Silent Friend è una visione che espande la coscienza e ci riconnette alla natura | Venezia 82
Immaginate di osservare, immobili in un punto ben preciso del pianeta Terra, lo svolgersi e l’intrecciarsi di esistenze umane — o frammenti di esse — attraverso secoli ed epoche diverse. È la prospettiva che cerca di offrire uno dei film più ambiziosi, curiosi e commoventi visti quest’anno a Venezia: Silent Friend, diretto dalla regista ungherese Ildikò Enyedi, allinea il nostro sguardo a quello di un grande esemplare di Ginkgo Biloba situato nel giardino botanico di un’università tedesca. Attraverso un montaggio parallelo, noi siamo con l’albero osservatori privilegiati di tre storie ambientate in tre epoche diverse che si svolgono attorno ad esso, ciascuna con la propria autonomia ma accomunata alle altre dalla volontà dei personaggi di sfidare i limiti percettivi umani e de-gerarchizzarli rispetto a quelli del mondo vegetale. A inizio Novecento, il Gingko Biloba è testimone dell’eccezionale ammissione all’università della prima donna della storia, Grete — interpretata da Luna Wedler, vincitrice a Venezia del Premio Marcello Mastroianni come miglior attrice emergente — impegnata a studiare le piante con l’aiuto della neonata fotografia e i relativi studi sulla luce. Nel 1972, sotto i suoi grandi rami la studentessa Gundula si ossessiona di un curioso esperimento sul suo piccolo geranio, di cui intende studiare le reazioni all’ambiente esterno, condividendone l’entusiasmo con un altro giovane studente. Tra i due si sviluppa, lenta come la crescita di un albero, una goffa tensione sessuale e amorosa. Infine, nel 2020 il ginkgo si fa oggetto di interesse del neuroscienziato e docente universitario Tony Wong — qui interpretato da Tony Leung Chiu-Wai — a partire dai suoi studi sulla mente dei neonati.

Di importanza centrale sono i contesti storici e sociali entro cui si sviluppano queste piccole storie: non soltanto, quindi, hanno la funzione di ricostruire una cornice credibile e adeguata agli eventi del film, ma sono parte integrante del loro svolgimento, tanto protagonisti quanto gli esseri umani — e le piante — che li abitano. Così, nell’episodio di Grete — come anticipato, prima donna ad essere ammessa in un sistema universitario radicalmente maschiocentrico — la scena del colloquio con una minacciosa schiera di professori misogini non serve soltanto a presentare il personaggio, ma restituisce anche l’idea dell’università come eterno campo di battaglia tra visioni del mondo, progresso e regresso. Luogo di trasmissione del sapere ma — a partire proprio dalle primissime rivendicazioni femministe — anche di contestazione del sapere quando questo è guidato da logiche politiche e discriminatorie. La sfida di Grete, unita allo studio del mondo vegetale e alla scoperta della tecnica fotografica come nuovo modo di osservare il mondo, diventa il germe di un lungo percorso evolutivo dal punto di vista scientifico ma soprattutto umano e sociale, di cui dal secondo Novecento si sarebbe fatto portavoce l’antispecismo di pari passo con il movimento femminista.

Così quel che è seminato con cura e determinazione da Grete è raccolto da Gundula e Hannes negli anni Settanta, figli delle grandi contestazioni della rivolta studentesca e perciò portatori di prospettive ormai completamente ribaltate: impugnando una nuova identità collettiva conflittuale e autodeterminata, riscrivono i rapporti di potere non solo tra esseri umani ma anche tra uomo e natura, di cui si ha una rinnovata considerazione che va molto oltre il movimento flower-power.
Nel 2020 — in piena pandemia, epoca in cui dopo tanti sforzi si è tornati paradossalmente a sfiduciare la scienza e la medicina — gli studi del dottor Wong rimangono fortunatamente incastrati nelle grandi radici del Ginkgo Biloba, offrendogli con mezzi avanguardistici la possibilità di connettersi direttamente all’albero e ripercorrerne la memoria secolare. Per farlo cerca il consulto — in una modalità, quella telematica, che propone un concetto nuovo di connessione umana — della specialista botanica Alice Sauvage (Léa Seydoux), la cui figura si riallaccia a quella di Grete, rappresentandone la concretizzazione delle ambizioni professionali e sociali, nonostante la condizione di donna ponga ancora, dopo tutti quegli anni, dei limiti. L’episodio è dunque il vero cuore narrativo del film, il motore da cui si diramano le altre trame nonché il grande omaggio alla scienza e al progresso umano da parte di Enyedi.

Alle tre storie corrispondono inoltre rispettivamente tre diversi formati fotografici, a testimonianza di un lavoro davvero stratificato in cui immagine e contenuti si accompagnano e complementano su molteplici livelli: la storia di Grete è girata in pellicola trentacinque millimetri, quella di Gundula in sedici millimetri, mentre la vicenda cronologicamente più vicina a noi è in digitale. Al bellissimo bianco e nero del primo Novecento fanno da contraltare la palette vintage e sgranata degli anni Settanta e l’esplosione di colori accesi e nitidi del 2020 — proprio come gli schermi su cui vengono riportati ad altissima risoluzione grafici e immagini di frequenze cerebrali studiate dal dottor Wong.
Per due ore e mezza che non pesano mai, il nostro sguardo di spettatori ed esseri umani è invitato a confrontarsi, nei limiti del mezzo cinematografico e dei nostri sensi, con una percezione del mondo che sembra seguire i tempi e ritmi degli organismi vegetali, costringendoci ad osservare e accettare — silenziosamente come fa il grande Gingko Biloba — il corso del tempo e della storia e i processi trasformativi che guidano l’universo, dal germogliare di una pianta alla nascita di un amore giovanile, dal superamento di sistemi di pensiero retrogradi al progresso delle neuroscienze.
Silent Friend è un film che ti lascia un profondo senso di pace, empatia e tantissimo materiale su cui ragionare attraverso una lente nuova. Scienza, politica, poesia e amore si incontrano in un’esperienza visiva che è autenticamente psichedelica: non perché tratti esplicitamente di sostanze psicotrope (se non per l’interessante esperimento del dottor Wong) ma perché è un film stratificato, scientifico e razionale eppure così romantico e visionario, che ridimensionando il nostro ingombrante ego innesca profonde riflessioni su tutte le infinite connessioni e trasformazioni che attraversano il mondo nella sua complessità.
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