Ma adesso come facciamo senza Andor?
Sembra paradossale doversi rivolgere a una serie di fantasia per trovare una rappresentazione chiara e precisa della realtà di oggi. Da ogni dove – governi, stampa, televisione – la distorsione delle notizie pare diventata la prassi. Si omettono dettagli, si nascondono scomode verità, mentre tutto va avanti senza che qualcuno tra quelli che contano dica veramente la sua – nel bene e nel male -, si procede con una mortale indifferenza. Se parlare di genocidio in questo periodo è all’apparenza diventato impossibile per istituzioni e organi di stampa tra loro perversamente legati, la seconda stagione di Andor mostra alcuni dei processi in atto ai giorni nostri con una cura e una precisione che dimostrano tutta la perizia con cui Tony Gilroy ha concepito quest’opera fantascientifica che è poi, semplicemente, la cosa migliore successa a Star Wars da quando è finita nella mani di Disney. Un turbinio di considerazioni sulla realtà geopolitica e sulle emergenze umanitarie dei nostri tempi che prendendo le mosse da una serie di fantascienza fa impallidire per accoratezza e sincerità il telegiornale medio, soprattutto nostrano, sempre sul filo dell’avance ai potenti di turno.

Se sono chiari i riferimenti al regime nazifascista, alla resistenza francese, alla guerra di spie durante la Guerra Fredda, è impossibile non sentire il discorso della senatrice Mon Mothma davanti al senato galattico senza pensare allo sterminio del popolo palestinese. Ed è proprio la leader della Ribellione che in un momento cruciale della lotta contro l’impero riesce a denunciare la distorsione della realtà a tutti i livelli, la narrazione scorretta degli avvenimenti, pronunciando infine la parola “Genocidio” a gran voce, in mezzo all’assemblea, onorando il proprio ruolo istituzionale e rimettendoci, a tutti gli effetti, quella che era la sua vita precedente.

Andor ci dice che d’altronde ci vuole tempo, che sono necessarie tante sconfitte per arrivare alla vittoria, che la resistenza è fatta di tanti atti eroici senza firma né celebrazione pubblica. Personaggi come Cassian, Mon, Luthen, Bix, sacrificano la propria integrità morale, la propria gioia e la propria vita per una causa più grande di loro, diventando archetipi di quelle figure che a tutti i livelli devono esistere perché una resistenza possa sostenersi. Dalla politica allo spionaggio, Tony Gilroy costruisce con Rogue One e Andor un fondamentale raccordo narrativo agli eventi culminanti della trilogia cinematografica originale, con uno sguardo cinematografico che finora nella serialità dedicata a Star Wars ancora non si era visto. Come mai si era vista questa saga toccare temi importanti come quelli veicolati, per esempio, dal personaggio di Bix, che si trova di fronte all’arroganza e alla violenza del regime imperiale e deve prima salvarsi da un tentativo di stupro e poi fare i conti con la tossicodipendenza: qualcosa che potremmo chiamare Star Wars-vérité. E sebbene la seconda stagione di Andor non abbia il tempo e le risorse necessarie a sviluppare completamente tutte le sue linee narrative, Gilroy e la sua squadra di scrittura – dove figura anche il fratello, Dan Gilroy – riescono, pur con sensibili salti temporali, a rendere giustizia ai personaggi e alle loro origin story.

Un esempio lampante è quello di Kleya, interpretata dall’esordiente (!!!!!!!) Elizabeth Dulau, che in venti minuti circa ci viene raccontata dall’infanzia all’età adulta in pochissimi flashback, il tutto mentre la vediamo vivere il trauma della perdita di Luthen e reagire prontamente, come le è stato insegnato e come la causa richiede. Una masterclass di scrittura e di adattamento alle risorse disponibili che è anche un esempio virtuosissimo per tutte quelle produzioni più fortunate che con molti soldi fanno tonfi leggendari e sprecano, a tutti gli effetti, un capitale cercando di inventarsi l’ennesima mirabolante novità da inserire nel devastato canone di Star Wars (qui un bell’approfondimento economico su Andor). Basti pensare a The Acolyte, Kenobi, The Book of Boba Fett, le fiere dell’imbarazzo e dell’improvvisazione, dove nulla sembra reale e nulla può essere preso sul serio. Le due stagioni di Andor invece sono reali, come le loro location, gli oggetti di scena, i costumi, le storie. Un aspetto, quest’ultimo, che rende la serie effettivamente adatta anche a un pubblico che di Star Wars sappia poco o nulla, altro punto a favore di Gilroy & co., che meriterebbero una trilogia cinematografica tutta loro e avrebbero meritato il tempo e le risorse necessarie per un’altra stagione di Andor, che è sicuramente una delle serie migliori degli ultimi anni e di cui per certi versi abbiamo solo intravisto lo sviluppo.

Ci sono mancati tanti momenti, tante “closures”, ma in una storia così corale condensata in 12 episodi era inevitabile. Non vedremo mai la reazione di Dedra alla morte di Syril, per esempio, non la vedremo di fronte al cadavere dell’uomo che ha sacrificato sull’altare del potere e delle promozioni, non conosceremo, fino a prova contraria, il suo destino di carcerata, né il prosieguo della vita di Bix e del figlio che ha avuto da Cassian. Neanche stavolta siamo riusciti a vedere le famose spie Bothan che Mon Mothma elogerà durante il consiglio di guerra ribelle ne Il ritorno dello Jedi. Però è bene riflettere su quello che effettivamente abbiamo visto, dopo tanto tempo: attori e attrici giungere alle più alte vette drammatiche, non più action figures da lanciare da una parte all’altra della galassia come marionette, ma personaggi credibili con uno spessore individuale marcatissimo, soggetti pensanti che hanno una vita interiore, non personalità fisse e senza una dialettica autoriflessiva. La magia di Andor sta anche nello spazio lasciato a chi interpreta questi personaggi, all’improvvisazione che li rende così umani e vicini a noi. Il povero Syril che si butta sul letto, abbattuto dalla vita: un gesto improvvisato dall’attore Kyle Soller (peraltro con un senso dell’umorismo veramente gustoso, tipico di Andor, mai stupidotto come in altre serie di SW). Krennic che preme con l’indice sulla testa di Dedra, inchiodandola al suo destino: altra improvvisazione.

Tutti elementi che riportano Star Wars su quel piano di umanità e “artigianalità” che con Disney e le sue serie girate quasi completamente davanti a schermi LED si era persa. Veri oggetti di scena, tante location in giro per il mondo (meravigliosa la La Ciutat de les Arts i les Ciències de Valencia), un design credibile e non standardizzato degli interni: se il mondo fosse un posto giusto Andor farebbe scuola e diventerebbe il nuovo standard qualitativo da cui partire per i prossimi capitoli di Star Wars. Noi lo auspichiamo con tutto il cuore, perché dopo tanto tempo abbiamo visto qualcosa che ci ha fatto tornare la speranza verso una galassia che credevamo ormai perduta.
Andor è finita, ma altro può nascere, date a Tony Gilroy tutto quello che vuole, fatelo lavorare ancora, regalateci questo sogno! (O giuriamo di buttarci sul letto e disperarci pure noi).

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