No Other Land – La fine delle narrazioni
«Questa è legge, perché dovrei vergognarmi?»
Un soldato delle IDF a una donna palestinese la cui casa sta per essere demolita.
Per il politologo Francis Fukuyama la storia era finita negli anni ’90 con la caduta del muro di Berlino e delle relative ideologie. Eppure, a distanza di qualche decennio, anche solo le vicende del popolo palestinese sembrano urlare «qui la storia c’è ancora, eccome». Il popolo palestinese, più di qualunque altro popolo sulla terra, è l’erede del concetto stesso di “memoria”. La cultura, principalmente orale (non che non esistano produzioni scritte sia chiaro), si basa sul tramandare la memoria della Nakba ai posteri. In Palestina la Storia avviene ogni giorno e la fa chi sceglie di resistere all’occupazione e all’ingiustizia. La Palestina è la Storia e i due protagonisti di No Other Land Basel e Yuval, che sono anche due dei quattro registi, ne sono i testimoni in prima linea.

«Imparare l’arabo ha cambiato il mio pensiero politico»
Yuval, ragazzo israeliano, a Basel, ragazzo palestinese
No Other Land è un martirio ma non nel senso stretto che la parola assume ai nostri giorni, non solo almeno. Presso gli elleni, il μαρτύριον (“marturion”) era la “testimonianza”. Il testimone faceva professione di fede o di appartenenza a un determinato credo che la società di allora non poteva tollerare e per questo andava incontro scientemente a una morte violenta. Il martire diventava quindi un propagatore di quella fede tangibile che ispirava altre persone. Il martire era testimone di forza prima ancora che di fede. In questo senso il film di Basel Adra e Yuval Abraham ci rende tutti testimoni degli orrori delle persecuzioni, dei furti di terra e di vita e ci costringe a misurarci col tempo in cui viviamo spostando lo spazio di ciò che vediamo.

«State facendo questo nel mio nome!»
Yuval ai soldati delle IDF
Le vicende mostrate in No Other Land, realizzate in parte con riprese amatoriali col telefonino, sono presto riassumibili. Yuval, giovane giornalista israeliano antisionista, stringe un complicato rapporto d’amicizia con Basel, coetaneo palestinese che dall’età di cinque anni lotta contro l’esproprio di terra e l’occupazione da parte degli israeliani. Nell’arco di cinque anni (2019-2023) i due riprenderanno le violenze efferate dei soldati delle IDF mentre cercano di sfrattare gli indigeni del villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania. Il film si conclude a ottobre del 2023, proprio a ridosso del “Diluvio Al Aqsa” di cui i due protagonisti assistono agli eventi principali.

«Vuoi che tutto si risolva velocemente. Questo [l’occupazione] va avanti da decenni. Tu vieni qua fai dei video così poi puoi tornare a casa. Ma se ritorni qui devi abituarti al fallimento. Sei un perdente»
Basel a uno Yuval febbricitante di rabbia dopo aver assistito all’ennesima demolizione.
La storia della Cisgiordania occupata risuona in noi non solo nella sua dimensione tragica e violenta ma anche in altri aspetti meno immediati e per questo più profondi. Il villaggio di Masafer Yatta, demolito per far spazio a una zona di addestramento militare, ha molto in comune ad esempio con la tragica storia di Capo Teulada in Sardegna. È la Palestina ma potrebbe essere una qualunque altra zona del Mediterraneo con l’unica differenza che i trattati internazionali hanno reso l’esproprio almeno di facciata legale.

«Basel ti lavo i vestiti così se ti arrestano hai la borsa pronta»
La mamma di Basel al figlio dopo che questi è scampato per un soffio a un tentativo d’arresto.
Presentato un anno fa al Festival di Berlino, No Other Land ha vinto il premio come miglior documentario alla kermesse tedesca e ha fatto parlare di sé per le accuse che succedettero alla cerimonia di premiazione, accuse ovviamente strumentali di antisemitismo. L’imbarazzo dei tedeschi per la vittoria di qualcosa che parlava onestamente di Israele era tale che la ministra della cultura tedesca Claudia Roth, accusata da più parti di aver permesso un simile “scempio” al festival, dovette rettificare che alla cerimonia di premiazione lei stava applaudendo al solo regista israeliano.
No Other Land in questi giorni è distribuito in Italia da Wanted Cinema, che sta coprendo quanto più possibile il territorio nazionale. Tuttavia, No Other Land è un film che dovrebbe arrivare ancora più capillarmente, negli schermi di chi vive nelle isolate province dell’impero. Poiché il cambiamento, se parte, non inizierà dalle grandi metropoli ma dalle province che subiscono, quando va bene, la percolazione culturale dalle città. È un film al quale non bastano i sottotitoli per essere capito ma necessiterebbe anche di un doppiaggio come si deve per arrivare anche e soprattutto a quella parte di paese che ha difficoltà con le lingue straniere. Questo perché No Other Land è un film sulla storia che persiste nonostante tutto. La fine semmai è quella delle grandi narrazioni che vogliono riassumere con la finzione la complessità di un mondo che è complesso solo per chi non vuole approfondire. Perché l’attuale situazione palestinese non è complessa, per capirla basta andare nei territori occupati con un telefono in mano.
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