Per una danza pensata – La ricerca artistica di Samuele Barbetta da Amici 20 a Wuppertal
C’è un momento, nella vita di ogni artista, in cui è perentorio fermarsi, abitare la stasi, sottrarsi per proteggere la propria arte, per salvaguardarsi. Sfuggire, in qualche modo, alla conformità alla categoria: sono attrice, ballerina, regista, che sarà mai il teatro danza, che significa la performance, ma i mimi nell’opera lirica “ballano” oppure se no che fanno? Questa danza pensata Samuele Barbetta ce l’ha in testa da un po’.
Sembrano domande oziose da addetti ai lavori e invece raccontano di evoluzioni nel concetto stesso di prodotto artistico, e quindi si riversano in quello che i pubblici alla fine vedranno. Per esempio, Jean-Georges Noverre è noto alla storia come il creatore del balletto moderno a cavallo tra il Sette e Ottocento. Noverre interviene in un momento di stasi in cui la danza è intesa come tecnica virtuosistica e rappresentazione spettacolare: invece lui, con grande lungimiranza, inizia ad aspettarsi dai propri danzatori qualcosa di più simile al teatro e persino alla pantomima. Comincia a curarsi degli aspetti apparentemente marginali della performance fisica, come la scenografia e i costumi, e a pretendere dai suoi interpreti un pensiero complesso, uno studio sui propri personaggi che affondi in una cultura di più ampio respiro. Ci sono tante diatribe intellettuali sul rapporto tra danza e teatri, nel vasto contenitore delle arti performative (qualsiasi-cosa-indichino-oggi), ma sancire una gerarchia è infruttuoso: piuttosto, pensare danza e teatro come filiazione mitopoietica imperfetta da una cellula madre che è l’opera d’arte totale.

Quando ho incontrato Samuele, le due cellule figlie hanno riconosciuto l’origine comune e si sono percepite come parte di un tutto, perché questa danza pensata Samuele Barbetta aveva già provata a portarla da concorrente dell’edizione di Amici 20: era qualcosa di radicalmente diverso dal ballo conosciuto in televisione e soprattutto in ambito talent. Di mese in mese, le sue creazioni erano sempre più delle storie e sempre meno delle coreografie astratte, e così ha continuato: da Van Gogh al Piero di de Andrè, il modo artistico di procedere si basava su un ferreo intento narrativo e drammaturgico, e su una volontà di ricerca che sfondasse i confini tra le discipline. Dopo la fama, sono state numerose le proposte di collaborazione che si sono susseguite: ha affiancato cantanti del calibro di Madame e Sangiovanni, ha allestito mondi e scritto universi, partendo dai testi e mettendo i corpi e il movimento al servizio delle storie, certo, ma anche di una perlustrazione estetica coraggiosa. Sarebbe stato facile smarrire la propria identità artistica per la tentazione del successo infarcito di grandi numeri e semplificazioni reiterate nel lampo di un TikTok.
SAMUELE BARBETTA | Mi sono sforzato di evitare la tentazione della viralità. Ho provato a stare dentro circuiti in cui quello che portavo poteva essere valorizzato, ma quello che portavo erano anche domande, dubbi, una ricerca coreografica inesauribile che può esigere anche molta solitudine. In realtà non sono solo. Con De Anima Movement conduco dal 2019 una ricerca sul senso stesso della danza. Siamo una compagnia di danza urban sperimentale, che unisce alla street dance pratiche di teatro contemporaneo aprendosi a collaborazioni interdisciplinari e incentivando incessantemente il desiderio di sperimentazione.
Ma siamo soprattutto un “movimento che pensa la danza”, che vuole investigare la natura stessa, intraducibile, della danza, come accadimento in scena, quindi capace di “essere tutto”. Vorremmo che questa riflessione sui confini della danza partisse da ballerini e ballerine, con spirito critico, e raggiungesse anche chi pensa la danza inaccessibile, o chi la appiattisce sullo sfondo di un concerto estivo o di un reel.

