Perché dobbiamo sopportare il patetismo di Dune: Prophecy?
Poteva HBO trattenersi dal fare il bis negli allargamenti prequel dei propri franchise? Dopotutto con Game of Thrones è andata così bene che la tentazione di affermare una seconda volta la propria superiorità su Prime Video e sui suoi Anelli del Potere era troppo forte. E quale occasione narrativa migliore per farlo se non scavando nell’immenso mare di materiale che circonda il più recente mega-franchise di casa Warner, ovvero la saga di Dune? Con otto romanzi, due raccolte di racconti e una ventina di opere derivate a tracciare la mitologia plasmata da Frank Herbert e imbastita su schermo dall’attentissimo Denis Villeneuve il materiale non manca e la scelta di Warner è quella di darsi spazio: Dune: Prophecy, la prima serie ad espandere l’universo audiovisivo di Arrakis, è infatti l’adattamento di Sisterhood of Dune, romanzo del 2012 scritto da Brian Herbert e Kevin J. Anderson e ambientato 10.000 anni prima rispetto alla saga principale.

Senza troppi giri di parole, il risultato dell’operazione è ai limiti del disastroso: in sei episodi dal respiro microscopico, tutto il potenziale mitopoietico che l’universo narrativo lascia trasparire in ogni sequenza dei due eccezionali film di Villeneuve si anestetizza in un’operetta dall’insipido retrogusto di farsa, con l’imbastimento di un teatrino pretestuoso per nulla armonizzato con l’intero progetto di Dune. Si farebbe presto ad incolpare il materiale di partenza – un’opera derivata e decisamente minore, scritta molto dopo l’originale di Frank Herbert -, ma il punto non sta lì: l’intera operazione sembra ammantata dal velo del superfluo, con i peggiori difetti dei titoli magniloquenti meno riusciti degli ultimi anni (bussare a casa Halo anche solo per la resa visiva). Quella che doveva presentarsi come la radice di un’epica ai limiti dell’immaginabile risulta invece in un banale e prevedibile – quando non francamente noioso – melodramma di palazzo poco convinto e decisamente non convincente.

Eppure il problema principale di Dune: Prophecy non è la componente narrativa, per quanto non sia minimamente al livello del capostipite, bensì la veste estetica che dovrebbe evocare, ancor prima dell’azione, l’immaginario mitologico (ricordiamolo: 10.000 anni prima di Dune). È, per capirci, quello che funziona magistralmente nella trilogia prequel di Star Wars dove l’estetica digitale patinata evoca l’ethos mitologico dell’epoca repubblicana; e nella direzione diametralmente opposta è quello che accade con House of the Dragon rispetto a Game of Thrones: in entrambi i casi la veste estetica traccia immediatamente la distanza temporale che è sottesa tra i prequel e i titoli principali, imbastendo una pre-narrazione visiva necessaria. Con Dune: Prophecy non solo questo non accade, ma la debolezza e la povertà delle componenti visive demoliscono qualsiasi impianto mitologico lasciato intravedere dai film di Villeneuve, ai limiti del sabotaggio.

Posto che in un contesto audiovisivo l’insignificanza estetica è e resta qualcosa di imperdonabile, in Dune: Prophecy nessuno degli altri elementi testuali sembra in grado di puntellare un prodotto che di episodio in episodio si frantuma e frana. La poca convinzione delle interpretazioni spesso eterogenee (troppo trattenute come quella di uno sprecato Mark Strong o eccessivamente circensi come quella di Travis Fimmel) annacqua dialoghi di una debolezza estenuante, in uno script punteggiato da salti narrativi temporali che invece di chiarire elementi rallentano l’andamento di un intrigo le cui conseguenze sono lampanti dalle primissime sequenze. E a nulla serve l’apparente crudeltà della violenza esibita perché, tolta la prima “bruciante” uccisione effettivamente eccessiva, tutto si livella verso una reiterazione stancante e prevedibile.

Dunque, resta una domanda: perché sopportare un prodotto che a voler essere gentili rimane insignificante, quando non diventa tristemente patetico? La risposta sta nel funzionamento “ipotetico” dei franchise mediali estesi, in cui i tasselli anche più distanti (persino di 10.000 anni) possono avere granelli di racconto in comune con il filone narrativo principale. Starà allo spettatore decidere quanto si ritenga completista da spingersi dentro a questa estenuante e prevedibile appendice. Quello che rimane un mistero è a quale pubblico pensino di rivolgersi le produzioni con queste espansioni seriali: certamente non si va qui incontro ai veri appassionati della saga di Herbert – nemmeno ai nuovi arrivati conquistati dai film – visto che il grado di esigenza delle fanbase contemporanee è sempre più profondo e intransigente.

Per il momento la serie è rinnovata per una seconda stagione, sulla spinta del proseguo della saga cinematografica. La speranza è che l’andamento produttivo di questa distante appendice non vada ad inquinare la tenuta solidissima del lavoro di Villeneuve, che nel suo seguito ha trovato solo la conferma di una visione perfettamente misurata e rispettosa. Per quanto riguarda Warner, che cerca impunemente in MAX il luogo d’espansione transmediale e globale su modello di Disney+, l’augurio è che sappia valutare il gradimento al di là dei numeri contingenti, perché il vero potere delle proprietà intellettuali non si misura nel bruciante entusiasmo immediato, ma nella tenuta degli immaginari attraverso i decenni.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] non si addice al marchio firmatario di The Last of Us o House of the Dragon (ma certo a quello di Dune: Prophecy): Gotham, nell’universo di Batman, è anch’essa un personaggio, forse il più […]