Siamo sadici se ci piace The Traitors – Italia?
Se c’è un gioco che da sempre minaccia gli equilibri di ogni gruppo di amici è Mafia, conosciuto anche come Lupus in Fabula, che si basa proprio sul distruggere la basa di ogni rapporto: la fiducia non può esistere di più perché la persona che hai davanti sta interpretando un ruolo deciso per lei dal Master, e come tale, potrebbe ucciderti, difenderti o accusarti di crimini, indipendentemente dalla tua innocenza.
È un gioco di intuito, di investigazione basata su minuzie o su voli pindarici senza il minimo fondamento, uno sguardo o un rumore nel momento meno opportuno può bastare per sentenziare la morte ludica di un giocatore. Per vincere è necessario un misto di beffarda astuzia e di ingenuità altrui. Non stupisce per la quantità di intrighi e tradimenti che lo contraddistinguono e anche per il suo assomigliare molto a La Talpa che da passatempo per superare la noia si sia trasformato in un reality dal titolo The Traitors (letteralmente I traditori) che lentamente sta invadendo tutto il mondo.
Nato come De Verraders nel 2021 in Danimarca, il format ha conquistato l’attenzione globale con il suo approdo in Inghilterra sotto la guida della presentatrice Claudia Winkleman – descrivibile come l’alter-ego emo di Milly Carlucci (abbronzatura sempre arancione, capelli neri e dritti, una frangetta spessa che le copre gli occhi evidenziati da centimetri di matita nera) – seguito a ruota dall’ovvio adattamento americano, sempre girato negli Highlands scozzesi, con un carismatico Alan Cumming.

Seguendo l’esempio di altri reality come lo stesso Grande Fratello, The Traitors può presentare a seconda delle stagioni un cast composto da gente qualunque oppure dalla lista più casuale di celebrità che sia mai stata concepita dalla mente umana. Può variare il paese, ma il setting rimane un castello, possibilmente in montagna o comunque circondato dal verde, che dia al tutto i toni di un murder mystery degno di Agatha Christie.
In questo luogo sono riuniti dai 14 ai 18 partecipanti tra i quali sono scelti in gran segreto dei traditori (solitamente tre) che durante le notti si riuniscono in conclave per decidere chi “uccideranno”. Il loro scopo è quello di non essere scoperti dai leali, mentre gli altri combattono per smascherarli durante le combattute tavole rotonde. Non si tratta di vedere vincere il bene o il male, ogni giocatore segue le proprie regole e lavora per il suo bene, prima che per quello della sua fazione. The Traitors è una comfort zone dove poter pugnalare chiunque in nome della legge dello spettacolo ed è questo a renderla un fenomeno mediatico, capace di generare non solo uno share simile a quello della prima serata di Sanremo, ma anche tutta una serie di merchandising come calendari, giochi di carte, pigiami, mantelli, biglietti di auguri o un gilet di maglia realizzato su richiesta alla modica cifra di 347 euro.

