Plainclothes – Il confine tra vergogna e orgoglio | NOAM Film Festival 2025
Era il 7 aprile 1998 quando il cantante George Michael, appena 10 anni dopo aver vinto il Grammy come Miglior Album con Faith, venne arrestato nel bagno pubblico di un parco cittadino di Beverly Hills. Il suo crimine era in legalese “condotta immorale” e in termini pratici aver scelto di cercare incontri sessuali in luoghi pubblici, una pratica all’epoca circondata dalla vergogna definita cruising. I poliziotti della buoncostume all’epoca si recavano in quelle zone calde per gli incontri omosessuali e non, si fingevano interessati ai loro potenziali sospettati e alla prima zip abbassata arrivavano le manette e così successe anche con Michael.
Quell’incidente, che costrinse il cantante a fare coming out, lo portò a registrare la canzone Outside, una risposta diretta a quelle retate – con tanto di bacio gay tra due poliziotti – ma anche un invito ad uscire allo scoperto (“let’s go outside” ripete nel ritornello), lasciandosi alle spalle quella vergogna e vivendo con orgoglio quel sesso libero da legami e spesso anche da nomi.
Carmen Emmi sceglie di ambientare Plainclothes, il suo debutto alla regia che dopo la première al Sundance Film Festival arriva in concorso al NOAM Film Festival di Faenza, l’anno prima, quando ogni incontro sessuale tra due uomini, anche solamente temuto o suggerito, rischiava di essere un testamento sociale. Uno sguardo rivolto alla persona sbagliata bastava per dirottare un’intera esistenza di maschere, a plasmare lo sguardo di familiari e amici.

Lucas (Tom Blyth) sa di essere attratto dagli uomini, lo ha confessato anche all’ex fidanzata Trish (Amy Forsyth) in un momento di particolare fragilità. Lo sa, eppure lo tiene nascosto, chiuso in uno scomparto della sua mente che non può vedere la luce del sole. Lavora in polizia, proprio in quel reparto che gira per i margini di New York per arrestare uomini gay incolpandoli di ledere la decenza pubblica.
Il modus operandi di Lucas è semplice quanto sadico, si apposta in un angolo del centro commerciale solitamente con una bevanda e aspetta di incrociare lo sguardo di un uomo, per poi seguirlo nei bagni. In quel breve contatto prima dell’arresto, tra una zip che si abbassa e mani che si sfiorano, Lucas vive la propria attrazione sessuale fugacemente finché la vergogna non lo sopprime e nella fuga dal luogo del crimine e da sé stesso avvisa il suo collega per l’arresto. Un giorno però incontra Andrew (Russell Tovey, un pilastro della serialità queer con il suo ruolo in Looking), un uomo più grande, una possibile sicurezza, e sceglie di non denunciarlo: il suo sorriso gentile apre una crepa in Lucas dalla quale potrebbe entrare un raro ma flebile spiraglio di luce.
Plainclothes tuttavia non è un film d’amore, dove anche una storia passeggera può essere salvifica, ma di ossessione. È soprattutto un’ossessione verso lo sguardo, sia rivolto che subito. Non è uno sguardo necessariamente umano: i ricordi di Lucas – l’intera vicenda emerge a sprazzi disordinati e stridenti dalla sua memoria, mentre qualche mese più tardi si trova ad attraversare una festa di capodanno con la famiglia – sono spesso rappresentati attraverso formati video che ricordano i filmati di sicurezza in una continua indagine su se stesso e sui suoi errori. Lo sguardo altrui è un’accusa e la possibilità che basti quello per intuire il segreto che cela tanto dolorosamente diventa un tormento costante per il protagonista.

Partecipante e servo attivo e crudele di quello stato di sorveglianza che minaccia la sua stessa esistenza in quanto uomo gay, Lucas è contemporaneamente oppresso e oppressore, criminale e prigioniero. Carmen Emmi comprime lo sguardo della camera attorno agli occhi algidi e talvolta vacui del suo protagonista, rendendo la sua ansia fondamento stesso del film. Un movimento continuo ed erratico, che va di ricordo in ricordo, fino a sfociare – in un finale forse troppo melodrammatico – nella versione di Plainclothes della ormai celebre Seven Fishes, la puntata natalizia di The Bear.
Il montaggio audace, curato da Erik Vogt-Nilsen, assomiglia a un fiume in piena, che fagocita tutto quello che trova sul suo percorso. Per quanto possa talvolta apparire stridente e invasiva (quasi ogni scena, anche i pochi momenti di respiro per Lucas, sono interrotti da continui flash di “memorie non processate”, come li definisce Emmi), quella scelta estetica così azzardata è uno dei rari casi in cui un debutto si dimostra capace di fare realmente qualcosa di rischioso e diverso. L’indie americano si trova in un momento di stasi creativa con una perpetua riproposizione delle stesse immagini e Carmen Emmi, al momento alle prese con la scrittura del suo secondo film, potrebbe essere tra quei nomi destinati a smuovere questo scenario portando sullo schermo un cinema radicale e viscerale.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.