Frankenstein – Un’operazione di chirurgia narrativa
Temo che non si possa apprezzare fino in fondo il nuovo Frankenstein di Guillermo del Toro se prima non si è letto il romanzo originale di Mary Shelley e non si sono guardati i film sul personaggio diretti da James Whale. Non si tratta di fare i pedanti, ma è che solo avendo una conoscenza diretta di quelle fonti si può interpretare questo film per come va interpretato, e cioè come una composizione esplicita ed ironica di tanti brani tratti da opere diverse – un pastiche d’autore. Il film infatti non è un adattamento del romanzo di Mary Shelley più di quanto non sia una lettera d’amore al Mostro interpretato da Boris Karloff, e allestisce questo suo gioco combinatorio inanellando una lunga serie di riferimenti, citazioni, semi-citazioni, reinterpretazioni e travisamenti più o meno nascosti. Un po’ come a dire che del Toro ha assemblato la sua creatura cucendo insieme pezzi di cadaveri diversi.

Il prologo
Per avere un’idea della stratificata rete di richiami di cui è intessuto l’intero film, basta guardare al prologo tra i ghiacci. Se vi avvicinate alla pellicola con un’idea solo vaga di chi sia Frankenstein, l’ambientazione al Polo Nord e la vicenda della Nave incagliata non vi diranno granché. Se invece avete letto il romanzo originale, riconoscerete subito che del Toro ha preso questo pezzo dall’incipit stesso di Mary Shelley e ne ha compiuto una trasposizione fedele. Ma se poi in aggiunta avete anche ben presenti i film di Whale, vi sarete probabilmente accorti della vera magia.

Arriva subito una scena in cui cala la notte e un gruppetto di marinai si dirige verso il mostro facendosi luce con le torce. È un dettaglio piccolo, ma meraviglioso: questa sequenza non esiste nel romanzo, e del Toro l’ha inserita per strizzare l’occhio al modo in cui i primi film di Frankenstein si concludevano, e cioè con la folla armata di torce e forconi che insegue la creatura. In questo modo del Toro apre il suo film nello stesso modo in cui Shelley apre il suo romanzo, ma lo apre anche come Whale chiudeva i suoi. E non è tutto: poco prima che il mostro appaia, un marinaio urla dalla balaustra «It’s not alive!», rovesciando l’iconica battuta dello scienziato di Whale che annunciava la nascita della Creatura urlando «It’s alive! It’s alive!». E così, non passano dieci minuti che del Toro ha già cucito insieme tre bei strani pezzi.

Il castello
La storia prosegue mostrandoci l’infanzia del piccolo Victor Frankenstein e, salvo qualche piccolo ritocco, durante il primo atto non pare discostarsi molto dalla narrazione di Shelley. Ma lo spettatore non fa in tempo ad abituarsi all’idea di una trasposizione fedele che subito del Toro compie una violenta virata e porta in scena l’iconico, enorme, tenebroso, diroccato castello di Frankenstein. Quel castello che è un’invenzione squisitamente cinematografica, nata con James Whale e arrivata fino ad Hotel Transylvania, ma che non ha neppure mai sfiorato la mente di Mary Shelley.

Tuttavia, non appena iniziamo a familiarizzare con questa nuova direzione, ecco che del Toro ritorna sui suoi passi, posa i vecchi film e riprende il romanzo, e ci mostra la nascita della Creatura aver luogo in solitudine e in silenzio, quando Victor ha gli incubi a letto, proprio come Shelley voleva. Ma poi ci ripensa ancora una volta, posa il romanzo e riprende i film e – alla maniera di Whale – sbatte il mostro giù nello scantinato, mostrandocelo schiavizzato e maltrattato. Con tanti saluti al libro e ad ogni pretesa di fedeltà.

L’incendio
Eppure, il vero colpo da maestro tra tutte queste operazioni di chirurgia narrativa lo abbiamo con la sequenza della distruzione del castello. È tra il fuoco e le fiamme appiccate per uccidere il mostro che si chiude il primo racconto, quello di Victor, e non a caso. È infatti proprio tra il fuoco e le fiamme appiccate per uccidere il mostro che si chiude anche il primo racconto (cinematografico) di Whale, il Frankenstein del 1931. Quando è poi il tempo del Mostro di parlare, e quindi di introdurre il secondo e ultimo racconto, ecco che menziona la sua fuga avvenuta attraverso l’acqua, il vagabondaggio nei boschi, l’incontro con l’eremita. Anche qui, non si tratta di eventi casuali, ma di situazioni già narrate proprio nel secondo e ultimo racconto (cinematografico) di Whale, La moglie di Frankenstein del 1935.

Succede quindi che, rimanendo fedele alla struttura a più voci del romanzo e all’alternarsi di racconti fatti al capitano, del Toro trova un modo per offrirci un remake dell’epilogo del primo e del prologo del secondo film di Whale, cucendoceli insieme in una breve manciata di minuti. Si tratta di un’operazione complessissima, basata su una scrittura veramente raffinata, ma che passa completamente inosservata agli occhi di chi non è abbastanza preparato. E questo è l’intero gioco del film.
Chirurgia narrativa
Potremmo addurre ancora altri esempi, parlando del modo in cui è stata messa in scena la sequenza dell’eremita o quella dell’incontro tra Victor e il Mostro prima dell’inseguimento finale, ma il punto è ormai chiaro. Del Toro accetta la sfida di dire qualcosa di nuovo sulla storia di Frankenstein non creando la propria versione del personaggio, ma assemblando in modo creativo ed originale le versioni degli altri. E creando così, per la prima volta, un ponte tra il classico letterario e i suoi iconici, ma diversissimi, primi adattamenti cinematografici.

Ben lungi dall’essere uno sterile gioco citazionista, questo modo schizofrenico di saltare dai film al romanzo e viceversa contribuisce anche ad ottenere un interessante effetto di tensione narrativa, perché lo spettatore preparato percepisce di trovarsi di fronte ad un bivio ad ogni svolta del racconto. Anche se la storia che gli viene raccontata è arcinota, non riesce ad immaginarsi cosa del Toro cercherà di adattare nel prossimo segmento, e non sa quindi se aspettarsi una svolta weird, con l’ingresso in scena del dottor Pretorius o del gobbo Fritz inventati da Whale, o magari la realizzazione della love story tra Victor ed Elizabeth di cui parlava Shelley.

Terminiamo quindi il nostro viaggio in questo fitto labirinto di citazioni invitandovi a prendere parte al gioco: leggete il romanzo originale, recuperate i due meravigliosi film degli anni Trenta e subito dopo guardate (o riguardate) il Frankenstein di del Toro, questa volta facendo attenzione ai dettagli nascosti. Ne varrà la pena in ogni caso, perché se anche la creatura che assembla del Toro non vi facesse alcun effetto, i pezzi che usa rimangono veramente di prima scelta.
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