Daredevil: Born Again – Chi vince la lotta di ecosistemi?
Non deve essere stato facile per la dirigenza Marvel e Disney integrare un ecosistema narrativo come quello dei Defenders urbani di casa Netflix in quello più esteso e uniforme del MCU. E per fortuna, perché se lo fosse stato avremmo avuto con ogni probabilità un altro Daredevil, non per forza migliore o peggiore, ma diverso e potenzialmente irriconoscibile. Dopo She-Hulk, il rischio era non che Daredevil fosse il personaggio visto con Jennifer Walters (che in quel contesto era in realtà molto bello e azzeccato), ma che fosse solo quello anche in altri prodotti. Il rischio era concreto e confermato dallo stesso Charlie Cox prima del “creative overhaul” che ha comportato cambi di registi e riscritture. Ce lo conferma anche Frank Castle, da anni noto al grande pubblico col volto di Jon Bernthal, che ha rischiato di non tornare proprio per la direzione iniziale che i piani alti avevano intrapreso per lui. Questo conflitto tra parti è sano e fa bene all’industria e lo chiameremo “lotta di ecosistemi”. Una lotta che ha riguardato non solo Daredevil, ma in generale due modi agli antipodi di vedere e fare l’intrattenimento. E chi ha vinto? Proviamo a capirlo.

Dario Scardapane, autore di alcuni episodi della serie Punisher e subentrato al duo iniziale di scrittori Matt Corman e Chris Ord, ha avuto il difficile e ingrato compito di riavviare e concludere una produzione con sei episodi già pronti. Non solo finire la serie, ma anche mettere d’accordo gli attori del precedente show, recuperare le trame lasciate in sospeso e al tempo stesso confermare a più riprese al pubblico che Daredevil fa parte del MCU di Terra-199999 e ne ha sempre fatto parte. Possiamo dire dopo questi primi nove episodi che è riuscito in tutto ciò che doveva fare e un po’ meno in quello che poteva fare. Sì perché fin dai primi episodi Born Again recupera appieno le atmosfere pulp e noir dello show originale, senza lesinare su violenza esplicita, sangue e tutto quel comparto hard-boiled che nel 2015 stregò anche i più scettici. Insomma le atmosfere ci sono tutte e meno male. Per quanto riguarda la scrittura invece Born Again mostra il difetto ricorrente degli show Marvel e Disney+, anche di quelli migliori, ovvero la tipica disorganicità di questi prodotti.

Daredevil non è mai stato pensato per un rilascio settimanale e Steven S. DeKnight lo sapeva bene. Il suo era un Devil che non aveva niente da nascondere, niente assi nella manica, niente easter egg, solo una narrazione frontale e sfacciata di un uomo che si butta “alla cieca” (scusate) in una città che potrebbe divorarlo da un momento all’altro. E così Scardapane lo fa divorare in un primo episodio obiettivamente ben diretto e discretamente scritto. Matt viene sconfitto e divorato da una New York famelica. Solo che New York invece di sputare le sue ossa come aveva fatto all’inizio della terza stagione dello show originale, ce lo restituisce paradossalmente più imbellettato, elegante e in una nuova realtà sociale e lavorativa tipica della middle-class di Manhattan che non del vecchio Hell’s Kitchen. Certo, Matt rimane comunque e sempre un personaggio profondamente malinconico e con tendenze autodistruttive, ma inserito in uno studio legale tirato a lucido dove il pro-bono è una marchetta e il glamour il suo tratto distintivo. Matt non è nel suo mondo e questa non è l’opinione personale di chi scrive, ma quella di Matt stesso e sarebbe stato anche un filone narrativo interessante se fosse stato sviluppato meglio, a cominciare da una presenza maggiore di Deborah Ann Woll o, meglio ancora, di Frank Castle.

