Intervista a Elettra Caporello, la dialoghista che ha scardinato il sistema
È un peccato che non viva a Roma, altrimenti tutti i pomeriggi cercherei di autoinvitarmi a casa di Elettra Caporello per un tè e quattro chiacchiere attorno al mesmerico mondo del cinema. In ogni caso mi consola l’idea che molto probabilmente Elettra Caporello non mi aprirebbe la porta, perché intenta a studiarsi qualche nuova sceneggiatura da adattare per il doppiaggio italiano. Caporello, nata a Roma e romanissima dal 1938, è infatti la dialoghista italiana per eccellenza, l’alfa e l’omega di questa arte che, come lei stessa dice, è un lavoro bellissimo, che spera tanti giovani possano scoprire e trovare interessante, sia per le soddisfazioni del lavoro stesso, sia per l’ampia compatibilità con una vita serena: un aspetto, questo, che rende Caporello all’avanguardia su temi come la settimana corta e il bilanciamento quotidianità-lavoro, ma di questo magari parleremo con lei proprio davanti a un cappuccino e brioche, prima o poi…
A Ennesimo Film Festival invece, davanti a uno spritz Aperol (suo, perché io preferisco Select/Campari e perché i ritmi da festival sono troppo veloci per avere il tempo di ordinare qualcosa) abbiamo potuto conversare su alcuni temi cardine della vita lavorativa, ma anche privata, di Caporello, prima femmina che abbia avuto “l’ardire” di scardinare il sistema patriarcale e prendersi, col talento e una battuta, la sua brillante carriera, che oggi vanta più di 1500 film adattati:
Grazie alla sua lunghissima attività tuttora in corso ha potuto leggere una quantità abnorme di sceneggiature per il cinema e non solo, quali evoluzioni o involuzioni ha notato nella scrittura dei dialoghi?
Secondo me la scrittura del dialogo è molto importante perché è la base di tutto, poi il direttore si basa su quello per la scelta delle voci, eccetera. In generale si dice che il doppiaggio oggi non è più quello di una volta, il nostro era il migliore del mondo, la verità vera è che sono cambiati i tempi, nel senso che una volta ti davano tre mesi e oggi ti danno tre giorni per la consegna. Io dico sempre che prima te li chiedavano per dopodomani, adesso te li chiedono per l’altroieri. Quindi è veramente pesante. Con me non si mettono più tanto a discutere perché sanno che così dico e così faccio, sono molto rapida nel lavoro, però non mi potete chiedere l’impossibile, anche perché qualche volta non serve, è solo a beneficio di chiacchiere. Ma sento i miei colleghi più giovani e hanno problemi seri, perché fare le cose di corsa non è che ti aiuta molto…
Infatti vorrei chiederle se l’avvento delle piattaforme abbia cambiato qualcosa, sia nei suoi ritmi di lavoro che nella scrittura vera e propria dei dialoghi, alla fonte
Sì, sicuramente le piattaforme hanno peggiorato la situazione, in questo senso, perché le piattaforme consumano una quantità di materiale incredibile. Si tratta di lavoro, è vero, ma che molte volte viene fatto anche in maniera sciatta, perché non puoi farlo diversamente quando ti danno tre giorni, questo è essenziale. E poi avendo così tanto materiale tengono anche i prezzi piuttosto bassi, ripeto, non con me, perché io con le piattaforme ho pochissimo a che fare, però questa è la realtà e alla fine ne risente la qualità del lavoro, del film.
Io sono sempre molto entusiasta di questo lavoro, ogni volta che arriva un copione non ci dormo la notte, non vedo l’ora di farlo, di leggerlo, e per fortuna non ho perso tutto questo entusiasmo, ma mi rendo conto che sia difficile mantenerlo quando tutti ti chiedono di fare cose e gli basta che le fai. C’è poi un altro motivo: quando ho iniziato, decenni fa (negli anni ’80, ndr), in Italia c’erano solo cinque scrittori di dialoghi, cinque in tutto il Paese, oggi ce ne sono migliaia, non saprei nemmeno quantificare, e tutti vogliono arrivare a fare i film. Io ho cominciato come tutti, con i cartoni animati, qualche telefilm, documentari, se te li danno, e per arrivare ai film è un po’ più lunghetta.
