Frankenstein – Creatura senz’anima | Venezia 82
A grandi linee la storia del capolavoro ottocentesco di Mary Shelley la conosciamo tutti: dopo la tragica morte della madre, il giovane Victor Frankenstein diventa ossessionato dalla possibilità di restituire la vita a un corpo morto e dopo anni di studi ed esperimenti clandestini riesce infine nella sua temeraria impresa. Assemblando parti diverse di cadaveri umani, Victor dà vita a una Creatura dalle fattezze spaventose e dotata di forza eccezionale. Ma il mostro, come lo chiama il suo creatore, è in realtà dotato di un cuore puro e la storia rivela presto che la vera entità mostruosa non è altri che il suo doppio umano.

Non c’è regista più azzeccato del messicano Guillermo del Toro per mettere in scena l’adattamento di una storia di mostri che non sono mostri ed esseri umani che si rivelano tali.
Nella sua bucket list da quando era un bambino di 7 anni, del Toro infonde nella sua creatura l’essenza del suo cinema, il suo immaginario, le sue atmosfere, senza limitazioni. Il risultato è una produzione mastodontica e spettacolare, un film materico, quasi tattile, dove ciò che vediamo esiste davanti alla macchina da presa e l’uso della CGI è molto limitato. Come sempre nei suoi film, Del Toro procede per accumulazione visiva, creando un mondo visivamente complesso, dove realtà e immaginazione si compenetrano, le immagini sono avvolgenti, i colori vividi e i dettagli ricchi di rimandi simbolici.

Così, ad esempio, c’è un evidente richiamo cristologico nella scena della creazione: il Victor di del Toro (Oscar Isaac) non è più solo un moderno Prometeo, il titano che sfidò Zeus per donare il fuoco all’umanità, come già nell’opera di Shelley, ma si sostituisce direttamente a Dio, con Jacob Elordi – la Creatura – come nuovo Messia. Più che alla mitologia greca e al concetto di hybris, la tracotanza che deve essere punita, Del Toro accosta la ribellione di Victor all’immaginario cristiano e ai tradimenti di Lucifero e Adamo ed Eva, anche attraverso la citazione dell’opera di Milton, Paradise Lost, uno dei libri che la Creatura impara a leggere.
In maniera forse un po’ ridondante o semplicemente rimanendo fedele al suo immaginario – a seconda dei punti di vista – Del Toro inserisce nella pellicola numerosi richiami alla sua filmografia. Da questo punto di vista la torre dove avviene la creazione del mostro riporta subito alla mente la vittoriana tenuta di Crimson Peak, ma soprattutto c’è molto della Forma dell’acqua in questo ultimo lavoro, nella storia d’amore impossibile tra la Creatura e il personaggio di Elizabeth, che finisce prima ancora di cominciare. Vi trovano inoltre spazio, seppur tangenzialmente, alcuni echi delle ossessioni del regista, variazioni sul tema della sua passione per gli insetti e una netta condanna della guerra, anche se condotta in nome di alti ideali.

Del Toro maneggia liberamente il testo di Mary Shelley, rimanendo però fedele alla struttura portante dell’opera e ai temi trattati dalla giovane autrice: l’eterna paura per il diverso, la diffidenza verso la tecnologia, la riflessione su ciò che significa essere umani. Il film adotta una struttura tripartita che richiama le tre voci narranti dell’opera originale. Il preludio funge da cornice: il capitano Robert Walton, alla guida di una spedizione scientifica diretta al Polo Nord, si imbatte casualmente in Victor e nella sua nemesi. Nel romanzo di Shelley Walton è il primo narratore e affida il racconto a una serie di lettere indirizzate alla sorella; nell’adattamento, invece, assume il ruolo di semplice ascoltatore. La parola passa direttamente ai due protagonisti e la vicenda si articola così in due capitoli distinti, la versione di Victor e quella della Creatura, una scelta che finisce per appesantire il racconto.

Il rapporto tra i due personaggi è concepito da del Toro come quello tra un padre e un figlio. In questa nuova versione, Victor non appare tanto come uno scienziato quanto piuttosto come un artista che lavora alacremente al proprio capolavoro. Molto riuscita è la scena della creazione, solitamente glissata nelle precedenti trasposizioni, su cui il regista insiste mostrandoci i dettagli più cruenti e accompagnandola con una colonna sonora enfatica che esalta la dedizione e la gioia della creazione artistica. Una volta data alla luce la propria opera, tuttavia, Victor ne rifiuta la paternità, replicando quel rapporto di abbandono e violenza che egli stesso aveva vissuto con il padre. La Creatura, a sua volta, evolve nel corso della narrazione e da infante indifeso cresce fino a trasformare la disperata ricerca dell’amore paterno in rabbia distruttiva.
Frankenstein è esattamente ciò che ci si poteva attendere da un adattamento firmato Guillermo del Toro: un film magistralmente realizzato, visivamente affascinante e con ottime prove attoriali. Poteva offrire di più? Sicuramente sì. Il film manca di quel guizzo creativo capace di sottrarlo dall’essere, in fin dei conti, un’opera facilmente dimenticabile. La narrazione procede in modo lineare, quasi prevedibile, e la risoluzione del conflitto finale appare sbrigativa e rischia di scivolare in un eccesso di buonismo. Insomma, la creatura di del Toro è una gioia per gli occhi ma le manca la linfa vitale.
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