Il cinema indie secondo Eliza Hittman | NOAM Film Festival 2025
Quando penso al cinema indipendente – nel senso reale del termine e non nella sua forma diluita dettata dai premi cinematografici -, quello realizzato con pochi soldi ma realmente libero di esplorare il mondo che ci circonda senza l’influenza del sistema, il nome della regista e sceneggiatrice statunitense Eliza Hittman è uno dei primi a venirmi in mente. Con soli tre lungometraggi all’attivo non solo è stata capace di vincere l’Orso d’argento alla Berlinale del 2020 grazie a Never Rarely Sometimes Always, Eliza Hittman ha costruito uno sguardo autentico sulla gioventù odierna e sulle sue battaglie quotidiane contro se stessa e una società opprimente. In occasione del premio alla carriera e della retrospettiva che il NOAM Faenza Film Festival ha scelto di dedicarle durante la sua terza edizione, abbiamo avuto l’opportunità di intervistarla per parlare con lei del cinema indie, degli attori che è stata capace di scoprire e del caso Never Rarely Sometimes Always.

Che cosa significa il cinema indie per te?
Ho cominciato a fare film quando sono uscite tutte queste camere DSLR e il film-making a bassissimo budget era al suo massimo. Tutto ciò ovviamente ha aperto possibilità lavorative anche per chi era un outsider nel sistema e ha dato la possibilità di esplorare tematiche che altrimenti sarebbero state troppo taboo per il cinema più hollywoodiano. Ad ispirarci sono stati i film indipendenti degli anni 70 che hanno acceso le nostre immaginazioni. Penso soprattutto a David Lynch, Martin Scorsese, Terrence Malick, queste voci straordinarie che sono nate fuori dal sistema e continuano a perseguitare e a ispirare i filmmaker di oggi. Per me un budget limitato non è un limite, ma una sfida e un’occasione per non essere inibiti da un sistema che cerca di far lavorare tutti in modo molto arbitrario. Fare un film per meno di 100000 dollari può essere liberatorio, puoi seguire i tuoi istinti in un modo organico e fluido e la stessa macchina umana è più snella. Solitamente siete tu, un direttore della fotografia e un fonico. Questa dimensione ridotta ti da spazio per esplorare e fallire senza avere una crew che ti osserva e giudica la tua crescita come regista in tempo reale. Mi piace soprattutto che nessuno tenga il conto dell’ora del giorno, della pellicola che hai usato e quindi ti senti davvero libero nel cinema indie.

Nei tre lungometraggi che il NOAM ha presentato nella retrospettiva a te dedicata – It Felt Like Love, Beach Rats e Never Rarely Sometimes Always -, ma anche nei tuoi cortometraggi, hai dei protagonisti giovani che cercano il loro posto nel mondo. Nella tua mente erano una trilogia o è un percorso tematico successo per caso?
Ho sempre pensato a It Felt Like Love e Beach Rats come due controcanti, una femminile e una maschile, che raccontano personaggi che attraversano un percorso di autodistruzione per scendere a patti con se stessi. Per me It Felt Like Love parla di una giovane che romanticizza l’idea di avere il cuore spezzato e vede la violenza e l’amore come due forze connesse. È simile a Beach Reats, perché lì l’esplorazione del proprio orientamento sessuale è accompagnata dal pericolo e dalla prepotenza. Se questi due sono indubbiamente collegati, per quanto Never Rarely Sometimes Always parli anch’esso di gioventù – per me la gioventù è un genere narrativo – lo vedo come una storia diversa, perché è un viaggio motivato dalla speranza. È un meccanismo diverso anche se ovviamente rimane quell’intenzione di mostrare un altro viaggio avvolto nella segretezza e nella vergogna che si collega al corpo e nello specifico alla sua autonomia, quindi in un certo senso sono collegati.

Spesso hai lavorato con attori alla prima esperienza, partecipi in qualche misura alle scelte di casting? Come scovi questi volti nuovi?
Personalmente cerco di non arrivare ai casting con un’idea di che aspetto dovrebbe avere quel determinato personaggio o la necessità particolare di avere un volto sconosciuto. Preferisco avere una mentalità aperta e gettare un’ampia rete per vedere chi è interessato alla storia. Per me è semplice, si tratta di chi mi piace, della persona con cui riesco a sviluppare una connessione e che penso possa apportare profondità e complessità alla sceneggiatura che ho scritto. Se c’è una caratteristica in comune a tutte le persone che ho scelto per i miei film, è il loro amore per la performance in qualsiasi sua forma: può essere danza, può essere musica, a me interessa che quell’amore sia innato perché non potrei mai fare un film con qualcuno che non ama perdersi nell’arte, mi sembrerebbe un brutale sfruttamento. Quando faccio un film mi interessa l’arte che le persone con me portano sul set. Nel caso di Talia Ryder [vista di recente in The Sweet East, ndR] di Never Rarely Sometimes Always, lei ha fatto musical a Broadway ed essendo cresciuta con quel mito, ho avuto fin da subito una fortissima ammirazione verso di lei e per il suo talento. Poi seguivo Sydney Flanagan e le sue esibizioni in piccole band punk tramite Facebook. Per me ciò che conta è trovare dei perfomer interessanti e ho avuto tanta fortuna con i miei film.
Hai incontrato delle resistenze con il rilascio di Never Rarely Sometimes Always?
Il mio film è uscito durante il COVID, quindi non ha avuto una lunga vita nei cinema e le persone che volevano protestare la sua esistenza hanno rifiutato di vederlo. Quello per me è forse il gesto più triste in assoluto, astenersi anziché guardare qualcosa e criticarla. Così si blocca ogni dialogo sul nascere. Perché io posso ancora guardare un film realizzato da un regista problematico e discuterlo, ma quando una donna osa solamente trattare che mettono a disagio il pubblico maschile deve essere cancellata? È una continua lotta con il patriarcato e le sue idee con il modo in cui queste cercano di controllare l’arte e la sua percezione.
Il pubblico è anche più abituato a vederle attraverso la lente del documentario e il mio è invece un film di finzione. Difficilmente avrei trovato una giovane donna disponibile ad essere seguita dalla telecamera in un viaggio così intimo, perché, come dicevo prima, è ancora ricoperto di vergogna e da un forte bisogno di segretezza. È un dolore così reale che non so come facciano i documentaristi a far aprire i loro soggetti, io non credo che ne sarei capace. Io non penso di fare film che siano strettamente legati al realismo sociale, per me sono pregni di uno spirito immaginifico, specialmente per quanto concerne la forma estetica e soprattutto sono stati costruiti attraverso la mia conoscenza e la mia ammirazione per la forma drammatica.
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