C’è vita dopo Stranger Things 5?
Attenzione: contiene spoiler! | Qualche tempo fa vi promisi che avrei scritto della presenza di Netflix al Lucca Comics & Games 2025. L’attesa per questo resoconto, vedrete nelle prossime righe, non è un buco di trama o una storyline abbandonata, nonostante il focus principale sia la serie che ha saputo fare dell’amnesia narrativa una cifra stilistica: Stranger Things. Arrivata alla sua ultima stagione, la serie che dal 2016 è diventata via via immagine plastica di Netflix stessa, ha accompagnato a Lucca le celebrazioni per i 10 anni della presenza della piattaforma streaming in Italia, andando sostanzialmente a permeare ogni singola giornata, tra eventi, proiezioni e simili. Certo, durante la fiera c’era ben di più – tra il ricordo delle produzioni italiane dal gusto televisivo e la reminiscenza di una dimensione filmica con Frankenstein -, ma Stranger Things è stato il collettore esperienziale dell’edizione, dal suo centro fino agli angoli più remoti.

Due mesi dopo la fiera, Stranger Things ha raggiunto il suo punto di arrivo. Ho voluto attendere quindi la chiusura delle danze per poter unire i punti e capire cosa resta dopo le dieci ore su cui si è dipanata questa quinta stagione, come ormai “tradizione” rilasciata in due volumi, con il finale a parte per mantenere alto il discorso, recuperare e trattenere abbonamenti (per almeno tre mesi) e, fondamentalmente, posticipare il più possibile la fine dell’ultimo vero universo narrativo a marchio Netflix capace di intercettare una vastità di pubblico al momento apolide. Partendo da questo dato, Netflix ne è consapevole: la tentata e ancora apertissima acquisizione di Warner Bros. nasce proprio dalla necessità di nutrire il proprio pubblico di narrazioni in linea con quel che rappresenta Stranger Things dal punto di vista produttivo e narrativo.

Per l’appunto, cosa rappresenta e cosa ha rappresentato in questi quasi dieci anni di vita? Stranger Things è iniziato nel 2016, in un periodo di forte trasformazione del panorama culturale, specialmente audiovisivo: le grandi saghe adolescenziali erano in fase di esaurimento – Harry Potter (2011), Twilight (2012) e Hunger Games (2015), per citare le principali -, il Marvel Cinematic Universe stava iniziando la scalata al suo apice commerciale e narrativo e Star Wars era con forza tornato il vita per affermare l’inizio di un’epoca di grandi ritorni nostalgici, quasi tutti ancorati all’immaginario a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. In questo, lo streaming era diventato realmente globale: Netflix e Prime Video, nel 2016, avevano consolidato la loro presenza in circa 200 Paesi, aprendo ad una potenza di fuoco inedita e ad una rivoluzione di mercato di cui sentiamo ancora adesso le conseguenze.

Stranger Things si colloca qui, nel tentativo di rispondere all’intreccio di tutte queste direttrici di mercato. Un prodotto evidentemente plurigenerazionale, rivolto ad un pubblico stratificato grazie a livelli estetici differenti che, sovrapposti, hanno sostanzialmente dato vita ad un impianto produttivo da quel momento replicato su più fronti, dagli It di Muschietti in poi, aprendo la strada a vie di mercato fino ad allora impensabili. Perché va detto: è decisamente poco interessante vedere come Stranger Things negli anni sia stato irrimediabilmente influenzato dalle trasformazioni del consumo in streaming – anche se su un aspetto torneremo più avanti -, bensì è fondamentale ricordare quanti prodotti oggi non esisterebbero senza la sua capacità di farsi collettore di estetiche. Realtà come Critical Role o i nostri InnTale sarebbero così importanti se Stranger Things non avesse dato una traduzione narrativa tanto appealing a Dungeons & Dragons? Estremizzando: tra i vari ritorni, avremmo avuto davvero quello degli “autentici” Ghostbusters se Stranger Things non ce ne avesse fatto sentire la mancanza?

La risposta, col senno di poi, è incerta, ma resta indubbio quanto la serie dei Duffer Brothers sia un fulgido esempio di product placement retrospettivo, capace di restituire vita a prodotti commerciali che sembravano aver esaurito il loro naturale ciclo di esistenza (vero, Kate Bush?), tanto che l’endorsement è stato presto bidirezionale. Oggi questo fenomeno è sempre più diffuso, anche in nicchie insospettabili, ma è Stranger Things ad averlo reso un meccanismo di “economia narrativa” così ben oliato e semplice da replicare attraverso il world-building della serie, tanto da arrivare al pigro stratagemma di usare i correlativi oggettivi della nostalgia per “distrarre” da lapsus narrativi sempre più evidenti e macroscopici. Eppure la serie – in questo senso un colabrodo di trama, come tanti pedanti commentatori online non lesinano di sottolineare con perizia di esempi – ha saputo tenere vivissima la propria fortuna per dieci anni, arrivando ad un finale che – a furor di internet – è al contempo deludente e commovente, pigro e profondo, buonista e consapevole.

