Cosa ci dice Agatha All Along del futuro della Marvel?
In epoca di sventagliata franchise fatigue e di ridicolizzata bulimia di prodotti supereroistici, con risultati quantomeno deludenti sia in termini di engagement del pubblico sia, soprattutto, di incassi, il rilascio di una miniserie spin-off di un’ulteriore miniserie a sua volta “ponte” di collegamento tra due fasi cinematografiche può apparire un tentativo piuttosto disperato di tenere attivo il fandom a prescindere da tutto. E in parte un titolo come Agatha All Along, nato più dalla fortunata riuscita di un personaggio secondario che da una vera e propria progettualità – piccolo disclaimer: è sempre successo nella storia della serialità – può legittimamente apparire un puro pretesto produttivo, capace di collocarsi naturalmente in uno slot pregiato di programmazione (le settimane che precedono Halloween) e di riempire iati distributivi (il prossimo film Marvel lo vedremo a febbraio). Eppure la serie, partendo da presupposti debolissimi, riesce miracolosamente a intrattenere e ad aprire interessanti finestre per leggere il futuro della Marvel su schermo, sia questo grande o piccolo.

Il primo importante pregio di Agatha All Along è quello di tenere salda ed efficace la prospettiva di fagocitazione linguistica inaugurata con WandaVision, lasciando intendere fin dall’inizio che il funzionamento diegetico delle esplicite citazioni (questa volta più cinematografiche che televisive) abbiano la stessa funzione che avevano nella serie ammiraglia, quindi confidando nella capacità dello spettatore di collegare i punti. Cambia la prospettiva e cambiano le generazioni di riferimento, ma l’effetto è quello: le confort narrations diventano anche qui percorsi catartici di costruzione dei personaggi, ancorando identità narrative ad atmosfere narrative consolidate, “bagnando” di contenuto le origini di nuovi eroi ormai sempre meno familiari al grande pubblico. È questo il caso di Wiccan, interpretato da un precisissimo Joe Locke capace da solo di raccontarne tutti gli aspetti, che si aggiunge alla costellazione degli Young Avengers ormai quasi al completo anche su schermo.

Va poi sottolineata la capacità quasi sarcastica di Disney di collocare Agatha All Along nel centro di due uscite concorrenti che ne fanno traino e ne attivano implicitamente il discorso senza inquinarne la tenuta: iniziata poco dopo l’uscita in sala di Beetlejuice, Beetlejuice, la serie traghetta l’attenzione del pubblico verso l’imminente Wicked di casa Universal raccontando un contro-Mago di Oz in salsa decisamente più (volutamente) cringe. La Witches’ Road della canzone che punteggia l’andamento degli episodi diventa quindi immagine sonora della trasformativa strada di mattoni gialli percorsa da Dorothy, qui punteggiata da catartiche morti rivelatrici, in brevissimi “viaggi delle eroine” della durata di un singolo episodio, ma capaci di arricchire l’andamento orizzontale dell’intero prodotto. Proprio la costruzione dei singoli episodi, se si sta al gioco linguistico del Musical come chiave discorsiva, appare estremamente consapevole, per quanto si possa imputare alla struttura e all’andamento parecchia pretestuosità.

Se a salvare dall’inevitabile ridondanza ci pensa una chimica attoriale miracolosa – e spesso assente da parecchi prodotti seriali Marvel recenti – che fa sperare di rivedere quantomeno Aubrey Plaza e Sasheer Zamata in altri titoli del franchise, a restituire legittimità all’intera operazione interviene invece la consapevolezza dell’origine del MCU come rifrazione audiovisiva del corrispettivo a fumetti: per chi legge fumetti Marvel è normale trovarsi di fronte a linguaggi, stili, riferimenti, immaginari e “respiri qualitativi” estremamente eterogenei, pur abitando tutti un Universo Narrativo coeso e interconnesso; è così strano che anche nel corrispettivo audiovisivo possano aprirsi nicchie di differente tenuta rappresentativa? Magari con minor ambizione o centralità narrativa? Dopotutto un Universo così vasto come il MCU necessità di una diversificazione sempre maggiore di porte d’accesso, a patto che siano ben equilibrate al proprio interno – in questo Agatha All Along è un’ottima risposta al fallimento di The Marvels.

Al netto quindi di chi può storcere il naso perché “costretto” a vedere una serie Musical dall’aspetto più pretestuoso che necessario – suvvia, siete gli stessi che hanno letto il ciclo di storie di Nick Spencer su Amazing Spider-Man, potete sopravvivere anche a questo – Agatha All Along riesce perfettamente nel suo intento interstiziale, mostrandoci una nuova consapevolezza in nuce in Marvel: i personaggi a venire saranno sempre meno naturalmente iconici e per presentarli al grande pubblico non sarà più sufficiente una origin story tradizionale, ma sarà sempre più necessario ancorarne l’iconicità a tutto ciò che lo circonda a partire dalle scelte di cast, dopotutto la fortuna di Iron Man al suo tempo era già stata principalmente la risonanza con la vita dell’uomo che ne vestiva sul set l’armatura.
La franchise fatigue resta, i titoli a venire non risveglieranno sicuramente un fandom sopito quando non esausto, ma per chi della Marvel ama quel senso di confort entertainment familiare e ricorsivo prodotti come Agatha All Along sono il giusto – e azzardo necessario – rifugio, forse verso un MCU meno di massa e crescentemente di nicchia, come ne è sempre stata la controparte cartacea. Certo, questo fa prospettare budget sempre meno mastodontici e ambizioni produttive decrescenti, ma è davvero lo sfarzo dei milioni investiti a fare il buon prodotto? Noi confidiamo che la Witches’ Road della Marvel possa restare sempre e comunque il sentiero da percorrere con fiducia per chi, nelle parole di Stan Lee, si riconosce come True Believer, capace quindi di godersi l’Universo nel suo insieme al netto del singolo prodotto. ‘Nuff Said!
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