Tra Bonifacio VIII e Totò Riina: “Mafie, Maschere e Cornuti” di Giulio Cavalli

Quando si parla di mafie, generalmente, gli atteggiamenti sono due.

Il primo cede alla commozione, memore delle vite spezzate dalla piovra del crimine organizzato, e si scaglia in rituali requisitorie contro l’ingiustizia con toni che, per quanto umanamente condivisibili e sacrosanti nella sostanza, rischiano di risultare melensi.

È, in parte, la via dello spettacolo Dieci storie proprio così, di cui già si era parlato ai tempi.

Il secondo, vantante uno spessore ben inferiore ma forse una maggiore immediatezza, si risolve in un caleidoscopio di espressioni casuali, orribilmente storpiate da palati non natii, che invogliano l’ascoltatore a «stare senza penzier» oppure a ordinare un numero pari di «frittur».

Esso, semplicemente, sospende il giudizio. Il male viene minimizzato e forse sfatato dall’influsso di un prodotto televisivo di tutto rispetto, ma l’impegno viene meno.

Mafie, Maschere e Cornuti, cosiddetta «Giullarata antimafiosa» di Giulio Cavalli (attore, giornalista, politico, fine conoscitore di pizzerie e un sacco di altre apposizioni – il tutto sotto protezione, alla Saviano), cerca una terza via.


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L’articolo è stato pubblicato il 17 ottobre 2017 sul sito http://inchiostro.unipv.it/

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