Lo stretto di Bering – l’Ucronia secondo Emmanuel Carrère
Emmanuel Carrère è uno dei più grandi scrittori francesi contemporanei – la vulgata giornalistica lo contrappone immancabilmente a Michel Houellebecq in una perenne sfida al titolo di maggior autore francese vivente. Frequentemente articolista e occasionalmente anche regista – non male il recente Tra due mondi con Juliette Binoche – Carrère ha raggiunto la consacrazione allo scoccare del millennio, con L’avversario, sinistra immersione nella vicenda criminale del serial killer belga Jean-Claude Romand, realizzata in dialogo epistolare con il presunto mostro, che ha portato al risultato di un libro in cui l’autore non teme di esporsi in prima persona, di raccontare le sue difficoltà nell’ordinare tutto il materiale raccolto attorno al caso, e di lasciar emergere gradualmente la sua parziale vicinanza e la sua inevitabile identificazione con il protagonista. Le successive opere di Carrère – tra cui titoli imprescindibili della letteratura contemporanea come Un romanzo russo, Vite che non sono la mia e Limonov – continuarono questo solco a metà tra autofiction e immersione nel Totalmente altro.
In Italia tutte le opere di Carrère, dopo un’iniziale apparizione presso l’Einaudi, sono pubblicate dall’Adelphi, il cui marchio sembra aver contribuito al crescente successo dell’autore francese nel nostro paese. A un anno e mezzo dall’apparizione dell’ultimo V13, reportage sul processo per gli attentati della notte del Bataclan, e in attesa del nuovo, annunciato libro con cui Carrère intende fare i conti con i fantasmi dei genitori, scomparsi entrambi nel 2023, l’Adelphi ha compiuto un’operazione di recupero editoriale traducendo per la prima volta in italiano a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita francese un’opera giovanile di Carrère, il saggio Ucronia, rielaborazione della sua tesi di laurea sullo stesso tema apparso nelle librerie d’oltralpe nel 1986 – la sua seconda pubblicazione, dopo una monografia da cinéphile su Werner Herzog uscita quattro anni prima.

Sorprendente nel tema e brillante nell’esposizione, lontano dalla forma del Carrère più adulto ma ricco di anticipazioni teoriche e tematiche dei suoi libri maggiori, e caratterizzato da una versione preliminare di quello stile affabulatorio che ha contribuito a decretare il successo critico e commerciale dell’autore, Ucronia di Carrère prende un genere apparentemente secondario della letteratura occidentale e lo elegge a prisma per rileggere, da una prospettiva volutamente distorta e paradossale, la storia e la cultura europea degli ultimi almeno duemila anni.
“Giovanni Papini, qualche decennio fa, raccomandava l’istituzione di cattedre universitarie di Ignotica, ovvero la scienza di tutto ciò che non sappiamo. Se avessimo seguito il suo consiglio, oggi lo studio dell’Ucronia avrebbe fatto più progressi. E invece è ancora tutto da scrivere”. Esordisce così Ucronia, con quello stile un po’ colto un po’ tranchant che avrebbe fatto la fortuna del Carrère maturo, e che qui viene dispiegato per affrontare un tema obiettivamente sfuggente e paradossale – lo dimostra anche la scarsissima bibliografia di studi dedicati all’ucronia. “Una sorta di pigrizia intellettuale, di tabù forse, ha impedito alla congettura metodica in questo campo di assurgere alla dignità di genere letterario”, ipotizza Carrère. “L’utopia, invece, lo è diventata a pieno titolo, il che dimostra una certa lungimiranza: è sempre utile dedicarsi all’urbanistica e alla pedagogia civile, così come è sempre stupido rimpiangere ciò che non è stato” – insomma, “lungi dal limitarsi a fornire una testimonianza, l’utopia esercita un’influenza, prende corpo a sua volta nella storia da cui trae origine“, mentre l’ucronia tutt’al più si ribella contro una storia passata.

