Sui miti della scrittura – Intervista a Pier Lorenzo Pisano
Prima di tutto toglimi una curiosità: preferisci lavorare per il cinema o per il teatro?
Comincia così il mio incontro con Pier Lorenzo Pisano, poco prima che riprenda le prove per il suo “Semidei” (tra i nostri imperdibili di febbraio), sold out al Piccolo Teatro di Milano per tre settimane di repliche.
PLP: C’è qualcosa nella persistenza del film che mi attrae, rispetto al teatro che per sua natura è effimero. Il cinema è esattamente replicabile, esattamente quantificabile. Un film dura un numero preciso di minuti e ha addirittura un peso specifico in megabyte: può essere un file su un desktop. Viene assorbito e fruito in mille modi di diversi ma la sua sostanza non cambia in maniera significativa. Lo spettacolo dal vivo si modifica anche a seconda di dove sei seduto, e richiede la presenza fisica in un luogo, l’unico al mondo dove quella sera succede quella cosa lì. È un patto diverso, seppure ci siano moltissimi punti in comune.
Ma la scrittura per il teatro non è quella del soggetto cinematografico. Quando ti viene un lampo creativo, lo pensi preventivamente come copione, sceneggiatura, magari romanzo, racconto?
PLP: Parto da un’idea, magari un’immagine, la appunto liberamente, la sviluppo altrettanto liberamente. Per chiudere un testo mi aiuta pensare a una destinazione. Che può essere uno spazio, un teatro specifico, un cast, o semplicemente una scadenza per la consegna. Per il teatro ho cominciato così, partecipando a molti bandi. Non per vincere, ma per acquisire una pratica. Mi servivano come palestra. Il primo riconoscimento che ho ricevuto è stato il Premio Hystrio e da lì ho cominciato a crederci di più.
Insieme a te, ci hanno creduto anche i membri della giuria che ti ha conferito il Premio Tondelli (ndr. tra i più importanti premi per la drammaturgia teatrale), ma anche il New York Theater Workshop, dove sei stato in residenza. Infine Einaudi, che ha pubblicato il testo vincitore, “Per il tuo bene”, e “Semidei”, a cui stai adesso lavorando. Ma da questo alla produzione, come si arriva?
PLP: È un viaggio tortuoso e non ci sono modi canonici. In Italia poi manca un meccanismo di ricezione e selezione delle nuove drammaturgie.
Ma questo è un problema anche dell’editoria, se ci pensi..
PLP: Teoricamente gran parte delle case editrici sono aperte alla ricezione di manoscritti, e li leggono davvero, ma il problema è la quantità di materiale che ricevono. Per la drammaturgia mi piacerebbe se esistesse in ogni teatro nazionale un dipartimento dedicato alla lettura dei nuovi testi. Un Literary Department. E quello che manca è anche un teatro che faccia della sua missione lo sviluppo e la produzione di nuovi testi. Penso a luoghi come il Royal Court di Londra, la Sala Beckett di Barcellona: teatri che sono diventati le case degli autori. Teatri che si occupano esclusivamente di nuova drammaturgia, neanche adattamenti: solo storie nuove.
Questo nel tempo crea un punto di riferimento per la nuova scrittura. Chi scrive sa dove andare.
In effetti, la drammaturgia inglese contemporanea viene anche adattata in Italia. Penso all’ottimo testo di Alice Birch (Anatomia di un suicidio, nda).
PLP: Certamente, e questo non solo è compatibile con la rielaborazione dei classici ma permetterebbe anche di sviluppare un nuovo tipo di relazione tra il teatro e il suo pubblico. Invece, ad eccezione dei Festival, che sono una specie di squarcio perché ti aprono al mondo, i meccanismi con cui vengono fatti i cartelloni sono connaturati alla cultura del paese.

© Masiar Pasquali
Nei miei migliori auspici, c’è un meccanismo di co-design dei cartelloni: sarebbe un supremo atto partecipativo, capace di radicare davvero i teatri nel loro territorio. Penso che ci sia molta responsabilità nello scegliere una programmazione: per le persone che vivono lì e per la natura specifica dello spettacolo dal vivo, significa strozzare il rivo della proposta in modo quasi assoluto. Le serie o il cinema si possono recuperare da ogni catalogo, ma per teatro o danza la faccenda si complica, i pubblici si viziano, i gusti si ripetono.
PLP: La distribuzione di uno spettacolo è un processo complesso, come è complesso occuparsi della programmazione. È un lavoro culturale protratto nel tempo, di formazione, di affinamento di un gusto. Se non c’è un pubblico per certe proposte, è anche vero che si può creare nel tempo.
Tornando al tuo testo..
PLP: Però bisogna rivendicare anche che ci sono molte opportunità, risorse, e reti in Italia.
Ed è sacrosanto metterle in luce, non credi?
PLP: Sì, raccontando quello che si sta muovendo e che sta cambiando. Dai cartelloni di teatri come il Piccolo a realtà come il Teatro Basilica di Roma (per cui Pisano è ideatore e tutor del progetto formativo “P.S. Pagina Seguente” per nuovi autori under 30, nda), penso che vivremo un momento ricco di nuove drammaturgie.

