta tanto coraggiosa, d’altra parte, ci permette di rispondere alla paventata domanda di prima.

La risposta? La terra desolata si traspone così, sul palcoscenico.


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L’articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2018 sul sito http://inchiostro.unipv.it/

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