Smarginare la scena – Intervista a Lorenzo Tombesi di PoEM
Al Teatro Stabile di Torino, il 2025 è cominciato con il nuovo spettacolo di Gabriele Vacis e Poem (Potenziali Evocati Multimediali), Antico testamento. Tra i dodici attori in scena, e co-autore della drammaturgia, anche Lorenzo Tombesi, con cui a partire dallo spettacolo abbiamo provato a gettare luce su una processualità specifica da sviluppare, per un nuovo modo di fare teatro.
Dopo un ciclo di spettacoli dedicato alla tragedia attica (Prometeo, Antigone e i suoi fratelli e Sette a tebe), Antico testamento segna per PoEM e Gabriele Vacis la prima tappa di una Trilogia dei libri che proseguirà con Nuovo testamento e Corano. L’impressione è che sia in corso un progetto di ricognizione archeologica a medio-lungo termine, in un confronto con testi fondativi per la nostra cultura. Quanto il confronto con testi del genere è frutto di incontri incidentali, di intuizioni, e quanto invece di un preciso intento programmatico? Riuscite già a immaginare cosa c’è dopo i Libri, passando in rassegna la Storia umana?
Di solito funzioniamo così: qualcuno ha un’intuizione, in questo caso è stato Roberto Tarasco che ha detto: facciamo la Bibbia. Ma nessuno di noi aveva la minima idea di che cosa avremmo parlato, che storie sarebbero venute fuori e perché. Lui compreso. Comincia l’avventura, leggiamo Genesi, Esodo e così via, e in mezzo a quelle parole troviamo le ragioni. Non è mai che “ho un’idea perché voglio dire questo”. Ad un certo punto avviene la magia: quello che dice il testo e quello che avresti potuto immaginare di volere dire, sono la stessa cosa. E no, non sappiamo ancora che cosa verrà dopo. Immagino che qualcuno un giorno si alzerà in piedi e griderà: «Facciamo… Alla ricerca del tempo perduto!». Qualcuno risponderà «Ma tu sei pazzo», poi cominceremo a lavorare.
Pur non essendo le tragedie dei “testi sacri”, potremmo perlomeno definirle “sacrali”, in quanto legati a una certa ritualistica, a una tradizione cultuale. Nel vostro teatro (negli spettacoli in senso stretto ma anche nelle vostre pratiche extra-spettacolari) si respira sempre un’atmosfera liturgica, per quanto ibridata con elementi pop, per quanto messa continuamente in discussione da momenti di rottura, per esempio della diegesi o della quarta parete. Cos’è sacro per voi? C’è qualcosa che non si può rompere, o che non si rompe mai per quanto ci proviate?
Il teatro ha tre fonti: il gioco, la narrazione e il rito. E c’è del sacro in ognuna di queste. Il training e la costruzione di uno spettacolo sono momenti che qualcuno ancora considera privati, delicati: e in effetti lo sono. Ma quello che noi cerchiamo di fare, sempre di più tra l’altro, è aprire le porte al training e alla costruzione dello spettacolo. La pratica della schiera, o respiro comune, è necessaria a creare un luogo, un ambiente in cui possa accadere qualsiasi cosa. Capita spesso che si pianga, si rida, ci si arrabbi: tutto è concesso, se l’ambiente costruito è sicuro. E se qualcuno resta fuori e guarda, nel rispetto di chi sta praticando, non è un nemico, anzi, può essere d’aiuto: aiuta a ricordare che quello che si sta facendo (per quanto doloroso possa essere) ha uno scopo chiaro, che non è la risoluzione di drammi interiori ma uno spettacolo, arte. La cura non è il fine, è il percorso. Questo garantisce che la pratica che sembra “sacra”, e lo è, non diventi rigida, non diventi fanatismo. È fondamentale che qualcuno all’interno del gruppo costruisca sacralità ma è altrettanto indispensabile che qualcun altro la “tradisca”, che qualcuno faccia il tempio e qualcun altro lo saccheggi: è la vita quella, è il teatro. Per cui, tutto si rompe.

Questa “apertura” al saccheggio, nel vostro fare teatro, è evidente fin da prima che inizi un vostro spettacolo: mi riferisco per esempio all’assenza di quinte, al vostro essere già (da sempre) sul palco, a un certo utilizzo della luce. Come concepite la “scena”, i suoi margini?
