Gli alti e i bassi di The Penguin
Serie evento spin-off targata HBO dell’acclamato The Batman a firma di Matt Reeves, The Penguin si incentra sul personaggio interpretato in modo “mostruoso” da Colin Farrell e fa da ponte in attesa dell’uscita del secondo capitolo cinematografico. In questa doppia recensione, Giada Sartori e Nicolò Villani evidenziano i punti di forza e le criticità di The Penguin, tra progettazione, interpretazione, racconto e resa estetica.

Il prestigio di The Penguin
Il supereroe è, nella sua accezione più basilare, una luce nell’oscurità e una possibilità di salvezza davanti alla violenza più cieca e spregevole. Essendo figlia dei fumetti di Bob Kane e Bill Finger e più direttamente del Batman di Matt Reeves, The Penguin, la serie HBO firmata da Lauren LeFranc, è una storia supereroistica per diritto di nascita, dove però il supereroe è assente, citato solamente di sfuggita dai telegiornali, e non vi è alcuna forza capace di salvare Gotham dall’oscurità che la minaccia. Carmine Falcone è stato assassinato e Oz Cobb (Colin Farrell), un nome «più realistico e radicato nella realtà» per gli autori rispetto all’originale Oswald Cobblepot, cerca di approfittare del vuoto di potere che si è creato in città, ma prima dovrà affrontare Sofia (una sorprendente Cristin Milioti), l’erede legittima dell’impero Falcone.
The Penguin resiste alla facile tentazione di umanizzare il proprio cattivo-protagonista, mostrando la definitiva corruzione di Oz Cobb, una discesa in un abisso dove il fondo appare irraggiungibile. Più che giustificato, il male è razionalizzato, risultato di ambizioni insoddisfatte e segreti taciuti, ma anche una bestia che non può essere ammaestrata. Come dice Oz, «Il mondo non permette a un uomo onesto di avere successo» e per questo lui e Sofia usano le loro parole come armi, ancora prima delle pistole e di altre tipologie di attentato, ingannandosi a vicenda mentre cercano di costruire un’effimera alleanza.

Rinnegando la dimensione supereroistica nel senso più immediato per radicarsi nella realtà, The Penguin diventa un erede indiretto de I Soprano e della tradizione della prestige TV a cui la serie di David Chase ha aperto le porte. Se le nomination per le serie Marvel non sono mai mancate (quest’anno è stato il turno di Agatha All Along, anch’essa con una cattiva-protagonista che però è più interessata ad essere un trampolino di lancio per un futuro eroe), The Penguin desidera legittimare la sua presenza nell’award season fin dalla sua ideazione. Usare un interprete come Farrell, fresco vincitore della Coppa Volpi a Venezia per Gli spiriti dell’isola, chiamato a trasformarsi o meglio a trasfigurarsi fino all’irriconoscibilità con pesanti protesti, sembra un’operazione costruita a tavolino per apparire degna agli occhi del pubblico e della critica per fregiarsi di un marchio come HBO.
The Penguin è una storia che “per caso” è ambientata a Gotham, ma potrebbe svilupparsi con nomi diversi in qualsiasi altro luogo. Lo spin-off libero e fruibile anche con una conoscenza minima delle imprese di Batman diventa così un cavallo di Troia che nasconde al suo interno un crime drama elegante e feroce che richiama alla mente Scarface o la saga de Il Padrino e che sfrutta la superhero fatigue ripudiando le stesse sue origini. Giada Sartori

La banalità del male
Guardando The Penguin ho ripensato spesso a tutto ciò a cui l’Oz Cobb di Colin Farrell non somiglia, a partire da quel favoloso esempio di inquietudine camp che era Burgess Meredith nella serie del ’66 (tutt’altro che una figurina da cartoon) fino al proverbiale Danny DeVito, capace di inglobare anche la versione animata degli anni ’90 rendendola persino più mostruosa. Questi Pinguini non hanno bisogno di un alibi, non chiedono compassione, semplicemente sono proiezione di un lato di Gotham che richiede quella figura lì, colorata ma perfida, aristocratica e crudele nella sua mostruosità. L’Oz Cobb di questa serie non corrisponde ai suoi predecessori: in questo non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che l’intero prodotto HBO sembra voler costruire una giustificazione intorno a un personaggio che è funzione del grande assente – Batman – senza evocarlo minimamente.
Lungo i suoi 8 (estenuanti) episodi, The Penguin non fa altro che mettere insieme pezzi di narrazioni già fin troppo viste per ammantare un cattivo di una ragione per esserlo, indebolendone il carisma e al contempo rendendolo potenzialmente “uno di noi”. E nient’altro. Letteralmente, la serie non porta con sé altro e qualsiasi elemento che condisce il minutaggio degli episodi è solo una sfumatura di colore – spesso smentita qualche sequenza dopo – per di più prevedibile e scontata. Nessun personaggio fa nulla che non sia facilmente anticipabile, nessuna svolta narrativa è minimamente sorprendente. Tutto si svolge su un’inerzia deterministica atta a raccontarci una spinta all’essere criminale che dovrebbe in qualche modo darsi come accettata e accettabile. Anche Cristin Milioti, per quanto esplosiva nell’interpretazione, veste i panni di una Sofia Falcone votata all’ABC del suo prototipo narrativo, lasciando un terribile senso di occasione mancata.

In un prodotto HBO presentato con queste premesse, la patina prestige non si armonizza per nulla con la scrittura estremamente superficiale e anche stereotipica che sottende l’intera serie: sarebbe facile incolpare la fonte fumettistica, ma The Batman superava in sala con estrema solidità questo limite, tanto da rendere ingiustificabile per il suo primo spin-off seriale una così manifesta inconsistenza (specialmente nei dialoghi). E la stessa patina prestige non salva nemmeno una povertà della messa in scena che francamente non si addice al marchio firmatario di The Last of Us o House of the Dragon (ma certo a quello di Dune: Prophecy): Gotham, nell’universo di Batman, è anch’essa un personaggio, forse il più importante, e come tale la sua resa su schermo dovrebbe essere irrinunciabile.
Non si mette in discussione la qualità singola degli elementi – specie degli interpreti – ma l’insieme non è all’altezza dell’enorme potenziale e la speranza è che il seguito di The Batman (in arrivo a fine 2027) sappia tenersi alla larga da certe riduzioni… Nicolò Villani
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