Nonostante questi precedenti potessero far ben sperare per un grande successo in prime time su qualsiasi delle reti generaliste, The Traitors è arrivato in Italia su Prime Video, seguendo il successo travolgente di LOL – Chi ride è fuori, in una mini-stagione (solo 6 episodi contro i 9/12 tradizionali) rilasciata nel giro di due settimane concentrando quanto più possibile l’attenzione mediatica. Complice un lancio in pompa magna con parata di incappucciati per le strade di Milano e un’esperienza interattiva a Lucca dove provare in prima persona il brivido della tavola rotonda, in un periodo in cui l’attenzione sembra essere sempre più passeggera, il reality sceglie di condensarsi per cavalcare l’onda promozionale e soddisfare rapidamente lo spettatore più curioso. Se questa sarà una scelta funzionale nel lungo termine (per LOL difatti è funzionata per le prime due stagioni prima di vedere diminuire l’engagement social) sarà il futuro assicurato della serie a dircelo, ma per il momento, anche grazie a un finale sorprendente, sembra una scommessa vinta.
Per introdurre il format in Italia (in Italia non sono disponibili legalmente le stagioni straniere, fatta eccezione di quella indiana, anch’essa una produzione Prime Video), The Traitors – Italia parte da un cast di nomi o meglio visi noti a diverse fette del grande pubblico: se Paola Barale, Rocco Tanica, Filippo Bisciglia, Michela Andreozzi e Aurora Ramazzotti sono indubbiamente i nomi più facilmente riconoscibili, vi è spazio anche per attori amati da un pubblico più giovane quali Giancarlo Commare e Alessandro Orrei, volti della serialità – vedi Yoko Yamada, Raiz e Mariasole Polio – o celebrità digitali come Tess Masazza, Dany Resconi e Pierluca Mariti. Il personaggio di spicco della stagione è tuttavia – proprio perché palesemente più avvezzo alle dinamiche del gioco – il ballerino Giuseppe Giofrè, scelto come traditore insieme a Mariasole Polio e Rocco Tanica, che da solo è capace di manipolare più volte l’opinione dei leali e il corso della competizione.
Rispetto allo standard della prima stagione inglese di The Celebrity Traitors, conclusasi anch’essa giovedì 6 novembre, i nomi del cast sono indubbiamente meno notiziabili. Oltremanica possono contare ad esempio su Stephen Fry, Jonathan Ross, Alan Carr, Celia Imrie e Tom Daley, che nel contesto italiano equivarrebbe ad avere Christian De Sica, Gerry Scotti, Cristiano Malgioglio, Milena Vukotic e Gregorio Paltrinieri nello stesso posto. Se la caratura di The Traitors – Italia può risultare minore (sulla carta tranne Paola Barale e Rocco Tanica mancavano anche i possibili fattori “zizzania”), l’intrattenimento, il fattore di gran lunga più importante, non ne risente, anche se il ritmo eccessivamente veloce della stagione permette una conoscenza a malapena superficiale dei concorrenti, spesso costretti come Yoko Yamada a un’unica monotona battaglia che portano avanti fino alla fine.

La scelta per la conduzione è ricaduta su Alessia Marcuzzi, che nei primi episodi si getta in un’imitazione forzata della cupa teatralità di Claudia Winkleman – specialmente quando minaccia di gettare per terra le foto dei concorrenti eliminati – e che solo nel corso degli episodi inizia a trovarsi più a suo agio nel ruolo di maestra di cerimonie. La fedeltà al format porta The Traitors – Italia a mantenere i limiti originali: le sfide per aumentare il montepremi in palio appaiono sempre di più come dei goffi riempitivi tra una tavola rotonda e un conclave, con l’obiettivo secondario di far vedere le bellezze del territorio ospitante. Merita una menzione speciale il gioco con la balestra nell’episodio 3, uno dei più grandi fallimenti mai registrati nella storia di The Traitors, che finisce per essere annullato da una ricompensa improvvisa offerta dalla bontà divina di un leale (e della produzione).
Pur essendo una novità d’importazione, The Traitors può imporsi facilmente nello scenario italiano per la sua innata familiarità: oltre a La Talpa, il reality che ricorda più da vicino, colma anche il vuoto lasciato da Temptation Island, portando sullo schermo continui tradimenti e le loro evidenti conseguenze a catena sul microcosmo della trasmissione. Conosciamo persone fedifraghe, che si nascondono dietro una bugia pur di non ammettere la loro vera natura, ma The Traitors porta il tutto all’esagerazione, mettendo in palio la “vita” stessa dei concorrenti in gara, e il pubblico da casa, protetto dallo scudo della televisione, può immedesimarsi in quella complicata improvvisazione teatrale – perché alla fine di quello si tratta – scegliendo il ruolo che preferisce senza paura di essere giudicato. Come racconta Alessia Marcuzzi in apertura alla prima puntata, “questa è una storia di inganni e tradimenti” dove bisogna essere “bravi a difendersi dalle pugnalate” e se per il pubblico il mistero dei traditori è svelato fin da subito, rimane il sadico piacere di vedere i leali brancolare nel buio tra accuse, silenzi e parole a sproposito. È come assistere alla riunione di condominio di un altro edificio, uno spioncino sicuro su una iperrealtà che forse dice più su di noi umani di quanto vorremmo ammettere. È grande televisione (e con qualche aggiustamento può solo migliorare), ma è anche e soprattutto una risposta alternativa al bisogno impellente di ogni essere umano di spettegolare con le sciure del paese al bar.
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