The Witch – 10 anni di un classico del genere
Quando, nel 2015, The Witch fu presentato per la prima volta al Sundance Film Festival, non si parlava ancora diffusamente di elevated horror. Eppure qualcosa stava cambiando nell’industria del cinema dell’orrore di quegli anni. Qualcosa che andava al di là di etichette più o meno pretestuose e che vedeva in titoli apripista come It Follows di David Robert Mitchell l’emergere di una sensibilità tutta nuova.

Formalmente più ricercati, apparentemente lontani dall’offerta mainstream del periodo e capaci di dialogare nuovamente col contemporaneo, attirando a sé anche fette di pubblico fino a quel momento estranee o quasi al cinema di genere, questi nuovi titoli cominciarono a moltiplicarsi girando i festival di mezzo mondo. Nell’arco di qualche anno sarebbero arrivati, tra gli altri, autori come Ari Aster e Jordan Peele, ma al momento della sua uscita, The Witch – storia di una famiglia puritana nel New England del ‘600, scacciata dalla sua comunità e ben presto soffocata da un Male intriso di pregiudizi, paranoia e suggestioni soprannaturali – parve davvero qualcosa di nuovo e sorprendente. Un film, come il suo autore, portatore di una cinefilia nuova, dallo stile già muscolare (sebbene ancora lontano dalle sue derive più formaliste) ed estremamente consapevole, in grado di giocare intelligentemente sul confine sottile tra realtà e soprannaturale.

Del resto, alla luce dei suoi film successivi, è indubbio come l’esordio di Eggers dica già tanto, forse tutto, sul suo autore. Sulla sua poetica, i suoi vezzi e un approccio al genere destinato a polarizzare sempre più il dibattito. Un approccio filologico, tanto nei confronti della storia del cinema, le cui immagini vengono omaggiate/riesumate dall’autore con sguardo quasi conservatore (sin dall’uso del formato 1.66:1, quello di tanti horror della Hammer), quanto in quelli del folklore e del mito (A New England Folktale, non a caso, è il sottotitolo originale del film).
È così che alla cura maniacale per il dettaglio e ai riferimenti, espliciti o meno, a tanto cinema del passato, si accompagna, nel regista, un interesse nuovo per la materia trattata. Dall’amore per il cinema in costume (e per i costumi sociali delle varie epoche raccontate) all’attenzione per la lingua e il linguaggio, dalla ricerca sulle fonti a una cura estetica e formale insolita per prodotti di genere non esplicitamente d’autore, il cinema di Eggers pone le basi, già con The Witch, per farsi immediatamente riconoscibile.

Al centro, al cuore di questo sistema e dei film che lo popoleranno, il rapporto con l’irrazionale e la superstizione. Dieci anni prima che Nosferatu irrompa nelle sale col suo carico sfacciato di desideri repressi e irrazionalità, è già la superstizione, infatti, a causare lo sfascio del focolare domestico di The Witch. Una superstizione che si fa tutt’uno con la fede e la paranoia, facendo emergere l’inadeguatezza dei protagonisti di fronte all’ignoto. In questo contesto il soprannaturale, per Eggers, non diventa così altro che il grimaldello per scardinare le debolezze della famiglia e di una società oppressiva e preda dell’integralismo.

Come sarà per la Ellen Hutter di Nosferatu, la Thomasin di Anya Taylor-Joy subisce il pregiudizio di un mondo che la soffoca con le sue norme e i suoi dettami, creando il terreno fertile per un Male pronto a sedurla e che, in prima istanza, nasce (anche) da dentro di lei. Un Male che, già qui, è la personificazione stessa di un desiderio che, lentamente, inizia a emergere. Un’entità che viene da fuori, da una natura che pare inconciliabile con l’umano, ma a cui serve un aiuto per entrare, un varco attraverso il quale insinuarsi nelle menti e nei cuori di individui tormentati e isolati.

Una dinamica che in The Witch non ha bisogno di essere esplicitata ma che si serve della forza delle sue immagini, non solo formalmente rigorose ma anche estremamente evocative, per emergere. Attraverso un ritmo lento, che rifugge i jumpscares e ritarda la comparsa dell’elemento fantastico solo per poi farlo esplodere inesorabilmente in un finale liberissimo, Eggers, per la prima volta, racconta così – con un occhio a Dreyer e uno al Weir di Picnic ad Hanging Rock, ma anche con suggestioni prese di peso da The Village e Antichrist – dell’irrompere delle pulsioni e dell’ignoto in una società impreparata a riceverli o comprenderli. Regalandoci un film che, a distanza di dieci anni e al di là delle successive e più divisive prove del suo autore, è già un classico.
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