E lei giustamente a un certo punto ha preso in mano la situazione.
Mi sono detta “basta, voglio fa’ i film”, la mia gavetta l’avevo fatta, mi sentivo pronta: ho chiamato la Titanus, quella di Goffredo Lombardo e ho detto “guardi, io mi chiamo Elettra Caporello, scrivo dialoghi per la televisione e vorrei scrivere i dialoghi di un film”. E la risposta, non nel medioevo ma nel 1985, fu “Signora, i film li fanno gli uomini”. Dopodiché ho pensato “Se gli attacco una polemica sul femminismo a questo non gliene frega niente”, io sono battutara per cui ho detto “le posso fare una domanda?”, lui ha detto “prego” e io ho detto “mi dice gli uomini con quale parte del corpo li scrivono ‘sti dialoghi? È chiaro che io una parte non ce l’ho però le altre sì, sono tutta in ordine, se vuole provare…”. E ancora dopo anni si ricorda la battuta. In realtà la ragione ce l’aveva lui, perché le donne non avevano mai fatto i dialoghi per un film, e quindi mi ha detto “Va bene, ho tre film francesi, brutti, difficili e li pago poco, ne vuole uno?” e io dico “li posso fa’ tutti e tre?” – “S’accomodi.”. Però poi da lì è partito tutto, c’è l’effetto valanga.
Ci vuole tantissima faccia tosta e self confidence, come dicono gli americani, tu devi crederci che sei capace di farlo quel lavoro, non dico che sei brava, io so anche che sono brava, però quello è un pensiero mio (ride, ndr). Non basta che lo sappia tu, però, devono capirlo gli altri, e quella è una lotta continua.
Diceva dell’effetto valanga, da quella sagace battuta cosa nacque poi?
Ho fatto più di millecinquecento film, non so più nemmeno quanti ne ho fatti, di cui mi ricordo alcuni titoli più iconici, sai, come L’attimo fuggente, Harry, ti presento Sally, Il paziente inglese… E poi ho fatto dal 1990 tutti i film di Woody Allen, fino all’ultimo uscito in sala (Coup de chance, 2023, ndr.)
Ecco, rispetto a questo vorrei chiederle se negli anni, potendo osservare lo stile di Allen da un punto di vista quasi demiurgico abbia notato dei cambiamenti nella sua scrittura di dialoghi, magari proprio dopo alcune tappe cruciali della sua vita personale. Se l’abbia visto diventare più introspettivo, per non dire più cupo o meno allegro di prima.
Sì, sicuramente. Mi avevano proposta già per tre o quattro anni, lui in quel periodo era fissato con la Mostra del Cinema di Venezia e lì bisogna mandare i film coi sottotitoli italiani e mi chiedevano di fare quelli. Io chiedevo se potessi fare anche i dialoghi, ma dicevano che non era possibile perché li faceva il suo dialoghista storico. E allora ho detto “ma fategli fare pure i sottotitoli” – “non è capace”, quindi per tre anni li ho fatti io, poi per sfinimento al quarto mi hanno detto “vabbè, faccia pure i dialoghi”. Però devo ammettere che i film più belli e divertenti di Woody Allen erano già stati fatti, perché io ero arrivata nel 1990, quindi… Però devo dire che per quindici anni siamo andati bene, poi è iniziato un po’ di declino: un po’ il fatto di avere questa moglie… (Mia Farrow, ndr.). Poi è venuto in Europa dicendo che voleva lavorarci: a Londra è andata bene perché Match Point è un bellissimo film, poi pure in Spagna è andata bene, con Vicky Cristina Barcelona; ne ha fatto uno in Francia che era abbastanza divertente (Midnight in Paris, ndr.). Quello che ha fatto a Roma è veramente una vergogna, perché è talmente brutto che lui non ha né capito né amato Roma.
