Do not expect too much from the end of the world – Follia distopica del contemporaneo
Se si parla del cinema di lotta di classe, oggi c’è ben poco a cui possiamo riferirci. Forse perché non esiste più una lotta di classe, ma tra le classi, come ha detto Giulio Sangiorgio. Radu Jude, brillante autore rumeno, già alla rivalsa con Sesso sfortunato o follie porno, decide di mettere al centro della sua ultima fatica, Do not expect too much from the end of the world (in anteprima internazionale a Locarno76, poi da noi al 41° Torino Film Festival e ora finalmente in sala) una narrazione centripeta sul lavoro contemporaneo, un on the road circolare che non sa quale direzione prendere e che vanifica ogni qualsivoglia traguardo o meta che la storia offrirebbe. La lotta è inutile, il viaggio è rotto, non compiuto, sempre fermo in un punto. Parte e finisce nella periferia di una grande città (Bucarest per l’esattezza) dove l’auto della stagista “schiava” tuttofare Angela (Ilinca Manolache) percorre chilometri su chilometri girando in tondo su sé stessa. Tutto è veloce: i pendolari girano frettolosamente, il traffico è assordante, la calca di persone che affolla le strade è un angosciante e inutile annaspare continuo. Sì, perché di fatto la distanza percorsa dall’automobile di Angela è misera. Tutto si consuma all’interno dell’area metropolitana di Bucarest, in uno scenario da commedia dell’arte, dove le tombe silenziose dei morti degli incidenti stradali giacciono inermi ai lati delle strade.

Il film è diviso in due parti: nella prima osserviamo una tipica giornata di Angela, assistente di produzione al limite del burnout, che gira tutta la città di Bucarest per conto della sua agenzia alla ricerca di un attore per una pubblicità promozionale, commissionata a sua volta da una multinazionale recentemente al centro di una polemica per svariati incidenti accaduti sul posto di lavoro. Nella seconda parte, invece, conosciamo Marian (Ovidiu Pîrșan), un ex operaio che, a causa proprio di un incidente in azienda, è rimasto paralizzato. Divenuto poi il protagonista “perfetto” della campagna promozionale, l’uomo, durante le riprese dello spot, è poi costretto dalla multinazionale (rappresentata da una Nina Hoss impeccabile nei panni della manager dell’azienda) a cambiare vistosamente la storia del suo incidente. La condizione basso-borghese rintana i protagonisti all’interno di uno spazio chiuso e senza vie di fuga. Jude, con la lucida follia che lo contraddistingue, fa esplodere di conseguenza una bolla di attivismo assopita, e, come un fiume in piena, mette in scena una storia di lotta sociale dove il lavoro, la condizione dei giovani nel marcio, arretrato, sovrastimato, inefficiente e sfruttato mondo è svelato, nero su bianco.

Il sogno metropolitano è trasmutato in un incubo, una paralisi del sonno grottesca. Anche in questo caso, come in Sesso sfortunato, siamo alla follia. Del precedente capitolo però, cambia il soggetto, e dal sesso come sguardo il Nostro passa alla perversione marcescente, nell’insensata quanto reale condizione dei lavoratori in Europa, la terra promessa, in apparenza il luogo più accogliente e prospero del globo. Questo perché Do not expect too much from the end of the world è in qualche modo un sequel antologico di Sesso sfortunato, anche se più cinico e diretto. Sancisce d’altronde l’interesse del regista rumeno dietro certe tematiche paradossali del suo paese (l’ingiustizia sociale, la xenofobia dilagante, la violenza gratuita, quella “tutti contro tutti”) che lui trasforma in deformi rappresentazioni al limite tra distopia e realtà. La macchina da presa cerca provocatoriamente il soggetto sociale della vicenda, segue costantemente i suoi personaggi: è in rapporto fisso con Angela e con i protagonisti intervistati, dai quali non si stacca mai: né quando la stagista guida nel traffico assordante di Bucarest, né durante le riprese del messaggio promozionale, in quel lunghissimo piano sequenza dove il regista tiene al centro dell’inquadratura la famiglia intervistata per tutta la durata della scena.

Jude insomma è senza filtri di sorta. Al centro della sua analisi c’è sempre un pezzo di società nascosta, ma rappresentante della sua totalità. È un intento chiaro anche dal titolo: se il mondo deve finire oggi, nelle condizioni attuali l’umanità sembra ignorare quegli stessi vizi che costituiscono la sua (problematica) permanenza nel mondo. Come andare avanti in una realtà così sadica? Per inerzia? Con quale e con quanto ritmo siamo disposti a flagellarci? La contemporaneità è messa alla berlina nel contesto di una Bucarest schizoide e bipolare, specchio universale degli anni ’20, del Covid, della società fluida e del digitale. Troppo ricca o troppo povera, innovativa e arretrata allo stesso tempo, spazio caotico e anarchico del mondo odierno. Come Angela, che tra un appuntamento e un altro cura la sua pagina social in cui, grazie ai filtri di Instagram, ha dato vita a Bobita, il prototipo di maschio etero basic (personaggio che nella realtà è stato creato dalla sua interprete Ilinca Manolache e che Radu Jude ha preso in prestito). Con Bobita si trasforma, mette la maschera, è la sua seconda personalità con la quale si sfoga, cavalca l’onda del successo mediatico, sfrutta l’estremizzazione della comunicazione sul web. Angela è così un modello, esempio tipico della contemporaneità divisa a metà tra un’alienante realtà sui social e un’alienata e distopica condizione da operaia: un archetipo di lavoratrice in svendita, un corpo che come tanti altri vaga insensatamente (verso dove è dato saperlo), un codice numerico, l’ingranaggio di una vecchia industria arrugginita.
Insomma, cambia la narrazione ma non la storia; e c’è ben poca differenza tra Angela e Lulù (Gian Maria Volonté in La classe operaia va in Paradiso), le file di operai della bassa Brianza che marciano con passo militaresco verso la fabbrica, e le frenetiche manovre a bordo di un’automobile in mezzo al traffico impaziente e indecifrabile della capitale rumena. Certo è che, a differenza del capolavoro di Petri, dove si intravede nel finale un messaggio forte e chiaro, qui poco o nulla rimane e domina l’incertezza. Continuiamo a girare in tondo, tra le vie confusionarie di Bucarest, gettati a forza in un contesto che non conosciamo, che non vogliamo cambiare, intrappolati in piccole auto alla deriva della più banale tra le esistenze.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.