Il meglio della selezione ufficiale di Ennesimo Film Festival 2026
La selezione di cortometraggi di Ennesimo Film Festival, giunto alla sua undicesima edizione, conferma ogni anno non solo grande cura e qualità ma anche la capacità di intercettare gusti e pubblici differenti, spaziando dalla commedia al dramma, da un realismo crudo in grado di raccontare storie importanti e stratificate dal punto di vista sociale, umano e politico, ad un cinema che esalta la potenza delle immagini attraverso un linguaggio più visionario, onirico e surreale. Il pubblico che ogni anno prende posto nella sala del Teatro Astoria di Fiorano Modenese è un pubblico affezionatissimo che si fida e affida totalmente a chi con cura sceglie i film e pianifica le attività collaterali, con cuore aperto, spirito inclusivo e sguardo fresco. A Ennesimo, insomma, si celebra davvero il cinema, si vedono film bellissimi e dopo la visione se ne parla insieme. L’anno scorso il film che ci aveva più colpito — il francese Alarms di Nicolas Panay, vincitore del Premio della Giuria — raccontava il dramma quotidiano di Pierre, responsabile di cantiere, costretto ad uno stato di allarme costante che fa del suo lavoro un vero e proprio mostro totalizzante e soffocante. Quest’anno è stato dato molto spazio allo sguardo femminile, tra storie di violenza, denuncia, repressione, lotta agli stereotipi e alle aspettative della società, ma anche desiderio e rivalsa. A vincere sia il Premio della Giuria che il Premio del Pubblico è stato il potentissimo Beyond the Silence della regista olandese Marnie Blok, primo di una serie che abbiamo selezionato per voi tra i venti cortometraggi in concorso ufficiale. Segnaliamo, inoltre, che molti dei corti presentati sono opera di autrici e autori under35.

Beyond the Silence (Marnie Blok, Paesi Bassi, 2025)
Con uno stile asciutto e minimale, Marnie Blok racconta una storia dolorosa attraverso immagini dai colori spenti, come quelli della stanza in cui si svolge. La protagonista è Eva, una studentessa e aspirante ricercatrice che si reca nello studio della preside dell’università, decisa a condividere con lei la rivelazione di molteplici abusi sessuali subiti da parte di un uomo in facoltà. Tra Eva e la preside c’è una forte barriera comunicativa su più livelli: non solo un divario generazionale e culturale che porta la seconda a minimizzare l’accaduto, ma anche il sordomutismo di Eva, che si interfaccia attraverso la preziosissima traduzione della sorella. Il “silenzio” patologico della protagonista si carica qui di un silenzio molto più grave e limitante, quello causato dalla paura di esporsi in un mondo ancora profondamente chiuso e incapace di agire di fronte alla violenza di genere. Davvero commovente la straordinaria interpretazione di Henrianne Jansen — qui al suo debutto cinematografico — nei panni di Eva.
Papya (Constance Delorme e Erwan Dean, Francia, 2024)
La nostra vera folgorazione di questa edizione del festival, uno dei cortometraggi più interessanti da noi visti negli ultimi anni che consigliamo fortemente di recuperare dove possibile. Diretto dai francesi Constance Delorme ed Erwan Dean, Papya è un piccolo horror visionario e profondamente misterioso, a tratti quasi lynchano, una visione certamente non facile ma molto affascinante. La prima immagine è quella di un piccolo uccello impagliato, maneggiato con cura da un uomo anziano nella penombra di casa sua, che sembra evocare le sensazioni inquietanti di uno spazio dimenticato da tempo. Una baita di montagna in disuso fuori stagione, un luogo in cui avviene segretamente qualcosa quando non c’è nessuno a guardare. Quest’uomo è un ornitologo, e anche nonno di quattro bambini che un giorno si recano da lui per trascorrere qualche giorno di vacanza. C’è qualcosa di molto strano che li riguarda, forse la passione del nonno per gli uccelli ha un che di particolarmente morboso, e le immagini di loro cinque insieme suggeriscono più l’idea di un pollaio in cui vigono incontrollabili leggi animali, più che di un sereno nucleo famigliare. Un evento inaspettato farà precipitare ulteriormente il soggiorno dei bambini in un gioco macabro in cui saranno loro a prendere le redini, trasformando la realtà secondo leggi misteriose e rituali di cui sembrano avere una certa sicurezza. La fotografia è cupa, il sonoro angosciante, la regia e il montaggio costruiscono sequenze di immagini surreali capaci di confonderci profondamente. Un finale triste e sospeso ci lascia sconvolti, interdetti, eppure estremamente ammaliati, come se avessimo appena assistito a qualcosa di oscuro e segreto.

