Better Man – Che il biopic riparta dalle scimmie
Chi è Robbie Williams?
Una pagina Wikipedia risponderebbe a questa domanda elencando i 77 milioni di album venduti, i 18 Brit Awards che ha in casa e il suo contratto discografico con EMI del valore di 80 milioni di sterline, il secondo contratto più redditizio della storia della musica dopo quello di Michael Jackson per Sony. Una persona europea sopra i 30 anni piangerebbe sulle note di She’s the One o di Angels o ricorderebbe con malinconia il suo periodo nei Take That.
Per rispondere a questa domanda, che accompagna i titoli di testa di Better Man, il biopic a lui dedicato, Robbie Williams sceglie di elencare i termini poco lusinghieri con cui è stato chiamato per tutta la sua carriera: stronzo, narcisista, faccia da schiaffi, coglione di merda e altri termini inglesi difficilmente traducibili in italiano. E se “tutte queste cose sono fondalmente vere” come annuncia, il film rappresenta per lui l’occasione di mostrare al mondo come si vede davvero e la risposta è un primo piano su una scimmia.

(Necessario disclaimer zoologico: sarebbe più corretto parlare di uno scimpanzé, essendo questi privo di coda, ma per coerenza con quanto detto da Gracey e Williams nelle interviste, useremo la parola “Scimmia”)
Nel film-confessione sulla sua sua vita e carriera, Robbie Williams è difatti una scimmia in CGI, interpretata sul set da Jonno Davies e poi trasformata dallo studio di effetti speciali Wētā FX (proprio quello di Peter Jackson), che ha lavorato – non per ironia della sorte – sul franchise de Il pianeta delle scimmie.
Nella mente di qualsiasi persona ora sorgerebbe spontanea un’altra domanda, forse più fondamentale di quella precedente: perché una scimmia? Il regista Michael Gracey, che ha sempre definito il primate come la ragione che lo ha spinto a realizzare il film, ha deciso di prendere troppo sul serio le parole di Williams, quando questi si descriveva come una scimmia ammaestrata dallo show business. In un’intervista per The Independent ha raccontato che si trattava anche di un modo per provocare il pubblico: “Penso che le persone provino più pena per un animale che soffre che per un umano. Non c’è nulla di glamour in una scimmia che sniffa cocaina, anzi è triste e sgradevole. Vorresti non vedere niente di simile”.
(Altro necessario disclaimer: l’origine della scimmia potrebbe trovarsi anche nella stessa discografia di Williams, che nel 2002 pubblicò una canzone dal titolo Me and My Monkey, incentrata sulla sua dipendenza dalla cocaina. Per qualche misteriosa ragione questa non è inclusa nel film)

La scelta non è mai davvero spiegata diegeticamente, al contrario di quanto fa Pharrell Williams all’inizio di Piece by Piece, il suo biopic fatto di mattoncini Lego, e Gracey sceglie di non interrompere mai la simbiosi tra scimmia e Williams, mentre tutti gli attori che circondano il protagonista, persino i suoi genitori, sono interpretati da umani. La rimozione dell’interprete-imitatore della, spesso una strada spianata per gli Oscar anche nel caso di film poco ispirati (si veda Rami Malek con Bohemian Rhapsody), e la sua sostituzione con un alterego plasma non solo la possibile percezione della storia da parte del pubblico, ma anche i limiti di quello che il biopic può raccontare.
Persino la struttura più classica del genere, quella del successo-caduta-rinascita (si veda anche Rocketman, prodotto dallo stesso Gracey), diventa grazie a una scelta così audace e anti-commerciale un terreno fertile per la decostruzione della celebrità, specialmente in un momento dove lo sovrasfruttamento di artisti giovanissimi da parte dell’industria musicale inglese è tornato sotto i riflettori dopo la morte di Liam Payne dei One Direction. L’ingresso di Williams di Take That è l’opportunità di avvicinarsi ai cantanti che suo padre amava imitare davanti alla televisione, ma anche il suo ingresso in un macello, dove contano solo la produzione continua e disumana e la competizione per gli occhi dei fan. La fama in Better Man è sempre accompagnata dal fallimento e dal dubbio, personificati da delle scimmie che interpretano a loro volte alcune delle maschere che il cantante ha indossato in passato per sopravvivere.

Seguendo le orme di Rocketman ma con una maggiore libertà scenica, Better Man, in sala dal 1 gennaio con Lucky Red, prende le canzoni di Williams e le semina sulla sua vita per renderle un potente megafono emotivo. Gracey, al contrario di altri registi di musical al giorno d’oggi (ogni riferimento a Jon M. Chu e al suo lavoro su Wicked non è puramente casuale), non ha il timore di sognare in grande e per la sequenza di Rock DJ è arrivato addirittura ad occupare Regent Street, uno delle strade più trafficate di Londra, per quattro notti con circa 500 ballerini.
Come suggerisce il titolo, Better Man è la decostruzione di una celebrità e la rinascita di un uomo, che deve ritrovare se stesso al di fuori delle sue dipendenze e del suo desiderio per un successo perennemente vacuo. È un biopic dove la parte biografica è un’autoanalisi, una continua messa in discussione tra irriverenza e rara lucidità, tra arroganza e autodistruzione, e quella estetica è uno specchio deformante, un trucco circense a cui è necessario abituarsi prima di poterne capire le intenzioni.
Togliendo Robbie Williams da un film su Robbie Williams (la scimmia di lui ha solo gli occhi e la voce) è una mossa azzardata come molti investitori hanno provato a spiegare a Michael Gracey nel corso degli anni, ma proprio con questa chiave di lettura, forse pietistica, forse azzardata, ma indubbiamente originale, Better Man riesce a trascendere la sua stessa ragione di esistenza per parlare del confine esilissimo tra intrattenimento e sfruttamento. Forse il biopic dovrebbe ripartire proprio da qui, smettendo di trattare il proprio soggetto come un’entità sacra da manovrare con i guanti, e più come un compagno di strada per raccontare qualcosa di più grande di lui.
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[…] che siano usciti Nico, 1988 (2017), uno dei biopic musicali più belli degli ultimi dieci anni, o Better Man (2024), il solco di questo genere è stato tracciato, e potrà essere solo più profondo e vuoto. […]