Rebuilding – Le fondamenta della nostra vita | NOAM Film Festival 2025
Quando una casa brucia, ciò che sopravvive sono, per ironia della sorte, le sue fondamenta, quella struttura che permette alla casa di restare in piedi e che ora sopravvive come unico ricordo tangibile di quel luogo e della sua esistenza. Quando Dusty (Josh O’Connor) cede alle richieste della figlia Callie-Rose (Lily LaTorre) e l’accompagna nelle rovine del ranch dove vivevano, inghiottito da un incendio, quelle fondamenta diventano una mappa di un luogo fantasma, ogni perimetro di calcestruzzo è il tenero ricordo di un passato che non potrà mai tornare. Il ranch per Dusty era la stessa fondamenta del suo essere, la routine fatta di mungitura, rotazione pascolare e distribuzione del mangime è tutto ciò che ha conosciuto fin dall’infanzia. Dusty – “un nome da cowboy” come commenta qualcuno scherzosamente – è un modo per rinnegare il suo vero nome, troppo urbano e troppo distante da quella prateria di cui è innamorato.
Rebuilding, il film di Max Walker-Silverman che ha vinto il Premio del Pubblico Città di Faenza al NOAM Film Festival, è la storia di un uomo semplice, figlio delle sue abitudini e di una terra apparentemente inospitale. Come un albero che viene sradicato, Dusty cerca nuovo terreno dove potersi ritrovare, sogna il Montana e la possibilità di aiutare la cugina con il bestiame e nel mentre vive in un camper offerto dal servizio civile insieme ad altri sfollati. Sebbene sia rimasto senza la sua mandria, Dusty è un cowboy, dedito alla legge della solitudine e della terra, ma cambiare luogo lo porta a tornare a dedicarsi a sua figlia, complice dell’insistenza dell’ex moglie Ruby (Meghann Fahy di The White Lotus). Callie-Rose viaggia su un pick-up che si fa cavallo per esplorare quell’arida immensità, appende stelle fosforescenti nel camper rendendo magico anche quello spazio prima così impersonale e legge sul tablet le storie di un cowboy magico proprio come suo padre.

In maniera non dissimile da Nomadland di Chloé Zhao, Rebuilding, concentrandosi su delle atipiche comunità lontane dalla pigione urbana, porta sullo schermo una sopravvivenza speranzosa, costruita giorno per giorno, fatta di piccoli favori, di piatti lasciati sull’uscio, di piante che nonostante l’incendio possono ancora rinascere. Se il percorso narrativo del film è facilmente intuibile fin dall’inizio e con esso il reale significato della ricostruzione suggerita dal titolo, ciò non sminuisce la delicatezza della sceneggiatura firmata sempre da Walker-Silverman, mai melodrammatica nonostante la drammaticità della situazione raccontata e sempre fondamentalmente umana. Come il suo protagonista, anche Rebuilding sceglie la semplicità, sfiora tematiche più grandi della dimensione scelta – vedi l’inferno burocratico al quale i suoi personaggi sono sottoposti – e sceglie di lasciarle così, come un’ombra incombente sulle loro esistenze, ma mai un perno attorno a cui ruotare.
Josh O’Connor, nato a Southampton nel Regno Unito, potrebbe apparire come una scelta inusuale per il ruolo di Dusty (il film la giustifica dandogli delle origini scozzesi) e, se per ragioni geografiche non possiamo ovviamente parlare della riuscita del suo accento, la misura nella recitazione, la ricerca continua di un linguaggio nuovo anche attraverso il corpo e l’affetto palpabile verso il personaggio lo rendono più che credibile. Le vere gemme di uno dei più potenti ensemble attoriali dell’anno sono due attrici in punti opposti della loro carriera: la giovanissima Lily LaTorre (già vista in Il morso del coniglio di Daina Reid al fianco di Sarah Snook) come Callie-Rose e la veterana Amy Madigan, che dopo il successo di Weapons si trova qui nei panni della nonna della bambina e madre di Ruby, diventano una bussola tra i ricordi di una famiglia frammentata.

Con Rebuilding, prossimamente nelle sale italiane con FilmClub Distribuzione, Walker-Silverman tesse una ballata che, partendo da una realtà così peculiare apparentemente lontana alla nostra come quella della prateria americana, parla di paure sempre più attuali. La natura, a causa con l’ingerenza dell’uomo e il conseguente peggioramento del riscaldamento globale, è sempre più imprevedibile e crudele. Non si sai mai quando una tragedia naturale potrebbe radere al suolo case intere e portare con sé il ricordo di vite e tradizioni che forse non torneranno mai indietro. Se le prove tangibili di quel vissuto son ridotte a cenere, quello che l’uomo può fare è solo ricostruire, con resilienza e con amore, e continuare a farlo ogni qual volta sia necessario.
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