Perché LOL non ci fa (più) ridere
ATTENZIONE: la recensione contiene spoiler sulla stagione 5 di LOL – Chi ride è fuori | È arrivato alla quinta stagione l’adattamento italiano del format messicano Amazon LOL – Last One Laughing, che da noi porta il sottotitolo Chi ride è fuori. Il meccanismo semplicissimo nella prima stagione ha mostrato un enorme potenziale grazie al curato lavoro di scrittura attraverso il montaggio e all’attenta selezione del cast, tra vecchie glorie e nuovi (ipotetici) talenti per una gara tutta sceneggiata a scopo benefico. Eppure presto qualcosa si è rotto, tra la penuria crescente di talenti (quando si arriva a pensare un talent, è finita), la ripetitività delle meccaniche sottese alla risata e una fretta nel confezionamento degli episodi da risultare nella sciatteria.

Con questa quinta stagione – che porta con sé l’oblio quantomeno delle ultime due – è tutto talmente evidente da diventare metadiscorsivo: Andrea Pisani (uno dei personaggi migliori della gara, e questo dice tutto) si lancia in un dissing a metà stagione che dice chiaramente quanto il fondo del barile sia stato raschiato e sottolinea come il più al sicuro dall’uscire dal gioco sia ormai lo spettatore, totalmente esente dal ridere lungo tutti e sei i segmenti del concorso. Ma questo non va imputato solamente al cast, che riempie posizioni ormai consolidate all’interno di un meccanismo formale ricorsivo, ma proprio alla rottura del meccanismo stesso, incapace di incaricarsi dell’effetto comico sotteso al funzionamento del gioco.

Il ruolo chiave dovrebbe qui essere quello dei conduttori, che osservando il gioco dall’esterno – e condizionandolo – si fanno veicolo della posizione spettatoriale, inducendo e suggerendo la risata. Ecco, decaduta la presenza di Fedez e scomparso nel nulla Frank Matano, i nuovi arrivati Pintus (ottimo concorrente al primo giro) e Siani semplicemente non funzionano, non sono credibili e men che meno spontanei, sicuramente non aiutati da un montaggio che li incastona nella continuità del gioco senza riuscire a coincidere con l’andamento ritmico dell’azione. Tutto il ruolo formalmente liberatorio della control room va qui a perdersi diventando un disturbo parallelo incapace di commentare sul serio quanto accade nel gioco.

Non aiuta poi la ripetitività delle posizioni dei personaggi: Raul Cremona ed Enrico Brignano dovrebbero essere i “maestri comici” (come furono Guzzanti o Frassica in precedenza), Geppi Cucciari la Finocchiaro/Raffaele di turno, Flora Canto dovrebbe sostituire Brenda Lodigiani, Cassissa è la quota youtuber ecc., ma in questa necessità di riempire posizioni a prescindere dalle dinamiche tra le persone ha portato a un circuito senza tensione, dove ci si dimentica dei personaggi finché non vengono costretti a fare qualcosa apparentemente senza una direzione precisa. Il massimo di questo svuotamento coercitivo si ha con Massimo Bagnato (ditelo pure: chi?) che prende il posto di ospite disturbatore che fu di Lillo e di Maccio Capatonda, chiaramente senza alcuna speranza di reggerne il confronto. E la cosa davvero snervante è che la serie stessa lo sa, lo dice e lo mette in forma in un cortocircuito che diventa penoso.

Come ormai prevedibile tradizione, la stagione è vinta dal concorrente che più di tutti si è tenuto laterale all’azione fino alle ultime battute: Federico Basso, il più a suo agio con la gestione dei ritmi anche quando questi non ci sono, che spartisce il premio con Geppi Cucciari – annoiata dall’inizio alla fine – dimostrando che il miglior modo per vincere a LOL ormai è non partecipare. E questo lo capisce anche lo spettatore, che è sempre più escluso da un gioco non più pensato per coinvolgere, ma verosimilmente per accumulare materiale interno a Prime Video: il merito più grande del programma è infatti l’aver dato il via ad un filone di produzioni italiane all’interno di Amazon che hanno dato risultati da non trascurare.

Arrivati infatti ad una tale insignificanza nell’intrattenere, va cercata una ragione della persistenza di LOL che non sia semplicemente il suo bassissimo costo produttivo. È infatti attraverso la scrittura in sottrazione applicata col montaggio del gioco che Prime Video ha potuto mettere a fuoco spunti identitari come il Posaman di Lillo o la doppia dimensione personaggio/persona di Maccio Capatonda, entrambi tradotti in prodotti seriali dalla notevole riuscita: le due stagioni di Sono Lillo e la prima di Sconfort Zone (dopo il film Il migliore dei mondi) sono infatti ottime traduzioni a misura di produzione nazionale di un universo transmediale che poggia sui volti comici che hanno attraversato LOL. Risulta difficile immaginare cosa possa scaturire da questa quinta tornata dell’ormai inesistente gara – che negli anni ha anche inflitto al pubblico cose come Before Pintus e Prova prova sa sa – ma restiamo fiduciosi: in passato Netflix coi cetriolini ha fatto miracoli.
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