Un cardinale in pectore – Intervista a Carlos Diehz, la rivelazione di Conclave
“Morto un Papa, se ne fa un altro”: un semplice proverbio nasconde – e semplifica grossolanamente – uno dei processi più segreti della Chiesa cattolica: il Conclave. Una volta dichiarata la morte di un Papa, cardinali da tutto il mondo si segregano dentro la Cappella Sistina e passano di votazione in votazione finché non giungono a una maggioranza decisiva. Nessuno può sapere cosa succede tra quelle mura, comunicato solo attraverso i colori delle fumate provenienti dalla stufa. Le macchinazioni che permettono a un candidato di ricevere più consensi di un altro sono perlopiù sconosciute, raccontate solo da una manciata di documenti, diventati l’ispirazione di Robert Harris, definito dal Times come “il maestro dell’intelligent thriller”, per la scrittura di Conclave, edito in Italia da Mondadori. Il libro ora è diventato un film, guidato da Edward Berger, reduce dello stupefacente successo di Niente di nuovo sul fronte occidentale, che arriva nelle sale italiane il 19 dicembre, dopo essersi già rivelato uno dei protagonisti di questa Award Season.
In un Conclave, guidato dal decano Lawrence (Ralph Fiennes), che in apparenza sembra avere pochi papabili candidati – Bellini (Stanley Tucci), Tedesco (Sergio Castellitto), Tremblay (John Lithgow) e Adeyemi (Lucian Msamati) – arriva a sorpresa un cardinale, sconosciuto ai più: Vincent Benitez, Arcivescovo di Kabul, eletto in pectore dal Papa poco prima della sua morte. Abbiamo intervistato il suo interprete Carlos Diehz, al suo esordio nel mondo del lungometraggio.

Come ti sei innamorato della recitazione e come sei tornato a recitare dopo tanto tempo?
Ho sempre amato le arti, specialmente la musica, il disegno e la pittura, ma mi sono concentrato sull’architettura, visto che era il mio sogno fin da bambino. Tra tutti questi interessi artistici, logicamente c’era anche la recitazione, però ero molto, molto timido. Son cresciuto con un deficit dell’attenzione e passavo il tempo a sognare ad occhi aperti. Al liceo ho fatto un tentativo, ma i ragazzi del drama club erano molto appariscenti e estroversi e mi sentivo un po’ in soggezione, quindi mi son detto “dai, magari riprovo tra qualche anno”.
A 19 anni ho avuto un’esperienza come comparsa su un set. Mi son detto che ero pronto e che questo sarebbe stato il mio grande debutto nel cinema, perché qualcuno si sarebbe ovviamente accorto di me in mezzo alla folla. Quando vedevo la cinepresa davnati a me, la percepivo come una finestra su milioni di persone e la cosa mi spaventava non poco. Mi dissero di stare davanti all’obiettivo con mio cugino e un altro ragazzo e urlare le peggiori parolacce presenti nel nostro vocabolario. Non funzionò e decisi che la recitazione non era per me, era troppo intimidatoria quindi decisi di mettere quel sogno in un cassetto.
Durante la pandemia il mio figlio più giovane stava già pianificando di lasciare casa e andare a studiare a Montreal, quindi mi son detto che era arrivato il mio momento. Volevo fare qualcosa di nuovo che potesse darmi l’opportunità di incontrare nuova gente, ma anche imparare qualcosa. Mi son ricordato che la recitazione era rimasto questo grande “forse” nella mia vita, quindi ho deciso di darle una possibilità. La mia prima insegnante mi disse, durante la nostra prima lezione, “Se questo per voi è un hobby, un qualcosa che fate solo per stare bene con voi stessi, non sprecate il mio tempo e non sprecate il vostro tempo. Questo è un business. Voi siete il vostro più grande asset. Dovete investire in voi stessi, aiutarvi a crescere coltivando le vostre capacità. Se vi mancano delle capacità, sviluppatele”. Mi son detto che era come un telefono e si trattava solo di installare un’applicazione e imparare a usarla. Quindi mi misi a rifinire il mio accento inglese, a costruire questa consapevolezza che mi serviva per stare davanti alla macchina da presa.
