La Triennale omaggia Cafè Müller di Pina Bausch. Quando il ricordo non basta più

Di Cafè Müller resta l’impronta indelebile che è propria delle opere d’arte, quando fanno da cesura del tempo, quando si sottopongono al rischio di osare quasi con una certa dose di impudenza. Sulla danza coreografata di Pina Bausch, madrina del teatro-danza di stampo europeo, si affastellano i quesiti irrisolti circa il senso dei corpi danzanti, le riflessioni di chi tenta di cesellare l’opera in uno spartiacque avanguardistico, restano le rievocazioni. Rewind – Omaggio a Cafè Müller, tornato in Triennale Milano Teatro l’8 e il 9 ottobre, non può essere più che questo: un omaggio, una conversazione placida su uno spettacolo discusso, replicato, trasmesso e infine riguardato innumerevoli volte.

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Il duo Deflorian/Tagliarini, a cui Triennale Milano Teatro dedica un ritratto d’artista nel mese di ottobre, torna con una provocazione esplicita alla vacuità della memoria quando è l’opera d’arte ad essere il soggetto della veicolazione. Della fragilità esasperante di Malù che cade, dell’immolazione salvifica di Dominiq che con estrema cura le crea attorno uno spazio di espressione, dell’affanno angoscioso di solitudine e incomunicabilità, rimangono le pellicole che si possono riavvolgere: ma nel rewind, con cui speriamo di afferrare qualche dettaglio sfuggitoci, qualche sguardo fugace, non facciamo che perdere sempre più quel senso di sospensione immanente, rintracciabile soltanto nell’esperienza condivisa dell’opera d’arte nel momento in cui si fa.
Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, il binomio artistico si sottrae al dogma del titolo di Benijamin e non proietta neanche un’immagine: i due, davanti alla luce blu del computer, discutono dell’esibizione del 1978, interpretano la vicenda narrata a partire dalle dinamiche di movimento, amplificano la musica di Purcell. Il gioco è svelato immediatamente con un’ironia icastica che è cifra di stile riconoscibile dei registi e interpreti: il video dello spettacolo messo in scena per la prima volta all’Opera House di Wuppertal, viene impiegato come pretesto per integrare il dialogo con riferimenti intimamente autobiografici, ampliandolo fino alla generale considerazione sull’inutilità di trattare l’opera quando il tentativo è corredato da una certa dose di fanatismo.

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Sulla scena spoglia, gli avvenimenti sono esigui: per lo più si discute dell’impossibilità di dilatare l’esperienza artistica e di colmare una distanza spazio-temporale che diviene anche vacuum emotivo. Il soggetto dello spettacolo è la sparizione; l’oggetto dello spettacolo diventa reliquia e, «man mano che gli dei escono dal tempio», direbbe Mauss, la persona umana vi rientra e assume contorni quasi sacrali: sono le braccia lunghe di Pina Bausch, i capelli riuniti in una coda e ordinati con la riga in mezzo, la sigaretta inspirata con avidità. Il tempo ha conferito alle immagini di Cafè Müller un senso di sacralità che ha contribuito a renderlo eterno senza, tuttavia, riuscire a restituirgli la vitalità dell’esperienza: ne deriva un’atmosfera quasi surreale in cui si chiacchiera di uno spettacolo che non si vede, da cui si è progressivamente attratti mentre si accresce il senso di inafferrabilità.
Con il sarcasmo impietoso che è usuale ai due registi, lo spettacolo prosegue per sottrazioni, perché la narrazione viene sempre più di frequente interrotta da divagazioni che confondono, a volte stuzzicano e spesso atterriscono, perché dirette a incrementare una mancanza quasi inesprimibile. Le parole che tentano di conferire senso all’opera della coreografa tedesca, produzione priva per definizione di ogni parola, vengono saltuariamente interrotte dal contatto con le sedie, unici oggetti di scena, a cui è affidato il fallimentare compito di restituire le tensioni conflittuali e l’equilibrio quasi gravitazionale delle opposizioni rintracciabili soltanto nell’opera originaria. L’esito che ne deriva è un’alternanza di creazione e decostruzione in cui la sedia si lascia trasportare dal corpo e ne svela l’intenzione, legandosi senza soluzione di continuità al braccio che le conferisce la vita sulla scena. Lo spettacolo rimane, forse volutamente, privo di ogni pulsione realistica: i gesti, cerebrali e privi di spontaneità, perdono la verità dell’urgenza fino a rendersi superflui, coerentemente con l’impossibilità dichiarata di replicare quello spettacolo fuori dal suo hummus naturale.     

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Cafè Müller è accaduto Altrove ed è quasi blasfemo rievocarlo: però possiamo conservare il repertorio, possiamo rendere omaggio a un’icona estetica a partire dal vissuto personale e, come anche Almodòvar ha fatto, mescolare i minuscoli giorni che senza sosta fanno la quotidianità, agli eventi della grande Storia e alla memoria dell’Arte che si consuma mentre si fa.
«Del pauroso mondo antico e del pauroso mondo futuro», del resto, rimane solo la bellezza, ed è questa che merita di essere ricordata.

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