L’utopia è più influente, magniloquente, standardizzata – col suo capriccio nei confronti del passato, “un eccesso di risentimento nei confronti di una storia che si ritiene abbia, in un dato momento, imboccato la strada sbagliata”, l’ucronia paradossalmente più umana. “La malinconia nel vedere la fine dell’espansione dell’Impero napoleonico o Mozart morire a trentacinque anni ispirano un moto di rivolta scritto contro l’implacabile autorità di ciò che è stato”. Certo, scrive Carrère identificandosi nella psicologia di un autore-tipo di ucronie, “occorre una sorta di eroismo mentale, caratterizzato da una certa elasticità, ma non soltanto, per praticare un simile esercizio, per tener viva un’illusione senza perdere il senso della realtà, per non scrivere una parola senza la consapevolezza di essere smentiti dal semplice fatto che la si scriva. Credo che, in termini psicoanalitici, questo comportamento si definisca negazione, e chi lo ha adotta perverso e feticista”.
Ucronia non si limita a commentare i presupposti teorici e psicologici del genere che disamina, ma si addentra anche in lunghe disquisizioni su romanzi e testi per lo più dimenticati. Quella che Carrère nel suo saggio definisce “la prima ucronia di una certa levatura”, è Napoléon et la conquête du monde, più noto come Napoleone apocrifo. Storia della conquista del mondo e della monarchia universale. Scritto da Louis-Napoléon Geoffrey-Chateau, che non per nulla era figlio di un ufficiale dell’esercito napoleonico caduti ad Austerlitz, questo curioso romanzo immagina per il grande condottiero e imperatore francese una parabola militare del tutto diversa da quella storica, a partire dal 1812: anziché ritirarsi dopo la presa di Mosca, Napoleone arriva fino a San Pietroburgo e fa prigioniero lo zar, ha un figlio da Maria Luisa che nomina re d’Inghilterra per poi conquistare l’isola e regalarla al rampollo, incontra Madame de Staël e la fa ricredere sul suo conto, e prosegue ininterrottamente una lunga fila di successi fino alla conquista dell’Asia che era sfuggita ad Alessandro e alla proclamazione della monarchia universale – e fino a una morte, improvvisa, gloriosa e dolce, nel 1832.

Le implicazioni anche teologiche della questione dell’ucronia, ben esemplificate dal celebre racconto di Borges L’altra morte, incentrato su un anziano veterano, Pedro Damiàn, che dopo aver trascorso gli ultimi quattro decenni della sua vita a fare penitenza per un atto di codardia sul campo di battaglia, apparentemente viene graziato da Dio e dopo la morte i commilitoni lo ricordano sinceramente come un eroe di quella stessa battaglia da cui era sfuggito – paradosso che consente a Borges di tracciare un’affascinante opposizione teologica tutta medioevale tra Pier Damiani e Tommaso d’Aquino circa la possibilità che Dio possa far sì che “non sia stato ciò che è stato”. Del resto, se l’ucronia di Geoffrey, a cui nell’Ottocento seguirono svariate altre fantasie napoleoniche di analogo tenore, ha chiaramente un’importante eco nazionalista nell’immaginario francese, non pochi scrittori più o meno noti hanno scritto e pubblicato ucronie in cui si immaginava che, per un cambiamento nella storia della Passione di Gesù, o per una diversa evoluzione della storia dell’Impero Romano nell’età imperiale, il Cristianesimo sostanzialmente non attecchiva in Europa, o attecchiva in una forma molto diversa.
Tra questo gruppo di ucronie, spesso mosse da intenti anticristiani o da riflessioni sulle possibilità di un altro Cristianesimo diverso da quello istituzionalizzato, Carrère si sofferma in modo particolare su un romanzo breve di Roger Caillois, Ponzio Pilato, che si interrogava sull’essenzialità dell’ingiusta condanna a morte patita da Gesù ai fini del macrodisegno divino sulla salvezza dell’umanità: e nell’analisi che in quest’opera giovanile lo scrittore fa dei paradossi del Cristianesimo si avvertono anticipazioni di riflessioni profondissime che decenni dopo Carrère avrebbe tracciato nei suoi libri più noti, e in modo particolare ne Il Regno. Echi ai futuri capolavori della maturità dello scrittore li lascia in Ucronia anche il riferimento cosiddetta “storia segreta”, che Carrère “per un puntiglioso scrupolo d’ordine” distingue dall’ucronia: quel genere di narrazione anch’essa apocrifa, ma protesa a mettere su carte prove chiare per fornire “delle interpretazioni della storia inoppugnabili, univoche, di una coerenza spaventosa” circa a complotti ordini da gesuiti, massoni, ebrei e similari.

