Disunited Nations – Quando il cinema diventa piazza
È uscito in alcune sale selezionate e in streaming sul canale Arte.tv il film documentario Disunited Nations, che tratta della bufera scatenatasi attorno all’attuale Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Questo pezzo poteva essere l’ennesimo trafiletto acritico su Francesca Albanese. Venerata da una cospicua parte di attivist* per la sua capacità di smuovere coscienze e demonizzata dalla stampa filosionista per lo stesso motivo, la dottoressa Albanese vive da almeno tre anni una curiosa e poco invidiabile condizione nella quale, che la si elogi o la si condanni, risulta essere comunque deumanizzata. Chi l’ha detto infatti che la deumanizzazione sia solo il risultato di una violenza sistemica? Anche l’elogio sperticato, la venerazione e l’idealizzazione sono forme, sia pure largamente preferibili alla violenza, di deumanizzazione. Disunited Nations, prima ancora di essere un buon documentario sulla morte delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, è uno spaccato sull’umanità trascinante di un’avvocata che, suo malgrado, è diventata un bersaglio del sistema e l’icona inattaccabile di una generazione di manifestant* e attivist*. E sicuramente la “morale” per così dire di questo docufilm è che sì Francesca Albanese è inattaccabile ma non per il suo essere un’icona.

Disunited Nations è un’inchiesta che non si pone l’obiettivo di svelare o denunciare chissà quale realtà nascosta e non avrebbe molto senso neanche se ci provasse, visto che la realtà, mai come in questo contesto storico di infodemia, è totalmente priva di filtri. Anzi, il sovraccarico informativo al quale siamo chirurgicamente sottoposti ci spinge a rifiutare l’informazione proprio per l’eccesso di stimoli negativi che essa comporta. Il caos non è solo contenuto, ma metodo e in questo senso un lavoro come Disunited Nations è quanto mai fondamentale. Per prima cosa il documentario fa ordine nell’enormità del lavoro di una relatrice speciale delle Nazioni Unite. E non parliamo solo della dottoressa Albanese, ma di un pool di specialisti, osservatori, avvocati e altre maestranze che lavorano in concerto (ed è bene ribadirlo: pro bono) non solo per riportare ciò che vedono ma per denunciare gli abusi di un sistema che concorre a sottomettere i diseredati, potenziare gli assassini e i pedofili al vertice e intorpidire la massa critica che potrebbe fare la differenza.
C’è poi un altro aspetto del docufilm che vale la pena sottolineare: Francesca Albanese è in questo contesto un oggetto diegetico, meglio ancora un oggetto cinematografico. Sia chiaro, la relatrice speciale è un’attrice solo in senso geopolitico. A livello cinematografico invece è un oggetto nelle più che sapienti mani del regista francese Christophe Cotteret. Un oggetto raccontato per sembrare una versione uguale e contraria di Miranda Priestly: entrambe infatti si occupano di informare un pubblico relativamente inesperto, ma potenzialmente determinante; entrambe hanno a che fare quotidianamente con chi pensa che il loro lavoro sia superficiale, quasi dannoso per il mondo; entrambe affrontano, con l’aiuto di assistenti fedeli, l’odio dei nemici, cioè del sistema che le vorrebbe fuori dai giochi ed entrambe sono a loro modo ormai diventate delle icone di stile. La differenza sta che la Priestly fa passare la moda per una questione mondiale, mentre Albanese e la relativa questione mondiale di cui si occupa sono dal sistema derubricati a mode.

