Il volto nuovo del teatro in Triennale: la stagione 19/20 tra danza e partecipazione

Succede in Triennale qualcosa per la stagione 19/20, qualcosa che significa più di un ennesimo inizio, qualcosa che richiama invece la consapevolezza.  Succede in Triennale che si cambia di nome, come quando accettiamo di dismettere un abito di una taglia passata, o come quelle volte in cui la macchia di colore, prima puntino, finisce per propagarsi con l’acqua che dovrebbe lavarla via. La Fondazione accoglie questa dichiarazione di intenti, e Triennale Teatro dell’Arte mette insieme i pezzi di una lunga maratona di formazione cambiando il nome in Triennale Milano Teatro. Un’inversione in apparenza marginale, ma che modificando l’ordine dei significanti intende sancire un’autonomia rispetto al Palazzo, seppure in un rapporto di organica compenetrazione e identica vocazione progettuale: fare arte, rappresentarla, diffonderla, concederle uno spazio in cui risorgere ogni volta o esibirsi in modo permanente.

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Durante la conferenza stampa esclusivamente dedicata alla presentazione della stagione teatrale, il Presidente Stefano Boeri difende le potenzialità intrinseche all’intreccio degli spazi fisici, che accoglie l’ascolto reciproco tra le tradizionali attività ospitate in Triennale, votate all’innovazione e alla contemporaneità, e una sperimentazione in ambito teatrale che guarda alle proposte internazionali. La Fondazione risponde così all’appello di una città in perenne evoluzione, proponendo un progetto di lungo periodo che si reifica nell’unitarietà di luogo e tempo dell’attività espositiva e performativa: così mutua linguaggi e stilemi dalle diverse discipline e si pone in costante dialogo con i talenti dentro e fuori dai confini. Il tempo della Triennale si fa tempo della città, delle sue istituzioni e dei suoi visitatori.

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La stagione teatrale 19/20 è inaugurata da un progetto che corona la sinergia tra lo sguardo, l’ascolto, la partecipazione: con Parla Ascolta Guarda Fai, progetto inedito ideato con l’associazione Fantom e la collaborazione del curatore Davide Giannella, il Palazzo dell’Arte verrà abitato da installazioni, proiezioni, laboratori, e sarà crocevia di compositori, registi, artisti di ogni genere ospitati tra l’ottobre 2019 e il febbraio 2020. La stagione, spiega Umberto Angelini, Direttore Artistico di Triennale Milano Teatro di recente vincitore del Premio Nazionale Franco Enriquez, comincia con questo opening e prosegue con un’esplicita richiamo ai classici, sempre nel rispetto della vocazione sperimentale della Fondazione, notoriamente attratta dall’inedito.  CS97ENWA
I classici sono a volte ben conosciuti, ma rivisitati e plasmati dai bisogni espressivi della contemporaneità, e altre volte sono spettacoli più recenti di autori contemporanei ormai divenuti classici, nel loro essere interpreti di un comune sentire che si rafforza negli anni. Perciò da un lato troveremo Alessandro Serra, di ritorno dalla Serenissima per la Biennale Teatro 2019, a (ri)proporre l’universalità della lingua barbaricina del Macbettu e l’intramontabile comicità commossa e annebbiata del Čechov de Il giardino dei ciliegi. Dall’altro, torna nella casa di sempre il duo Deflorian/Tagliarini, questa volta con un ritratto d’artista ad essi dedicato, per ripercorrere alcune tappe imprescindibili della crescita artistica del binomio: parliamo di Rewind – Omaggio a Café Müller, che accoglie la sfida di mettere il pubblico in relazione con lo spettacolo della Maestra Bausch, le cui tracce rimangono esigue sulla scena e si aggrappano esclusivamente alla sua notorietà; Reality, che valse a Deflorian il premio Ubu come miglior attrice protagonista, si ispira invece all’omonimo romanzo polacco, e attraverso l’ossessione dell’accumulo dei dati giornalieri, tratta il vivere quotidiano come oggetto nobilitato e degno di attenzione; infine Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, altra ispirazione narrativa tratta dal romanzo del greco Markaris, resoconto modernissimo di un episodio drammatico che scuote le vite di piccole comunità travolte dall’ondata violenta di un’economia globalizzante. E lo stesso elefante nella stanza, mostro di una società che cresce su cumuli di ineguaglianze e incertezze, lo porta in scena la compagnia fiorentina Kinkaleri con <OTTO>, performance di teatro danza che riflette sul dramma del crollo, a partire dallo sgretolarsi delle Torri Gemelle, e sul vuoto esasperante che ne segue. Sul solco dei classici contemporanei, una proposta arriva anche dalla tradizione del dramma musicale tedesco, il Tristan und Isolde ripreso dal coreografo Saburo Teshigawara, che incarna con il proprio corpo la musica dolorosa wagneriana e il lamento di un amore che si consuma nel tentativo di sfuggirsi.

