Chi ha paura dei Thunderbolts?
Kurt Busiek e Mark Bagley sono seduti in un bar a Burbank. Kurt dice a Mark «Ehi, è uscito un film sui Thunderbolts, hai visto». Mark risponde «Ah sì? E chi l’ha fatto entrare, tanto per cominciare?». La barzelletta non fa ridere e ve ne chiediamo scusa, ma è l’unica premessa veramente utile per capire Thunderbolts*. Sì, perché il film di Jake Schreier riassume perfettamente la natura ambivalente dell’impero di Kevin Feige e come ha detto qualcuno è “il film più MCU del MCU”. Un film che c’entra poco o niente col fumetto di provenienza, eppure risulta essere autenticamente fumettoso; un film che non guarda in faccia i creatori del fumetto originale, così come per i membri fondatori del team, eppure in una maniera un po’ furba riesce magari non a recuperare, ma quantomeno a citare lo spirito del fumetto del ’97 ovvero: “diamo una seconda possibilità a questi sfigati“.
C’era legittimamente molta paura attorno a un film che di certo non faceva ben sperare, vuoi per i suoi personaggi di second’ordine, vuoi per il regista semisconosciuto (altro tratto caratteristico dei Marvel Studios) o anche solo perché ormai i film del MCU sono come la tesina di maturità: se fatti bene hanno semplicemente fatto il loro dovere, se fatti male sono uno spreco. Lo diciamo chiaramente, Thunderbolts* rientra meritatamente nel primo gruppo, ma resta inspiegabile e quasi preoccupante il clamore con il quale questo film è stato accolto, un clamore registrato da Rotten Tomatoes con un voto che al momento sfiora quasi il 90% per la critica e che lo supera di molto per il pubblico.

In parte action movie, in parte commedia, in parte thriller spionistico, Thunderbolts* riesce discretamente in tutte le sue parti senza mai eccellere veramente in nessuna di esse. Certo, c’è di peggio e il film sembra esserne consapevole – adorabili le frecciatine alla Distinta Concorrenza – ma ogni parte riuscita del film è comunque un reimpasto di qualcosa che nel MCU si è già visto, rivisto e spesso e volentieri fatto meglio. Partiamo dall’assemblaggio della squadra, ovvero la classica banda di reietti che si trova costretta a unire le forze per sopravvivere: dinamica già esplorata ampiamente coi Guardiani della Galassia. Bella e ben concepita una scena che sembra un omaggio più o meno volontario a Le Follie dell’Imperatore, ma dire che i legami tra i personaggi siano convincenti è difficile.
I combattimenti sono tra i migliori mai coreografati dai Marvel Studios, ma durano poco e nella seconda metà sono quasi del tutto assenti; siamo lontani insomma anche dal ritmo action al quale ci aveva abituato Captain Ametica: The Winter Soldier. Infine, almeno per quanto riguarda le note veramente dolenti, c’è la questione visiva. Lo sappiamo, nonostante i fantastiliardi guadagnati, i capitalisti di Burbank tendono a risparmiare sempre in fase di realizzazione tramite la post-produzione, ma laddove una volta il risparmio stimolava la creatività degli artisti, adesso sembra che la tendenza sia quella di riempire le scene con una CGI posticcia, ancora più del solito almeno. Una sorta di “smarmella tutto” ma coi fondali. E tutto questo contribuisce a dare al film un’atmosfera di poca cura quando non di disinteresse totale verso la storia che si vuole raccontare.

Ed è un peccato perché la storia a ben vedere è molto bella, di sicuro tra le dieci migliori mai raccontate in 17 anni di Marvel Studios. Una storia sul peso dei segreti, sulla solitudine esistenziale e la depressione, un vero e proprio “vuoto” che ci divora dall’interno. Ma anche nelle scene più concitate o gravide di gravitas manca quel tocco di autenticità che ci fa entrare in empatia con i vari personaggi. Lewis Pullman è potenzialmente un Bob Reynolds molto convincente, ma lo spazio concessogli è relativamente poco per la profondità del personaggio che deve interpretare. Bob fa tenerezza, Sentry fa sorridere e Void è inquietantemente potente, ma non potentemente inquietante. E anche per quanto riguarda gli altri interpreti il discorso cambia poco. Sia chiaro, nessunə interprete è veramente sprecatə ma neanche sfruttatə appieno. Ogni personaggio è indagato poco sotto la superficie e l’esempio più lampante è John Walker, un insopportabile soldatino obiettivamente ben scritto eppure non così odioso come in The Falcon & The Winter Soldier. Semplicemente un bamboccione idiota con una malsana passione per il mondo militare, come buona parte dei teenager bianchi medioborghesi USA, che sono una fetta importante del pubblico di questi film.

Per fortuna c’è Florence Pugh che non manca mai di farci sapere quanto a suo agio si trovi nei panni di sé stessa. La generazione Z ha la sua eroina ed è disillusa, apatica e schiava insofferente di un mondo del lavoro basato sulla performatività a tutti i costi. E quel mondo – quello sì – è splendidamente incarnato da Julia Louis-Dreyfus e la sua Valentina Allegra de Fontaine. Era da tempo che non si vedeva una costruzione così ben architettata di un personaggio introdotto a spizzichi e bocconi tra film e serie TV, per poi deflagrare benissimo in un film con lo spazio e l’approfondimento dovuti. Il personaggio di Valentina nel MCU è particolarmente riuscito non solo per l’innegabile carisma della sua interprete, ma anche e soprattutto perché la sua backstory, pur citando apertamente sia i fumetti classici che quelli Ultimate, è ricalcata su quella di figure antidemocratiche del deep state americano come Allen Dulles (se non sapete chi è, scopritelo qui) ed è forse anche per questo che risulta così credibile come villain e non una semplice copia dell’Amanda Waller della DC.

Il pubblico aveva paura dei Thunderbolts per la loro potenziale insignificanza, i fan dei fumetti (a ragione) per la totale noncuranza del materiale originale e i Marvel Studios probabilmente perché non sapevano che farsene di tutti quei personaggi secondari e un po’ narrativamente anarchici introdotti qua e là. Alla fine hanno vinto Valentina e Kevin Feige, arrivando forse frettolosamente, ma in maniera molto intelligente a dischiudere il significato di quel criptico asterisco. Thunderbolts* è un’ottima conclusione di tante trame lasciate in sospeso e un discreto punto di inizio per altre. È molto forte sui temi, più che discreto nella scrittura e sopra la mediocrità per quanto riguarda la messa in scena. Insomma, se fosse l’episodio finale crossover di tante serie TV di un universo condiviso mancherebbe poco per gridare al capolavoro. Ma siccome è il film finale della Fase 5 del Marvel Cinematic Universe ci appare semplicemente come una conclusione in linea con la disorganicità qualitativa di una fase obiettivamente contraddistinta da alti (Guardiani della Galassia Vol 3 e Deadpool & Wolverine) e bassi (degno di nota solo il migliore tra essi, ovvero il terzo Ant-Man). Thunderbolts* è in buona sostanza un film carino, forse anche più che carino ma – almeno fino alla seconda scena post-credit – non esaltiamoci troppo e inutilmente. Per quello basta già Red Guardian.
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[…] risulta così credibile come villain e non una semplice copia dell’Amanda Waller della DC.» da Chi ha paura dei Thunderbolts? pubblicato il 4 maggio […]