Bugonia di Yorgos Lanthimos – Good Luck, Babe! | Venezia 82
Yorgos Lanthimos torna al Lido con Bugonia, a due anni dal Leone d’Oro per Povere creature, il suo titolo più ottimista, costruttivo, fiabesco. Prodotto da Ari Aster, Bugonia è un dramma troppo cinico per non ironizzare sulla fine, e al contempo una commedia troppo disperata per accontentarsi di ridere dell‘apocalisse. È, come La favorita, una triangolazione violenta e ironica in cui i rapporti di potere si giocano tutti sul palcoscenico identitario di un corpo, da sempre messo in discussione nella filmografia di Lanthimos: trasfigurato in The Lobster, immobilizzato ne Il sacrificio del cervo sacro, costruito ed educato in Poor Things, martoriato in Kinds of Kindness, qui è innanzitutto un terreno di scontro per interrogare e manipolare l’identità. Il corpo, in Bugonia, viene reso un’immagine: pitturato con creme, rivoluzionandolo nel look, costretto nei movimenti.

Il personaggio di Emily (Emma) Stone, potente CEO di una multinazionale farmaceutica – subito dopo un premonitore assaggio musicale di Good Luck, Babe! di Chapell Roan canticchiato in macchina – viene rapita da due cugini convinti sia un’aliena di Andromeda arrivata sulla terra per estinguere le api e quindi il mondo intero. L’apicoltore complottista Teddy e il cugino Don – interpretati da affiatati e cupi Jesse Plemons e Aidan Delbis – sembrano aggiornamenti dei personaggi di Steve Buscemi e Peter Stormare di Fargo dei Coen. Qui, diventano incarnazione della suburbia americana post-trumpiana piena di risentimento, rabbia e voglia di farsi giustizia privata. Nonostante i toni siano totalmente diversi rispetto a quelli simbolici e più drammatici di Dogtooth, Lanthimos sembra recuperare il graffio politico degli inizi; un’abrasività che, negli ultimi, iper-estetizzati film, sembrava aver messo da parte, almeno fino a Kinds of Kindness, che di questo sembra il prologo.
Il rapimento non è soltanto un dispositivo ritmato e sfizioso in cui ambientare un godibilissimo corpo a corpo tra attori, ma un vero e proprio laboratorio in cui sperimentare le dinamiche di potere, le manipolazioni psicologiche, le tinte ipocrite dell’empatia e quelle più oneste e schiette del conflitto. Un sequestro in cui nelle dinamiche tra i tre personaggi principali Lanthimos riassume e ordina il caos opinionista, vittimista e colpevolista del contemporaneo, dove il dialogo diventa immagine, puro cinema: un’istanza che rispecchia e trasfigura il mondo a piacimento, in bilico tra bugia e verità. Ecco perché, più che un mero remake del cult sudcoreano Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan, Bugonia ne è un aggiornamento che riflette sull’atto stesso del narrare, giocando con l’assurdità e l’esagerazione di un mondo disperatamente legato alle sue convinzioni.

E se il complottismo terrapiattista fosse solo la traduzione patologica del genere sci-fi? E se oggi essere realisti significasse innanzitutto accettare la distopia come dato già integrato al reale? Bugonia è un testa a testa (lettaralmente, come nell’epilogo) tra api operaie e api regine, tra privilegio e marginalità, scienza e post-verità, disperazione e comicità. Il suo plot, poteva indurre il film al rischio della critica tautologica ai miserabili tempi del presente, ma lo script acutissimo dribbla ogni esito prevedibile. Asciugando gli aspetti più glam, ampollosi e barocchi della sua estetica e inspessendo a suon di botta e risposta, la rotondità dei caratteri, Lanthimos riesce a rendere il linguaggio un palcoscenico performativo, soprattutto attraverso alla coppia rodatissima (e in stato di grazia) Plemons-Stone: “scimmie malate”, ora vittime, ora carnefici. La parola diventa proiezione, manipolazione, resa fonetica di ciò che vogliamo credere, e ancora una volta il corpo dell’altro – tanto distante e sconosciuto da essere inteso come alieno – diventa un’immagine da modificare, imbalsamare, incerare, rasare: una figura che confermi le nostre convinzioni, da perdere di vista sotto coltri di racconti, convinzioni, paranoie. Bugonia è un sorriso amaro al presente post–umano, post–vero, insomma… postumo. Good Luck, Babe!
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[…] In ordine sparso, c’è tanto Luchino Visconti, il suo occhio filmico, la divina Silvana Mangano in Gruppo di famiglia in un interno e tanto altro. E c’è l’altro maestro del cinema italiano, Federico Fellini, soprattutto Giulietta degli spiriti. Poi un po’ di Hitchcock, Kubric, Lynch. E per attingere a un immaginario femminile stravagante e morboso, ho guardato molto Sofia Coppola e Yorgos Lanthimos. […]