The Ugly Stepsister – Tormenti di bellezza | Lucca Comics & Games 2025
“Chi bella vuole apparire, un poco deve soffrire” è una frase che ogni donna si sente propinare nei momenti più indelicati fin dall’infanzia, quando lo spettro del patriarcato e con esso le aspettative sul proprio aspetto fisico si manifestano più violentemente. Un avviso prima della ceretta, un invito a perdere dei chili di troppo o l’indossare delle scarpe col tacco perché così “le gambe sembrano più affusolate”: la bellezza, per come è intesa nella nostra società, non può essere raggiunta in modo organico ma è figlia di continui sacrifici, di scelte mirate ad aderire a standard fondamentalmente irraggiungibili, se non per una bambola di plastica. Se questi modelli persistono è anche colpa dell’immaginario collettivo a cui accediamo appena apprendiamo a comprendere le parole, un universo di principesse perfette dove la bruttezza può appartenere solo a chi ha l’anima marcia.
Da qui nasce The Ugly Stepsister (letteralmente La brutta sorellastra) della regista norvegese Emilia Blichfeldt, presentato al Lucca Comics & Games 2025 nell’ambito delle Notti Horror e nelle sale da giovedì 30 ottobre con I Wonder Pictures, che rilegge la storia di Cenerentola. La rivoluzione nasce dallo spostare l’attenzione dalla futura principessa dalla scarpetta di cristallo per concentrarsi su una delle sue sorellastre, personaggi ai quali nella fiaba originale sono concesse solo l’invidia e la derisione finale e che qui sembrano apparentemente liberi di inseguire i propri sogni prima di scontrarsi con i confini del mondo in cui vivono.

Elvira (Lea Myren), la figlia maggiore della cinica vedova Rebekka (Ane Dahl Torp), passa il tempo a leggere le poesie del principe Julia (Isac Calmroth), architettando nei suoi sogni la loro possibile storia d’amore. Il problema è che Elvira è “senza speranza” per l’epoca: mangia con le mani, porta ancora l’apparecchio, il suo viso ha ancora la pienezza della gioventù e non ha nemmeno il privilegio di un cognome dal suono altisonante come Agnes (Thea Sofie Loch Næss), la sua nuova bellissima sorellastra. Quando il nuovo marito della madre muore durante la festa nuziale, questa sceglie di sperperare il patrimonio non tanto per organizzargli un funerale, ma per pagare tutta una serie di brutali trattamenti cosmetici volti a rendere Elvira più appetibile a possibili spasimanti. Con la possibilità di presenziare al ballo del principe Julian e l’aiuto di Dr. Esthétique (Adam Lundgren), la ragazza si fa sistemare il naso con una gabbia di metallo e ingerisce una tenia nella speranza che combatta la sua passione per i dolci, ma nulla sembra soddisfare la sua sete di bellezza e di attenzioni.
Se già la fiaba dei Fratelli Grimm presentava le prime inclinazioni verso il body horror – le sorellastre si mozzavano le dita dei piedi pur di poter indossare la famigerata scarpetta -, qui Blichfeldt testa più volte la sopportazione dello spettatore, specialmente con una lunga sequenza in cui ad Elvira sono cucite delle ciglia finte con un ago, mentre la sua pupilla trema per la paura.

I paragoni con The Substance di Coralie Fargeat son stati quasi obbligati, sia per il fatto che sul territorio italiano condividono lo stesso distributore, che per il modo raccapricciante di rappresentare la bellezza e le sue pressioni, però il punto di vista di The Ugly Stepsister è più ambiguo e sadico. L’apparente bruttezza estetica di Elvira è tutta nello sguardo della camera, che sviscera il suo corpo conforme, manipolando la percezione che il pubblico ha di esso. Tutto ciò che “aggiusta”, sotto la pressione della madre, finisce solo per renderla più avida di bellezza e di attenzioni. Lei è la sorellastra, non è la protagonista della sua stessa storia e quindi l’unico destino è essere punita per ogni tentativo di scappare al suo stesso status. Come in The Substance, gli uomini sono delle semplici comparse, delle note comiche, ma fatta eccezione di Dr. Esthétique qui sono le donne stesse a perpetrare i modelli di bellezza a cui aderire, in un mondo che le vede come vittime e complici contemporaneamente.
In questa versione della fiaba di Cenerentola è assente la magia, non c’è alcun potere salvifico in grado di cambiare la condizione di Elvira o anche della stessa Agnes – fin da subito al centro dell’attenzione del principe ma in realtà innamorata dello stalliere di famiglia. Se le storie della nostra infanzia solitamente portavano con sé delle lezioni di morale molto semplici, The Ugly Stepsister non sceglie la sottigliezza, anche a costo di sembrare esagerato e forse ridondante. La bellezza è una prigione e inseguirla è una tortura: se l’horror è diventato il territorio privilegiato dalle registe per parlare delle pressioni societarie, è perché è l’unico genere che consente la brutalità necessaria perché quegli standard sono un mostro da sconfiggere al pari di Pennywise o di Freddie Kruger e solo quando potremo fuggire, lontano dal loro giudizio, noi donne saremo davvero libere.
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