Forse cercando di cambiare repentinamente fronte dagli Stati Uniti all’Europa ha girato tra una produzione e l’altra senza soffermarsi troppo
Sì, e poi non era cosa sua, anche l’ultimo film che ci aveva presentato come “il Match Point francese”: MA MAGARI! Match Point era un bellissimo film e aveva fatto pure un sacco di soldi, questo no, era misero, quindi quando lui fa i film a New York è tutta un’altra cosa, lui ha bisogno di Central Park: io credo che l’ultimo veramente al livello suo era col giovane, Chalamet, A Rainy Day in New York, ma quella era la New York vera, con la portoricana, col portiere di Park Avenue, insomma quella è roba sua, che adoro perché ci ho vissuto dieci anni a Manhattan, che è il motivo per cui Woody Allen lo capisco e riesco anche a renderlo abbastanza. Sembra un battuta, ma è la realtà, io lo traduco in romanesco, la prima versione è quella, perché a Roma abbiamo lo stesso spirito cattivo, il sarcasmo duro, quindi viene benissimo, il problema poi è quando diventa italiano, ché a Milano se no si incazzano veramente, mi pare chiaro… (ride, ndr.).
Il suo non è inglese, è un “manhattanite” mescolato con tanto jewish. Avendo vissuto lì a Manhattan, con gli ebrei, perché Manhattan è la città ebraica più grande del mondo, molto più di Tel Aviv, allora io capisco lo spirito, per cui ci riesco, ma i traduttori poveracci sbattevano la testa contro i muri. Io lo faccio molto volentieri, però Allen non è più lui, mi hanno detto che ha avuto finanziamenti dalla Spagna e quindi va a girare di nuovo a Barcellona. Vicky Cristina non era male… non so che farà, a Roma spero che non ci torni, il film era proprio misero, poi non era Roma, non c’entrava niente.
E invece, tra autori e autrici del contemporaneo con cui non ha mai lavorato, c’è qualcuno su cui le piacerebbe lavorare perché scrive dialoghi particolarmente stimolanti?
Beh, io ho fatto il primo film e l’ultimo di Baumbach, che secondo me è un regista notevole, Il calamaro e la balena era un capolavoro. Di recente ho fatto quello tratto dal romanzo di DeLillo, White Noise, Rumore bianco: è stato difficile farlo, era lunghissimo intanto e poi c’erano delle parti – ma questa è un’idea mia – che erano inutili, lunghissimi dialoghi – ma poi a me non piace neppure DeLillo, per cui magari partiva già da un romanzo che…
Forse è proprio difficile adattare DeLillo, l’ha fatto Cronenberg con Cosmopolis, un altro film che non è del tutto riuscito, forse certe opere nascono per la letteratura e lì devono rimanere.
E lì devono rimanere! Per una letteratura americana che quando poi la trasporti in Europa, soprattutto in Italia, noi diciamo “vabbè, allora?”
Penso infatti, per esempio, a Cormac McCarthy: Non è un paese per vecchi, dei Coen, è un grande film, secondo me l’unico adattamento riuscito da McCarthy, gli altri libri, come La strada, finora non hanno avuto adattamenti all’altezza del romanzo, forse sono troppo difficili…
Non ci si riesce, quindi o li fai diventare un’altra cosa, ma mantenere… Siccome io rispetto molto il regista per esempio, alla fine il film è suo, però io ho la responsabilità di renderlo accettabile da un pubblico italiano, perché quelli sono i miei “clienti”, diciamo, e non sempre è possibile, non sempre è semplice. Il film è quello, non lo posso cambiare, io sono molto libera di muovermi all’interno della sceneggiatura, però rispettando le battute del regista.
Un lavoro preziosissimo poi soprattutto per le commedie, immagino
Io ero non dico “specializzata”, che è una parola strana, però facevo tante commedie, adesso non si fanno più le commedie, non esistono: i tempi di Harry, ti presento Sally, C’è posta per te, che erano una serie infinita, con Meg Ryan, Tom Hanks…
Un’epoca d’oro, penso anche a Julia Roberts, Richard Gere
Di quelli con Julia Roberts ne ho fatti tanti, ma anche lo stesso Il Rapporto Pelican, che non è una commedia però è un bel film, – ne ho fatti parecchi dai romanzi di Grisham – c’era un ritmo, è un film che ha più di trent’anni e recentemente l’ho rivisto e ancora si vede bene…
Il problema di molti film di oggi è proprio che reggeranno poco in futuro
Non reggono. Un film come l’ultimo di Woody Allen è già passato, quello di Roma è stato un incidente di percorso, lì almeno prima e dopo ne ha fatti di buoni. Lì, per To Rome with Love, mi aveva mandato una mail col copione dicendo “siccome sei nata e cresciuta a Roma, guarda se nella parte romana” – quella che poi ha fatto Benigni – “ho fatto qualche stupidaggine” e io ho detto “sì, sì!”. Perché in quello che aveva scritto, Benigni era un impiegatino del catasto e la televisione lo ferma e gli dice “lei con che fa colazione?” e lui risponde “succo d’arancia e due uova col bacon”. Io ci ho messo una riga sopra e ho scritto “o cappuccino e cornetto o caffellatte con pane, burro e marmellata” e lui mi ha risposto “Are you sure?” e io gli ho detto “yes, I’m positive”. Non volevo sentirne più, al che ho chiamato il direttore e ho detto “guardi, se si azzarda a parlare di uova col bacon io levo il nome”. Infatti poi hanno messo cappuccino e cornetto. Per dire i rapporti, se no ti arriva un film finito, te lo becchi com’è e te lo tieni così.