Protagonista di punta di questa stagione è un teatro fortemente performativo, che rinuncia a vestire di parole l’indicibile dell’umanità più profonda, proponendo la via immediata del movimento, del corpo esposto alla musicalità. Si legge in questo senso il progetto, avviato nella primavera 2019 con la collaborazione tra Triennale Milano e Hermès Italia, del Premio Hermès Danza Triennale Milano, format biennale dedicato ai giovani talenti under35 della danza contemporanea e della performance. Tra gli spettacoli, inoltre, troviamo Jonathan Burrows e Matteo Fargion, rispettivamente coreografo e compositore: i due autori invitano quattro ospiti milanesi a comporre insieme Any table in the room, con l’ausilio di 72 oggetti accuratamente scelti e maneggiati, per apprendere attraverso il gesto comune il senso di collettività. 6tC_99bQIl pubblico è inserito come protagonista imprescindibile per questa stagione di Triennale Milano Teatro, che vuole massimizzarne il coinvolgimento, rompere la quarta parete per integrarlo e renderlo attivamente partecipe. Si potenzia così il collante che salda gli spettatori nel tempo e nel luogo, superando il concetto tradizionale di spettatorialità in nome di una giuntura emotiva intensa seppure effimera. Così la compagnia OHT, fondata da Andreatta, sceglie la via del teatro musicale con una performance live di video e suono, con la collaborazione preziosa dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi: in CURON/GRAU, immagini e musiche scorrono davanti a un pubblico immerso nelle vicende dell’omonimo paese altoatesino, affogato dalla prepotente costruzione di una grande diga. Il collettivo mk invece, già Leone d’Argento per la Danza, con Bermudas sottopone al pubblico un sistema di movimento aperto a un numero variabile di performer e alla spinta propulsiva dello spettatore, facendo dei corpi una scenografia imprevedibile e in continua mutazione. Ancora, Tiago Rodrigues insegna a dieci persone che non hanno mai visto lo spettacolo, una poesia da imparare By heart (a memoria), in un processo di trasmissione che è anche catarsi del racconto e apertura ai ricordi proibiti del cuore; il portoghese ritorna poi in Triennale con Sopro, omaggio a un teatro in rovina che si regge su un centro ancora caldo e pulsante: una suggeritrice, personaggio ritrovato nella sua essenzialità e anch’essa curatrice della memoria, che torna alla ribalta per raccontare, questa volta ad alta voce, gli aneddoti del suo teatro che è casa. Si percepisce di volta in volta un malessere diffuso, quasi esistenziale e quindi pervasivo, schizofrenico nella volontà frenetica di esorcizzarlo attraverso la forma impeccabile: ci parlano di qualcosa di simile Goretti, Cenci e Colapesce con Stanno tutti male – uno studio collettivo sull’infelicità individuale, drammaturgia collettiva costruita sugli input di un sondaggio online e restituita live con un tragicomico karaoke bar.

In generale, una componente di riflessione critica segna questa stagione, in cui anche i classici funzionano come occasione di ripensamento della condizione contemporanea, fatta di comunità sfilacciate, controversie con l’ambiente che ci ospita, incomunicabilità che diventa un lento scivolare nell’invisibile. Proposte allineate con una realtà vivida, a volte disperante ma sempre in fermento, in un cartellone che si pone in ascolto, e poi restituisce voce, e infine crea il contatto.

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