Nei suoi lavori, ci sono alcune caratteristiche che ricorrono. Innanzitutto, la conoscenza rigorosa della storia degli stili che mescola, il riconoscimento dell’importanza che queste danze hanno avuto come manifestazione individuale ma anche di appartenenza di classe e comunitaria. Allo stesso tempo, guardando la sua carriera più recente, si nota un’apertura sempre più manifesta all’attualità, una vocazione socio-politica inedita che non oscura la perizia tecnica ed estetica.
SAMUELE BARBETTA | Ho sempre voluto manifestare me stesso con la danza e mi sento fortunato: il mio linguaggio, anche quando non pienamente compreso, ha trovato sempre buona accoglienza. A volte però questo non basta, cioè senti di dover raccontare altre storie, più grandi, diverse dalla tua. Per esempio, con MAC Studi d’Artista di Padova abbiamo lavorato a uno spettacolo, “Maria e i senza tetto”, che indaga il tema delle persone senza fissa dimora e della loro relazione con il nucleo pulsante delle città. Il ricavato dello spettacolo, che ha fatto sold out al Palazzo Zuckermann di Padova, è andato in beneficenza alle cucine economiche popolari. Sarebbe bello se altri comuni e realtà operassero nella stessa direzione.
Inoltre, il 15 dicembre organizziamo un flash mob a Milano, insieme a Emergency, sotto lo slogan “Questa piazza ripudia la guerra” e in nome dell’articolo 11 della nostra Costituzione che sancisce il diritto alla pace.

Durante la nostra chiacchierata ci troviamo a enumerare i parallelismi tra il circuito teatrale, che conosco io, e quello hip hop che frequenta lui, delle esperienze con i videoclip, delle pubblicità, delle coreografie-story e delle produzioni commerciali, ma anche del ginepraio dei bandi per portare avanti il collettivo De Anima. Allo stesso modo ci interroghiamo sullo stato della critica, cioè dell’autoselezione degli spettatori (quanti si trovano nell’intersezione tra lo Schiaccianoci e il serale di Amici?) fino a identificare il problema del salto quantico che c’è tra il pensiero accademico sulla danza e i ballerini stessi, alcuni dei quali avrebbero desiderio di un’elaborazione condivisa verso l’autocoscienza della propria autorialità.
SAMUELE BARBETTA | Vorrei riconoscermi come ballerino, artista e pensatore, autore e creatore, e che come me lo facessero anche gli altri professionisti della danza. Temo che al danza diventi un’arte sottomessa, e io vorrei portarla fuori dagli schermi, magari nei musei, magari contaminandola con le altre arti performative, per creare bellezza insieme. Vorrei che spettatori e spettatrici facessero fatica per vedere della buona danza, che la cercassero attivamente.
La fatica e il sacrificio, assieme all’ammirazione per Pina Bausch, sono i punti di contatto su cui ci lasciamo. Togliere le arti dai “magazzini generali” dei videoclip e del web, ritrovare la provocazione, essere esausti per lo sforzo di ripensare la poetica. Provocare e provocare e provocare ancora, dentro e fuori dai teatri, nei posti in cui non te lo aspetti ma dove le arti performative devono essere presenti: e cioè nelle menti e nelle pance di chiunque sia disposto ad ascoltare, vedere, sentire.
Abbiamo trovato una grammatica comune e di intesa, nei reciproci numi tutelari come Pina Bausch e di Vsevolod Mejerchol’d, ma anche in questo auspico per le arti performative: che ci sia sempre più una commistione tra teoria e prassi, e che si pensi lo spazio scenico come di qualsiasi luogo in cui si invera il miracolo dell’arte a partire dall’estetica del movimento.

Che progetti hai per il futuro?
SAMUELE BARBETTA | Esplorare tutto ciò che è all’orizzonte!
Adesso sto lavorando con Silvia Chieregato, danzatrice contemporanea, a una performance ispirata da un libro di Benedetta Sofia Barone, autrice di Le infelici. Mi ha molto colpito e assieme a Riccardo Pedicone, Presidente di Spazio Noce, e con il supporto di Mulieris Magazine, abbiamo organizzato un momento di restituzione della performance seguito da un gruppo di dialogo.
Tra una cosa e l’altra, faccio le valigie per Wuppertal. Ho fatto le audizioni per la compagnia del Tanztheater Wuppertal e sono stato selezionato per la prossima stagione. Porteremo il repertorio classico di Pina Bausch assieme alle novità introdotte dal Direttore Artistico Terrain Boris Charmatz. Ancora non ci credo!
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