Disunited Nations è sì un documentario con Francesca Albanese ma non “su” Francesca Albanese. La quotidianità raccontata è comunque quella dei palestinesi sotto assedio. Eppure tra un’immagine e l’altra si infiltra discretamente un’altra quotidianità, concentrata nella ricerca del regista di quella micro-espressività della relatrice che si concede pause di formalità tra una conferenza e l’altra. Una ricerca tutt’altro che morbosa ma delicatamente curiosa e che certamente mette in scena, se non delle contraddizioni, degli aspetti divergenti dalla sua narrazione tradizionale (narrazione che, eccezion fatta per questo documentario, non le è mai appartenuta nel bene o nel male). Vediamo “Francesca” fumare, alzare gli occhi al cielo per l’ennesima diffamazione nei suoi confronti, usare la suite office di Google – da lei stessa denunciato per complicità nel genocidio – per scrivere i suoi rapporti. Come dicevamo, queste non sono contraddizioni, ma tracce di una quotidianità orfana della tranquillità. Queste scelte narrative non hanno lo scopo di farci empatizzare con l’oggetto narrativo (o icona) Francesca Albanese, ma di riconnetterci con la dimensione umana e imperfetta (per fortuna!) dell’impegno sociale.
In realtà, la deumanizzazione, anche positiva, di Francesca Albanese fa comodo principalmente ai suoi detrattori, il cui operato è descritto con dovizia di particolari. Essi, come dei perversi imitatori del personaggio di Mary Shelley, smembrano pezzi delle sue dichiarazioni, le riassemblano secondo uno schema ben rodato e le lasciano libere di vagare nella società con lo scopo però precipuo in questo caso di seminare il panico con le loro mostruosità. C’è una cura perversa appunto nel presentare Francesca Albanese come un mostro antisemita e questa cura la si nota nella precisione maniacale della deformazione anche fisica della sua immagine, ad esempio scegliendo frame dei suoi interventi filmati in cui l’espressione facciale risulta massimamente ingrugnata. A questo si aggiunge una specifica correzione cromatica tendente allo scuro e il mostro è bello che sbattuto in prima pagina. E più Albanese è elevata a icona da suoi sostenitori, più la mostrificazione risulta efficace. È proprio questa metodologia precisa, ovvero la classica mostrificazione della figura femminile autorevole, che il film denuncia come una delle cause della disunità delle Nazioni Unite – ed è ironico che nel giorno della sua proiezione nelle sale di tutto il paese, lo scorso 11 febbraio, sia andato in scena un altro capitolo della lunga saga della diffamazione della relatrice speciale. E anche in questo caso la regia è francese. Si tratta di Jean-Noël Barrot, ministro degli esteri francese, il quale, recitando a tutti gli effetti un copione ormai tristemente noto agli attori dell’alleanza atlantica, ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale sulla base di un video palesemente modificato, accusandola di antisemitismo.

I meriti di Disunited Nations vanno oltre l’umanizzazione di Francesca Albanese. Il primo e più importante è quello di aver portato le persone al cinema e di aver reso il cinema una piazza interconnessa. «Le sale sono diventate piazze» era il mantra della serata condotta dalla giornalista Giulia Zaccariello, in collegamento con Francesca Albanese e Cecilia Strada a fine proiezione. Con più di 120 cinema connessi in diretta streaming, Disunited Nations è stato un evento nazionale unico nel suo genere, un momento di azione collettiva. È inoltre uno dei pochi film a parlare al grande pubblico di Folke Bernadotte, diplomatico svedese che durante la seconda guerra mondiale si prodigò per salvare 31.000 prigionieri dai campi di sterminio dei quali si stima fossero ebrei circa tra i 5000 e i 7000, appena qualche migliaio in più del collega tedesco Oskar Schindler, al quale Steven Spielberg dedicò un film che fece incetta di Oscar nel 1994. Bernadotte, invece, per la sua coerenza umanitaria – fu infatti scelto come mediatore nella guerra arabo israeliana e patteggiò per i diseredati – fu premiato con una salva di proiettili il 17 settembre 1948; proiettili che portavano la firma della sedicente terrorista Banda Stern.
Uno dei primi vagiti delle neonate Nazioni Unite è stata la famigerata Risoluzione 181 del 1947, quella della spartizione. Il docufilm quindi non può che chiedersi se la fine dell’ONU coinciderà con la scomparsa della Palestina. Sia che siate stati tra i presenti alla piazza-cinema della vostra regione, sia che vogliate vedere o rivedere il film in streaming (qui fino al 15 marzo), i realizzatori del film, in primis Francesca Albanese, chiedono che questo documento sia visto e diffuso il più possibile, anche per partecipare a una forma di risposta collettiva a questa e altre domande. Perché il sistema favorisce e anzi si nutre dei genocidi? Come possiamo informare le masse fino a farle diventare politicamente critiche? La risposta non verrà da quel sistema di regole che finora ha permesso il genocidio né la potrà dare la sola dottoressa Albanese, la quale però ha sicuramente l’indubbio merito di aver indicato una direzione. Come questa direzione verrà intrapresa è ancora oggetto di dibattito. Non tutt* infatti e legittimamente condividono l’approccio militante ma radicalmente non violento promosso da Albanese, ma che questo dibattito sia stato portato in luoghi come il cinema, sempre più a rischio chiusura, è un miracolo che solo Francesca Albanese poteva realizzare. Perdonate la deificazione.
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