In quel momento scoprii che trasformarmi in qualcun altro era fantastico. Potevo trasformarmi in un professore di ginnastica, in un prete come nel caso di Conclave, in un cattivo, in un gangster e avevo trovato così qualcosa che mi appassionava e lo volevo approfondire.
Conoscevi già il libro di Robert Harris? Cosa ti ha fatto innamorare del personaggio di Vincent Benitez?
Non conoscevo il libro, ma ero familiare con il processo che porta all’elezione del papa. Ho avuto una fase mistica quando avevo 19 o 20 anni, quindi ho conosciuto dei preti o comunque delle persone di chiesa, che mi hanno spiegato le dinamiche di un conclave. Quando è uscita questa casting call, è stata la mia agente a trovarla e a dirmi “Questo sei tu”. Ho deciso di leggerne i dettagli e quando ho visto che il protagonista era Ralph Fiennes, mi son deciso che volevo la parte.
Avevo un paio di scene e la descrizione del personaggio. Sapevo che si trattava di una persona profondamente spirituale, un missionario e non qualcuno che operava negli altri ranghi della chiesa.
Così ho preparato un paio di scene e ho preso il libro e visto che era di qualche anno prima, non fu proprio trovarlo ma lo trovai in una biblioteca. Lo divorai in tre giorni e rimasi folgorato dal ruolo di Vincent nella storia. Volevo quel ruolo e quindi lessi di nuovo il libro per capire la sua storia, la sua personalità, i suoi rapporti con gli altri personaggi.
Dopo il primo giro di audizioni, mi hanno chiesto di tornare e lì ho visto l’intera sceneggiatura e una vision board su quello che poteva essere il personaggio. All’inizio era un prete e missionario francese che si prendeva cura dei malati e di quelli che erano rimasti soli dopo la Seconda guerra mondiale in Francia. Ho avuto una conversazione molto sincera con Edward Berger [il regista] e gli ho spiegato come immaginavo il personaggio. Per me era una combinazione tra Francesco di Assisi e San Ignazio di Loyola, quindi il creatore dei Francescani e quello dei Gesuiti: uno così vicino alla natura, che vede Dio come un genitore onnipresente e dall’altra uno così devoto all’organizzazione, alla fedeltà a una missione. Il punto di incontro tra questi due approcci è Vincent Benitez.
Ho raccontato la mia idea a Edward e lui mi ha detto di sì. Avevo libertà e quindi ho costruito tutto insieme al coach, ma questo è stato anche molto incoraggiante, perché mi dava l’opportunità di riunirmi con quell’idealistico e romantico teenager dentro di me che si era innamorato della religione e della fede. È stato come riabbracciare il mio passato e ricordarmi come mi ero sentito un tempo.

In un’intervista Isabella Rossellini ha definito il tuo personaggio “Christ-like”, ovvero “somigliante a Cristo”.
Nel mio cercare ispirazione ho guardato diversi attori che hanno interpretato Gesù o emissari di Cristo: Willem Dafoe ne L’ultima tentazione di Cristo, Robert De Niro in L’assoluzione e Jeremy Irons in Mission. Quella che mi è rimasta più nel cuore e che ho visto già quando ero teenager è quella di Robert Powell nel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Potevi vedere che sentiva tutte le emozioni del personaggio, che faceva proprio quel messaggio di speranza e perdono. Mi son detto che dovevo fare qualcosa del genere, non emulandolo, ma provando a trasformarmi in quelle figure che vedevo nei dipinti delle chiese romane. Volevo che le emozioni del mio personaggio riuscissero a trasparire anche nella sua profonda quiete. È molto gratificante sapere che Benitez viene visto come una figura somigliante o comunque adiancente a Cristo, è il più grande complimento che potessi ricevere.
Com’è stata l’esperienza sul set a Roma?
Il primo giorno della preparazione del film, abbiamo fatto un tour del set della Cappella Sistina a Cinecittà. Avevo visto delle foto e sapevo ovviamente che non si trattava dell’originale, ma l’effetto è stato comunque incredibile perché potevamo immergerci in quell’ambiente. Il giorno successivo abbiamo visitato il Museo del Vaticano e la vera Cappella Sistina e lì abbiamo realizzato quanto il set fosse accurato.