Per fortuna c’erano altri filoni narrativi che la serie ha molto coraggiosamente sviluppato e ruotano quasi tutti attorno alla “nuova” gestione politica della città di New York (virgolette d’obbligo, perché per chi ha visto e amato la terza stagione dello show originale si è trattato in parte di un replay, in parte di un what if…?). Non era difficile in tempi bastardi come quelli attuali mettere un mafioso al municipio, più difficile era invece dare spazio all’importanza politica che riveste la mediocrità in una gestione criminale. Stiamo parlando ovviamente del personaggio di Michael Gandolfini – Daniel Blake – la cui somiglianza anche vagamente fisica con J.D. Vance ha contribuito sicuramente a renderlo interessante. Peccato solo che chi si contrapponeva a lui, B.B. Urich (Genneya Walton), non abbia saputo, almeno per il momento, farsi contraltare efficace alla di lui saporita insignificanza. A lungo andare le sue inchieste di strada, interessanti a inizio serie, sembravano delle side-quest maldestre di un videogioco open-world.
Vero fiore all’occhiello della scrittura però è senza dubbio la questione dei fascio-poliziotti reclutati da Fisk per la sua task-force. Non solo per l’inquietante e necessario dito puntato alla violenza della polizia di una nazione le cui forze dell’ordine sono famigerate per la loro radicalizzazione destrorsa, ma anche e soprattutto per l’efficacia con la quale ci si è scagliati contro una realtà che da anni imperversa in America e cioè l’appropriazione indebita del simbolo di Castle nel famigerato movimento Blue Lives Matter. Se il Punisher dei fumetti aveva parole al vetriolo per i poliziotti fascisti che si ispiravano a lui, nella serie Frank ha molte meno parole e molto più vetriolo. Grazie e bentornato Frank.
Nel complesso la serie è un buon prodotto, ma ben lontano dalle vette d’eccellenza alle quali ci ha abituato DeKnight durante la sua run. La gestione Scardapane tanto per cominciare non può essere propriamente chiamata così a causa della ingombrante presenza delle più alte dirigenze Marvel e Disney, le quali probabilmente sono state anche relativamente concessive in termini di contenuti, ma molto poco per quanto riguarda le modalità di distribuzione e la scrittura dei singoli episodi. Ad esempio non si capisce la scelta di trattare Muse come un cameo prolungato e non come un villain approfondito e stratificato. Non si capisce perché uccidere Foggy Nelson nei primi minuti (ammesso sia veramente morto) e aspettare se non la fine della stagione, almeno la metà. Non si capiscono tante cose alle quali bastava veramente poco per essere migliori e più curate e invece sono rimaste vittime di un fuoco incrociato tra interessi aziendali e velleità artistiche.
L’unica cosa che si può capire, almeno se si va oltre i limiti della sola scrittura, è perché durante un blackout generalizzato Spider-Man non si palesi almeno da lontano (in questo senso X-Men ’97 ha fatto molto meglio in molto meno tempo). Ma alla fine il vero vincitore di Daredevil: Born Again è lei, la doppia D della “Distribuzione Demiurgica” che regola contenuti e qualità, e che se fosse una persona avrebbe il volto di Margarita Levieva (Hether Glenn). Un bel volto ma poco altro.

Cosa è lecito sperare nella stagione 2 del prossimo anno? Probabilmente un ritorno anche di quel contesto più ground-based della serie originale, di cui già nella prima stagione si ha un assaggio nel bar di Josie’s. Sperabilmente anche un ritorno totale e parziale dei Defenders originali e perché no qualche cameo o meglio ancora team-up sorprendente. L’abbiamo capito che Spider-Man – ahimé – è off-limits, ma è troppo chiedere un team up con Moon Knight? O almeno con Echo? Non ci resta che attendere marzo del 2026 consolandoci almeno con la certezza che Daredevil e il suo ecosistema narrativo sono tornati per restare e speriamo anche per continuare a lottare contro l’uniformità produttiva.
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