© Masiar Pasquali
In effetti è un momento in cui tutti scrivono. A chiunque tu chieda, ti risponderà che sta scrivendo qualcosa. Ma è possibile che ci siano così tanti scrittori? Soprattutto, la scrittura si può insegnare?
PLP: Credo possa esistere una predisposizione. Ma penso che la scrittura vada praticata e che questa è l’unica cosa che può fare una differenza: scrivere. Come dicevo prima, secondo me è un muscolo che si può allenare. C’è una componente di artigianato: l’ispirazione è un lusso, se c’è aiuta, se non c’è, si va avanti lo stesso. Anche leggere è importante, sapere cosa hanno fatto gli altri.
Cosa c’è sul tuo comodino?
PLP: Saggistica, romanzi, teatro ovviamente.
Ripeto, cosa c’è sul tuo comodino?
PLP: In cima alla pila del comodino ieri sera c’era Alessandro Broggi.
Tornando al suo testo, appunto, Pisano si conferma lettore vorace di libri ma anche di miti. Ha scritto “Semidei” quasi senza increspature, lasciando fuoriuscire la sua personale ricezione di anni di studio e curiosità rivolti alla mitologia. I semidei di Pier Lorenzo Pisano sono sanguigni, perché rabbiosi e perché sanguinano. Ciò che lo muove è l’aspetto più umano, che è poi quello della paura, della morte. Ma è anche umano il modo di rapportarsi a questi dei, potendoli toccare, colpire, ferire, sapendo di condividere con loro l’orrore della perdita. E per perdere bisogna avere: per esempio, avere figli. È un tarlo della sua produzione il legame tra genitori e figli, che subisce la cesura inesorabile della guerra.
Una guerra che non si vede ma si avverte, come zaffata di putrefazione che arriva dall’orizzonte piatto del mare e impiastrare i dorati abiti, intaccando l’odore salino delle pelli in spiaggia.
Una guerra che non si vede ma si ascolta, nei presagi apocalittici delle filastrocche dei bambini, che la morte non la capiscono ma la subiscono. “Semidei” è la guerra totale sul piano del tempo: perché usurpa il presente con un presagio di morte, e cancella il futuro che appartiene ai figli. Il vero rito di passaggio all’età adulta è la scoperta del lutto.
Il cast ha detto del tuo testo che «inserisce temi universali in personaggi verosimili» e che «è un testo scritto apposta per essere pronunciato». Rielabori i patronimici, usi un dialogo quotidiano, riscrivi le filastrocche. Con un testo così, intendo, così definito e consapevole, che spazio c’è per la proposta attoriale?
PLP: Il mio lavoro su questo testo è partito dall’elaborazione di miti meno noti che raccontano di eroi giovanissimi, adolescenti che non vogliono andare in guerra. E in sé i poemi omerici sono orali, come il teatro, sono parole pensate per essere dette ad alta voce. Come anche le filastrocche, le ninne nanne per bambini, tutte forme di linguaggio che coesistono nello spettacolo. Quando abbiamo cominciato a lavorare in sala, ho prestato molto ascolto soprattutto al modo in cui gli attori e le attrici avevano recepito questo testo, cercando di lasciare libero il campo per la proposta, ma sempre dentro una struttura chiara che potevano seguire.

© Luca Del Pia
Ci racconti il tuo mito preferito?
PLP: Sì, non è un mito greco, è egiziano. È il mito dell’invenzione della scrittura. Il dio Thot è l’inventore dei geroglifici. Va dal faraone e gli parla di questa nuova creazione che permetterà agli uomini di ricordare le cose per sempre. Il faraone gli fa mille storie, gli chiede su cosa si scriverà, in che modo si scriverà, ecc. E ogni volta Toth ha un’ottima risposta, gli mostra la lavorazione del papiro, l’inchiostro, e si stacca una piuma dalla testa (ha il volto di Ibis) per mostrargli come si scrive. E il faraone, di fronte a questo dono, portatogli da un dio, lo rifiuta. Gli dice che se la gente comincerà a scrivere, dimenticherà tutto. Diventerà più stupida. Alla fine Thor gli impone di accettare, e il faraone cede. Mi ha sempre colpito come la reazione degli esseri umani al cambiamento e alla tecnologia non sia cambiata. In questo mito siamo ai primordi del mondo e parliamo dell’invenzione della scrittura. Ma le obiezioni sono le stesse che si sentivano nel duemila quando è uscito il primo Iphone. La gente dimenticherà tutto. E anche oggi, sull’intelligenza artificiale. Non sto dicendo che è giusto o sbagliato. Ma mi interessa il fatto che la nostra base umana sia sostanzialmente immutata. Reagiamo ancora allo stesso modo. È come le scritte sui muri di Pompei: sono le stesse dichiarazioni d’amore che facciamo ancora oggi.
Il tuo semidio preferito?
PLP: Non saprei, è una domanda difficile. Però sul concetto di divinità mi ha sempre molto affascinato l’inizio del live in Bucarest di Michael Jackson, al di là del giudizio personale sul personaggio. Il pubblico sta aspettando che lui si manifesti. All’improvviso, da un’esplosione di fumo, compare in un vestito dorato e occhiali da sole e resta immobile, perfettamente immobile per tantissimo tempo. Più passano i minuti e più la gente urla e si agita, impazzita di gioia. Ma lui non fa nulla, è semplicemente lì, immobile, come un idolo. E tanto basta alle persone. La presenza è una componente molto forte del divino, il fatto che esista lì, in quel momento. E infatti è qualcosa di molto simile al teatro.
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