Il suo è un lavoro poco conosciuto, secondo me la maggior parte delle persone non si rende conto che oltre a tradurre una sceneggiatura c’è qualcuno che la adatta, che è una cosa diversa
Non si rendono conto. Ma è un mestiere bellissimo, io vorrei ci fosse più gente che lo vuole fare. Guarda, io ho vissuto trent’anni col mio compagno, che era Alberto Piferi, un adattatore, forse il dialoghista più bravo di sempre e ricordo che venne una volta a intervistarlo un giornalista di Time Magazine, che non era proprio un giornaletto, che era convinto che i doppiatori si mettessero davanti al film in lingua straniera per la prima volta e inventassero al momento, ma ti rendi conto! (ride, ndr.)
Tipo avanspettacolo…
Il non sapere neanche di che parliamo… In Italia i giornalisti più o meno lo sanno che esiste un lavoro dietro. Un lavoro molto bello: io ho tenuto solo una volta un corso, due anni fa, e questi ragazzi lavorano tutti e dieci, per me è una grandissima soddisfazione. Per fare i film devi arrivare coi piccoli passi, poi quando sei pronto è l’ora di fa’ il botto. Tutti in questa stanza, se glielo chiedo, mi direbbero che vorrebbero fare i dialoghisti, ma bisogna volerlo veramente, ci vuole del tempo per capire i personaggi, le storie. Alberto diceva sempre che bisogna avere più di quarant’anni, se non hai abbastanza esperienze tue.
Penso che per certi versi sia così anche per i registi
Nel cinema non ci sono i lavori mordi e fuggi, che te li inventi. Sono lavori come tutti – dico io – dove però devi avere un po’ di pazienza
Sì poi in lavori come questi, con ritmi così alti, smetti un po’ di goderti certe cose, senti di meno, noti meno dettagli e quindi forse scrivere di queste cose diventa più difficile perché è più difficile vederle. Per certi versi lavorare così intensamente è nocivo da quel punto di vista, meglio prima prepararsi bene
E non è una questione di prendersi delle lauree o imparare delle lingue, tutti pensano sia quello. La parte che io chiamo “finale”, per chi fa doppiaggio, quella delle labiali, delle lunghezze, è mestiere, alla fine la fai automaticamente, quello che importa è capire il personaggio e farlo parlare come deve parlare, capito? Perché io quante volte ho litigato con quelli che fanno parlare, per dire, due delinquenti che parlano tra loro e dicono “vorrei che tu mi dicessi…”, ma cavolo, ma mica so’ duchesse inglesi che prendono il tè, falli parlare come è giusto che parlino. Questa è una cosa difficile da capire, però bisogna anche capire l’atmosfera del film.
Grazie tante davvero, è stato elettrizzante! (Quest’ultima frase a Elettra non l’ho detta davvero, ma avrei voluto dirla e la aggiungo ora: adatto, diciamo, anch’io, il dialogo al contesto)
E qui è finita la nostra conversazione, attendo ardentemente la prossima, dove forse, proprio come due duchesse inglesi che prendono cappuccino e cornetto, ci ritroveremo a parlare di massimi sistemi mentre ad accompagnarci ci sarà Woody Allen in persona, col suo clarinetto, a ricordarci che forse una volta Benigni la colazione con uova e bacon l’ha fatta veramente, ma noi non ci crederemo mai!
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