A Emancipação de Mimi (Marcelo Pereira, Portogallo, 2025)
Palette blu, verde e oro per un’atmosfera sognante in cui si muove in modo timido, silenzioso ma decisamente convinto il piccolo Miguel. Nella piccola scuola portoghese che frequenta, lui e i compagni vendono calendari con l’immagine della Vergine Maria. Eppure, l’unica Maria che il piccolo Miguel prega ogni giorno è un’altra: anche lei è popolare, iconica e c’entra parecchio col Natale, ma il suo culto non si svolge esattamente negli stessi spazi. Il suo idolo è Mariah Carrey e Miguel farà il possibile per andare ad un suo concerto, a partire proprio da quei soldini ricavati dalla vendita di calendari mariani. Un film tenerissimo e godibile con una regia e fotografia molto curate.
Cucumber (Harald Furuholmen, Norvegia, 2024)
Il film si apre con la definizione di hikikomori, che introduce il protagonista di questa storia brillante, Shintaro, ispirata ad una persona realmente esistente. La sua vita è illuminata non dalla luce del sole ma solo da quella degli schermi, nei pochi metri quadri dell’appartamento buio, sporco e disordinato in cui vive. La sua routine viene improvvisamente sconvolta durante una fugace uscita all’esterno, quando viene intercettato dalla vicina di casa che compie l’impensabile gesto di regalargli un cetriolo. Da quel momento un vortice di ansia e paranoia lo costringe a tormentarsi su come ricambiare la gentilezza, con il suo complesso mondo interiore e le sue proiezioni mentali rappresentate attraverso il filtro di un’estetica VHS e immagini pixelate. Originale, divertente, ben scritto.

Daniel Van Den Berg is Dead (Ali Baharlou, Belgio, 2024)
Fino a dove può spingerci l’incubo della burocrazia? Terry Gilliam aveva provato a immaginarlo più di quarant’anni fa con Brazil. Senza ricorrere a tanta fantascienza, l’ha fatto anche il regista iraniano Ali Baharlou con questo bel corto in cui Daniel Van Den Berg viene erroneamente dichiarato morto dal sistema previdenziale, con conseguente sospensione della sua pensione. La bellissima fotografia dal colore giallo spento evoca un senso di asfissia e oppressione, mentre le lenti fish-eye distorcono radicalmente spazi e figure, provocando un senso di vertigine forse pari a quello del disgraziato protagonista nell’apprendere che dovrà svolgere un’estenuante sfilza di passaggi al limite della surrealtà per poter dimostrare di essere vivo e riconquistare la pensione. Un loop apparentemente infinito di operazioni e incontri sgradevoli a cui Van Den Berg si sottopone con rassegnazione, in un crescendo di angoscia che avrà un esito forse prevedibile ma affatto deludente.
Ovary-acting (Ida Melum, Norvegia, Svezia e UK, 2025)
Quale occasione migliore di un baby shower per somatizzare tutte le molteplici e possibili ansie legate al faticosissimo fatto di avere un corpo femminile? Seconda menzione speciale della Giuria a questo musical in stop-motion dai colori pastello, al cui centro vi è Eva, una donna di poco più di trent’anni che deve fare i conti con estenuanti pressioni sulla presunta necessità di riprodursi. L’ansia è tanta che Eva partorisce improvvisamente…. le proprie ovaie. Seguono momenti di confronto intensivo tra lei e il suo organo riproduttivo parlante — chiamata Ovy perché Uty suonava male — in cui cercano di decostruire insieme preconcetti, miti e dubbi legati alla maternità, ma soprattutto sulla libertà di scegliere ignorando chi ci mostra insistentemente l’orologio.
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