La luce è accesa perché gli attori possano realmente parlare con il pubblico. Il teatro non avviene sul palcoscenico, ma all’interno dell’edificio “teatro”. Il pubblico è parte attiva, partecipa allo svolgimento se gli attori sono capaci di considerarlo. In Grecia gli spettacoli avvenivano in pieno giorno, il Globe aveva il buco sul soffitto perché ci fosse luce. Il buio è arrivato in teatro quando si è messo a gareggiare con il cinema. Prima non c’era bisogno di abbattere nessuna quarta parete, perché semplicemente non c’era. Iago parla con il pubblico, Romeo anche, e poi gli a parte goldoniani: Joe Wright lo sa. C’è qualcuno che ogni tanto nelle recensioni scrive: «Tutto bello, tutti bravi, però queste luci… siamo a teatro, buio in sala!», ma non è vero – quello è il cinema. Per quanto riguarda lo spazio vuoto, le quinte smontate: è che il teatro spoglio è un fatto. Quello che facciamo è affidato ai corpi e alle voci, alle storie degli attori, tanto che il resto sembra superfluo, descrittivo, mimetico. I pochi oggetti che utilizziamo servono a costruire immagini: i coltelli sulle aste dei microfoni, gli elastici che ricordano le frecce durante una battaglia, il velo di plastica che passa sul pubblico, sono immagini. Per questo siamo sempre sul palco: entrare ed uscire dalla scena significherebbe che c’è una scena e un altrove, non è così. Se la scena avesse margini allora non sarebbe vero che il teatro è “qui ed ora”, no?

Si accetta il buio, in cui ci si rifugia deresponsabilizzandosi, aspettandosi una risposta da chi o cosa è in scena: «Rispondimi, dimmi il tuo essere in luce». In Antico testamento, una luce accecante investe tanto gli spettatori quanto voi in scena. È un reset oculare, un’ingiunzione a ripartire guardando con occhi proattivi e curiosi, al cammino nomadico. Qui uscirei volentieri dal buio che attanaglia l’intervistatore in attesa della venuta messianica della risposta dell’intervistato: ti chiedo qualcosa che non si deve e non si può chiedere, ossia di lasciare uno spazio vuoto, o di domandarti qualcosa e risponderti da solo. Io mi prendo una pausa emancipazionale.
Quando cominciamo a lavorare ad uno spettacolo, tiriamo fuori dal testo delle domande. Faccio un esempio: una domanda che potrei farti, a partire dall’Antigone di Sofocle potrebbe essere «Quando hai trasgredito la legge?». E allora mi racconti una tua storia. Approfitto dello spazio vuoto che mi hai regalato per fare due domande, a te e a chi leggerà: quando hai subito violenza? Quando hai fatto violenza?
Lasciamo che sia una ferita a (lasciare lo spazio di) rispondere:
[…]
Hai parlato di cinema. Nello spettacolo, tra i tanti riferimenti a testi esterni, sono molti i rimandi cinematografici: da Lanthimos allo Spielberg di The Fabelmans. Ci sono film – se possibile – meno morti di altri? Ci sono cinema con un buco sul soffitto?
Quando Carmelo Bene diceva che tutto ciò che passa su uno schermo è morto, qualcuno si offendeva. Adesso trascorriamo davanti a uno schermo gran parte del nostro tempo, e questo non riguarda i cinefili, riguarda tutti. L’immagine “morta” ci riguarda tanto quanto l’immagine viva. E poi a me i morti sono sempre piaciuti; quando ero piccolo mio padre mi portava spesso al cimitero, era una delle mie attività preferite. Quel silenzio c’è solo lì, è pieno di roba se l’ascolti. Passa il tempo e anche i morti più cari ci sono indifferenti, ma ai morti, noi, non siamo indifferenti mai. In verità, il cinema mi sembra più vivo che il teatro, capita spesso a teatro di vedere recitare i morti, decorporati, mummie: quello fa impressione. Per quanto riguarda la seconda domanda: una sera d’estate ho visto Roma di Cuarón al cinema all’aperto e sui titoli di coda ha cominciato a piovere. Qualcuno è scappato, in tanti siamo rimasti: è stato così bello che sembrava quasi teatro.
La domanda posta dal sottotitolo di Homo deus era «come finirà la storia»? Anche in Antico testamento c’è un forte sentore d’apocalisse. Come immagini la fine del mondo, o anche solo di questa conversazione? Hai voglia di dire qualcosa di definitivo?
Potrei dire che questa conversazione non finirà perché non è mai cominciata, e rotolarmi su me stesso. Di definitivo non so dire niente, sono uno che cambia spesso idea.
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