Logicamente il tetto della Cappella non era presente negli studi, ma tutto il resto era perfetto, dalle texture, ai pavimenti, alle pareti. Quando abbiamo iniziato a girare le scene delle votazioni, la luce era fioca e sembrava quasi ci fosse la nebbia. È stato come entrare in un sogno.
Oltre ai set abbiamo girato anche a Palazzo Barberini, nei palazzi di Via Giulia e nella Reggia di Caserta ed è stata un’emozione indescrivibile vivere sulla propria pelle la storia di questi edifici. Non importa che sia il Vaticano o un altro edificio, tutta la città è immersa in un particolare misticismo e questo mi ha aiutato ad entrare nella parte.

E com’è stato indossare l’abito per la prima volta?
In Spagnolo diciamo “el habito hace al monje”, come voi in Italiano dite “l’abito fa il Monaco”. Quando indossi l’uniforme ti senti parte di un gruppo. Tutti quei dettagli dell’abito clericale, anche quelli che magari non si vedono sullo schermo, sono un forte indice di disciplina. Quello che contava di più per me era rendere giustizia alla dignità legata a questi abiti. Anche se il film mostra alcuni personaggi dalla morale molto “flessibile”, in realtà molti nella Chiesa e soprattutto negli alti ranghi hanno un’estrema fede verso i Vangeli e una devozione totale alla loro missione. Benitez è un personaggio “giusto”, ben consapevole dei motivic he lo hanno portato a scegliere questa strada. Indossare l’abito clericale mi ha indubbiamente aiutato a entrare nel personaggio, ma mi ha fatto anche sentire la grande responsabilità nel rendergli giustizia.
Ti ha stupito in qualche modo l’accoglienza che il film ha ricevuto finora?
Indubbiamente sentire definire il mio personaggio “Christ-like”, come ha detto Isabella, è per me molto lusinghiero. D’altra parte ho notato una tendenza da parte della stampa a concentrarsi sui personaggi un po’ più ambigui e mi chiedo se hanno visto come finisce il film. Capisco tuttavia che si tratta di personaggi più fatiscenti, che appaiono per più tempo sullo schermo.
Son felice che il mio personaggio sia arrivato a tutte le generazioni. All’inizio vedevo su Instagram i commenti di persone della mia età o più anziane, quindi dai cinquant’anni in su. Poi all’improvviso anche i più giovani hanno iniziato a mandarmi i loro pensieri, spiegandomi quanto per loro Vincent Benitez fosse stato d’ispirazione.
Mi aspettavo che il personaggio sarebbe stato interessante agli occhi del pubblico, ma essere un agente di cambiamento va oltre ogni mia rosea aspettativa.

Ci perdonerai un’ultima domanda molto italiana: com’è stato lavorare al fianco di Isabella Rossellini?
Tutta l’esperienza romana è stata incredibile – il cibo, i monumenti, le chiese – ma incontrare Isabella è stato ancora meglio se possibile. È una tale signora e, vista la controversia che potrebbe generare, è stata molto protettiva verso di me. Mi ha dato dei consigli su come rispondere alla stampa o ai gruppi conservatori. Siamo diventati buoni amici, ci mandiamo in continuazione messaggi su Whatsapp e Instagram. Lei è diventata una mia zia acquisita e John Lithgow è diventato il mio zio onorario.
Abbiamo fatto un po’ di cene tutti insieme in albergo e lei mi spiegava come approcciarmi ad alcuni piatti. La cucina italiana e messicana hanno molti elementi di incontro, ma spesso si diversificano nel modo in cui vengono serviti i piatti o come vengono cucinati. Si era trasformata in una guida per me su tutti i fronti, dentro e fuori dal set.
Uno dei ricordi più chiari che ho del set è la scena nella mensa. Quando sono arrivato sul set, lei era già al suo posto e si è messa a farmi un grande sorriso e a salutarmi come una teenager. Appena c’è stato il ciak, è diventata subito Suor Agnes in tutta la sua severità. Tutto il cast è vicino al mio cuore, ma Isabella e John sono ormai una famiglia per me, come pure Lucian, che è diventato un cugino e un complice.
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