Western Simulacrum – Oltre la polvere del mito dell’Occidente
Dall’8 al 16 novembre si è tenuta presso la Galleria Comunale di Faenza la mostra Western Simulacrum – Greetings from the hyper frontier di Emanuele Mengotti con sonorizzazioni di Enrico Coniglio. Il progetto, curato da Gian Marco Magnani, Fabio Monducci e Matteo Vandelli, è stato inserito all’interno del contesto del Noam Film Festival, una kermesse che ha come focus il cinema nordamericano.

Mengotti, regista indipendente, ha realizzato già due documentari, West of Babylonia e Rosso di sera, ed è in fase di produzione del tuo terzo lavoro. La sua è una trilogia che esplora i luoghi del West degli Stati Uniti, un’osservazione che si spinge più che sul mito stesso, su cosa resta di quel sogno oggi. L’istallazione, che inevitabilmente dialoga con i documentari realizzati dal regista, raccoglie polaroid, cartoline, oggetti ritrovati in quei viaggi – un lavoro che mette al centro l’analogico, il tangibile, tra nostalgia, fascinazione e scoperta di una dimensione che sembra sospesa nel tempo.
Le sonorizzazioni di Coniglio si integrano perfettamente al discorso di Mengotti creando una sorta di controcanto che accompagna e lascia immergere il visitatore. Le registrazioni ambientali, i fruscii, le dissonanze, i semplici rumori completano quel paesaggio attraverso i nastri magnetici delle cassette a confermare il lavoro sul supporto analogico e sul suo essere materia permanente. L’intera mostra è dedicata alla memoria di Enrico Mengotti, padre di Emanuele.

Abbiamo approfondito questo lavoro in una conversazione con l’autore.
Quando sei arrivato nel West, il cui riflesso ti accompagnava da anni, cosa hai trovato che non ti aspettavi e cosa era invece esattamente come immaginavi?
Mi è servito del tempo per capirlo, ma c’è una cosa che mi ha davvero spiazzato e che ho ritrovato nel West: i “personaggi” che avevo immaginato esistevano davvero. Non erano figuranti da set cinematografico, non erano ruoli scritti, e soprattutto non avevano la minima consapevolezza di essere personaggi. Vivevano dentro un immaginario che coincideva perfettamente con quello che avevo ereditato da film, fumetti e racconti, e lo abitavano con una naturalezza disarmante.
È stato lì che ho capito qualcosa di importante: il West reale e il West immaginario combaciavano in modo inquietante, come se la realtà avesse iniziato a imitare il mito, invece del contrario.
Quello che non mi aspettavo, però, era la fragilità dietro quell’immagine: la solitudine, il senso di abbandono, la necessità quasi disperata di aderire a un ruolo per non scomparire. Era come la scena della “donna col vestito rosso” in Matrix: un’apparizione perfetta che attira lo sguardo, ma che da vicino rivela la trama digitale.
Il West è così. Seducente da lontano, complesso da vicino. E profondamente umano, nel suo tentativo di essere all’altezza del proprio mito.
Questa mostra ruota attorno al mito del sogno americano. Oggi, però, sembra esserci un’inversione di tendenza nel cinema: il sogno è infranto, l’America che si racconta è quella degli estremisti, delle teorie del complotto, di un paese abbagliato dalla menzogna. Cosa è rimasto di quel sogno quando si osservano quei paesaggi sconfinati?
Devo dire che non è la prima volta che l’America si trova a raccontarsi in un momento di frattura. È proprio quando il Paese attraversa le sue crisi più profonde che il sogno americano torna a mostrarsi in tutta la sua potenza e in tutte le sue aberrazioni. È già accaduto negli anni del Vietnam, delle proteste dei figli dei fiori, della Beat Generation, dell’urlo di Ginsberg, delle droghe visionarie di Hunter S. Thompson, dei motori ruggenti di James Dean, delle motociclette selvagge di Easy Rider.
È sempre nei momenti di collasso che l’America produce la sua immagine più pura e più distorta: quando il sogno sfugge di mano, quando accelera troppo, quando si schianta. Thompson parlava dell’onda che si infrange per sempre, mentre il cinema dell’epoca mostrava destini lanciati verso un orizzonte irraggiungibile: la corsa cieca di Vanishing Point e l’esplosione finale di Zabriskie Point, dove l’immaginario americano implode e si moltiplica in frammenti sospesi nell’aria.
Ogni generazione ha dichiarato la morte del sogno, e ogni generazione lo ha visto risorgere, mutato ma riconoscibile.
E allora, cosa resta oggi, guardando quei paesaggi sconfinati? Resta ciò che è sempre rimasto: un miraggio testardo, un’idea di possibilità, un’ombra di libertà che resiste nonostante tutto. Il sogno è morto, il sogno è vivo.
E forse la sua forza sta proprio qui, nell’oscillazione continua tra disillusione e desiderio.

Il foro di proiettile nella Polaroid che ci mostra la Monument Valley è molto eloquente. Sembra sottolineare la minaccia che costantemente si percepisce in questi ultimi tempi, è così?
Il foro è molte cose insieme.
Da una parte è la violenza: una violenza che in America non è nascosta, anzi, è parte integrante del paesaggio. È un gesto impulsivo, ingenuo, compiuto nel deserto californiano da giovani cowboy che per una volta erano contenti di aver sparato non per distruggere, ma per creare.
Dall’altra parte è un portale. Una possibilità.Un modo per dare tridimensionalità a un’immagine che nasce bidimensionale. Una ferita, una fuga, una perforazione del mito stesso. La distruzione del simulacro che restituisce realtà al reale, trapassando l’idolo. Ci dà la possibilità di guardare attraverso, come i buchi di sigaretta di Lynch sulla seta.
Non possiamo però ignorare cosa rappresenta quella Polaroid: la Monument Valley come icona universale del cinema western, e allo stesso tempo la Monument Valley come territorio sacro dei Navajo. Un luogo mitico e reale, celebrato e ferito.

Quest’opera è accompagnata da una composizione sonora di Enrico Coniglio, realizzata anche con field recordings raccolti insieme alla comunità Navajo. È un brano oscuro, una specie di presagio. Più che una traccia sonora, un omen: un avvertimento, un sussurro del mito che cerca ancora di parlare.
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