A Lucca i Duffer lo hanno detto chiaramente: «Abbiamo iniziato a scrivere partendo da quei 40 minuti finali, consapevoli del fatto che se avessimo sbagliato quelli, tutte le ore prima sarebbero state inutili». Questa dichiarazione, evidentemente memore del disastro degli ultimi 40 minuti di Game of Thrones, ci lascia però oggi con il dubbio che forse i Duffer avrebbero dovuto pensare un po’ di più alla tenuta complessiva delle altre 9 ore e mezza di stagione che sembrano distaccarsi tantissimo da quei 40 minuti finali, così impegnati a non scontentare nessuno, sopratutto i fan di personaggi la cui morte sarebbe stata imperdonabile – io sono tra questi: ho urlato alla caduta di Steve dall’antenna. Lì in mezzo, prima del lungo terzo atto dell’episodio finale, c’è un abisso di trama che è pigro anche solo pensare di risolvere con una costellazione di prodotti transemdiali troppo poco battuti dal grande pubblico: diciamocelo, chi ha avuto la voglia o la possibilità di recuperare il musical sulle origini di Vecna? Inoltre, chi sarebbe davvero interessato a un fumetto sullo smantellamento delle basi militari di Hawkins?

Eppure, questa quinta stagione ha fatto il suo lavoro: ha portato a compimento un percorso narrativo che era già da tempo forzatamente dilatato, ancorandone la tenuta sostanzialmente sui personaggi intermedi, quei quasi-protagonisti che diventano veicolo di identificazione per il pubblico e che beneficiano della caratterizzazione più ispirata. Un character based entertainment portato agli estremi, trasformato in emotainment finzionale ad uso della fanbase, però per assurdo mai chiamata a riempire con la propria creatività i gap narrativi, semplicemente lasciata lì a patirne le conseguenze come accade ai bimbi rapiti da Henry tra casa e grotta. I Duffer Brothers la scampano con dieci ore di ritmo narrativo impeccabile, costretti loro malgrado a riempire ogni episodio di recap periodici per riagganciare lo spettatore dello streaming – erroneamente sempre più ritenuto stupido e distratto – eppure capaci di far volare minutaggi immensi come fossero rapidissimi.

Se il suo finale resta decisamente scollato dall’atmosfera generale, questo va visto nel solco di un epoca seriale dove non sembra si sia più in grado realmente di concludere le narrazioni. In questo sì Stranger Things è una serie figlia del contesto produttivo che l’ha generata ed è al contempo responsabile dell’evolversi di una serialità contemporanea che ha rotto con i formati standard e che fagocita gli immaginari per farne materiale narrativo trasversale. Quello che resta a Netflix, dopo la fine della sua narrazione più fortunata – e forse non più riuscita, ma il dubbio resta – è la necessità di ritentare l’alchimia prima che ci riesca qualcun altro – per esempio, Prime Video con Fallout – perché Stranger Things ha funzionato anche grazie all’illusione che una piattaforma streaming sia effettivamente un ecosistema coerente e interconnesso, dove le estetiche e le narrazioni si nutrono a vicenda e dove poter vedere quel particolare film che i protagonisti di una serie hanno appena citato.

Quello che resta fuori da Netflix è un’economia della nostalgia che esisteva prima di Stranger Things, ma che la serie ha trasformato in una vera e propria dinamica industriale, lanciandovi all’interno carriere – Finn Wolfhard ne è l’esempio principale – e disseminando nicchie ormai più ramificate dei tunnel del Sottosopra. Col tempo, tornare a Stranger Things renderà sempre più evidenti le eterogeneità e le rotture tra una stagione e l’altra, ma per il momento possiamo considerarlo il primo prodotto audiovisivo consolidato che è autenticamente figlio dell’era dello streaming, e che quindi ne è immagine eponimica. Probabilmente ci troviamo oggi ad un punto molto simile a dove ci si trovava a partire dal 2011 con la fine di Harry Potter – che ha moltissimo in comune con la serie – e quindi all’inizio di una mutazione sistemica degli apparati narrativi e industriali. È presto dire cosa ne nascerà, perché prima è necessario un consolidamento di dinamiche produttive che creino la base alle narrazioni.

L’unica cosa certa è che il pubblico ha fame di prodotti e di narrazioni “generazionali”, di personaggi in cui cercare di identificarsi, di nuovi attori da portare verso l’olimpo dello star system – in questo caso, Sadie Sink su tutti – e, sostanzialmente, di “mappe” attraverso cui navigare l’immenso oceano dell’offerta mediale globale. Perché Stranger Things è stato soprattutto questo: un varco di accesso agli anni ’80 che ha condizionato necessariamente lo sguardo di chi quel periodo non l’ha vissuto, ma vi ha scoperto all’interno un bagaglio culturale di fronte al quale ci si trova altrimenti facilmente spiazzati. Ovviamente la serie continuerà a figliare al proprio interno – con prodotti correlati più o meno canonici – e al proprio esterno – con imitatori dell’ultima ora che vogliono cavalcare l’onda il più possibile -, ma la speranza è che il lascito più pregnante di Stranger Things resti l’esempio di un prodotto che sa nascere al momento giusto nel contesto giusto, diventando immagine identitaria e condivisa di quel momento e di quel contesto.
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