Parlando della storia segreta ritorna nella trattazione di Carrère anche lo spettro di Napoleone, ma per via di un saggio satirico sulle pratiche accademiche di critica delle fonti, scritto nel 1819 dallo storico e arcivescovo anglicano Richard Whatley e intitolato non per nulla Dubbi storici su Napoleone Buonaparte. Il saggio di Whatley infatti sfida – ironicamente – il lettore a immaginare che la storia del condottiero capace di sovvertire la Francia post-rivoluzionaria e conquistare l’intera Europa in una manciata di altri non fosse altro che una deliberata falsificazione condotta dalla propaganda francese, mettendo via via in dubbio ogni sorta di prova documentale che – si badi bene, a due anni dalla morte di Napoleone esiliato a sant’Elena, il 5 maggio 1821 – si possa addurre per dimostrare che questi fosse realmente vissuto. Ogni documento, in potenza, sarebbe frutto di una propaganda, di una monumentale macchinazione ideata per incastrare nella storia un puro mito. Chiaramente siamo di fronte a una reductio ad absurdum del problema – proseguendo su questa china, l’unico traguardo che attende il ricercatore è un dubbio iperbolico, che cancella la Storia tutta, il passato in quanto tale. “Chi ci assicura che la storia universale, dagli uomini delle caverne alle ultime elezioni amministrative, non sia una specie di gigantesco trompe-l’oeil, frutto di una cospirazione millenaria ordita da generazioni e generazioni di intellettuali che si sarebbero passati ininterrottamente il testimone, con lo scopo perverso di contraffare la realtà nel suo dipanarsi?” – è così che Carrère preconizzava il complottismo di vulgata due decenni prima l’apparizione dei social.
L’operazione che Whatley ironicamente immaginava compiuta attorno alle gesta storiche di Napoleone nell’Ottocento diventa, un secolo dopo e au contraire, un’effetiva applicazione nel contesto dei totalitarismi novecenteschi, e in modo particolarmente capillare in Unione Sovietica. Si tratta di uno dei passaggi-chiave del libro di Carrère, che non per nulla in edizione originale era intitolato Le Détroit de Behring: Introduction à l’uchronie: “la storia, soprattutto nei regimi totalitari, ha talora adottato il modello ucronico e dato prova di un’audacia ben maggiore di quella necessaria ai timidi tentativi di ‘disinformazione’ denunciato al giorno d’oggi da certi polemisti liberali. È noto, per esempio, che una serie di tagli minuziosi ha permesso, a partite dal 1924, di far sparire Trockij dalle foto in cui appariva accanto a Lenin e, in generale, dall’intera epopea rivoluzionaria. È forse meno noto che quando Berija fu arrestato, nel luglio del 1953, nella Grande enciclopedia sovietica di cui i membri del Partito ricevevano ogni mese nuovi fascicoli so leggeva ancora una voce lunga e lusinghiera su questo fervente amico del proletariato; nel mese che seguì alla sua caduta in disgrazia gli abbonati ricevettero, insieme alla nuova dispensa, una circolare che li invitava a ritagliare con una lametta la voce su Berija e a rimpiazzarla con un’altra, inclusa nella busta, riguardante lo Stretto di Bering“.
Immancabile poi il riferimento a quelle ucronie in cui si reimmagina il futuro della Francia, d’Europa e del mondo nel caso in cui la Germania fosse uscita vittoriosa dalla Seconda Guerra Mondiale: da Il richiamo del corno di Sarban a Si l’Allemagne avait vaincu di Robban, fino a toccare, prevedibilmente, L’uomo nell’alto castello a.k.a. La svastica sul sole di Philip K. Dick, tra le voci più iconiche della fantascienza del Novecento, a cui Carrère qualche anno dopo Ucronia avrebbe dedicato lo straordinario romanzo-biografia Io sono vivo, voi siete morti. Sempre sul tema del nazismo appare a suo modo straordinaria l’intuizione alla base di The Iron Dream di Norman Spinrad, tradotto in Italia come Il signore della svastica e adesso abbastanza dimenticato nonostante un’apparizione nei nuovi Urania della Mondadori. che immagina in una mise ad abyme un metaromanzo di fantascienza scritto da un Adolf Hitler che, dopo una breve militanza in partiti radicali, sarebbe emigrato a New York nel 1919 vivendo lì un’esistenza bohemienne, raggiungendo il successo come disegnatore e autore per le maggiori riviste sci-fi fino a vincere il premio Hugo con un meta-romanzo che di fatto riprende su scala multiplanetaria la storia del Terzo Reich e della Seconda Guerra Mondiale.

La conclusione che Carrère traccia esplicitamente licenziando il suo libro – “bisognerebbe allontanarsi dall’ucronia, dagli universi paralleli, dal rimpianto di cui sono pervasi, e avventurarsi nel territorio della realtà” – è al tempo stesso deludente e conseguenziale. L’ucronia diventa così in ultimo spia di una condizione esistenziale sospesa tra consapevolezza lucida e rimpianto che rifiuta la realtà: in preda alla causalità storica, in una lotta tenace contro l’immutabilità del passato, gli autori ucronici “delineano una carta dei diritti dell’obiezione di coscienza, una malinconica, in quanto ormai inutile (ma in fondo chi può dirlo), pedagogia della libertà”. Non si parla più solo di storia, ma di condizione umana – e del suo perenne riflettersi nei libri, con la cosiddetta critica letteraria chiamata a farsi scandaglio dei sintomi in essi contenuti e delle loro implicazioni, più che analisi dello stile e critica della forma. “Se Gesù, Napoleone, Shakespeare o François Coppée non fossero esistiti”, si chiede Carrère sul finale, “se solo l’acqua, le rose, la passione amorosa, la morte e i dispiaceri quotidiani fossero uguali a quelli che conosciamo – perché l’ucronia, almeno finora, non influisce più di tanto su di loro -, Villon, Rilke, Mallarmé avrebbero scritto gli stessi versi? Facile immaginare di no, ma allora quali?”. Meta-ucronia di una letteratura che si volte indietro a guardare sé stessa – Ucronia è il classico libro di critica che solo un futuro scrittore avrebbe potuto creare — se questo libretto fosse stato opera di un critico sarebbe stato un’opera della maturità, e avrebbe avuto tutt’un altro tono.
Non sorprende allora scoprire tra le pagine di Ucronia il sottile insinuarsi di un tema della storia delle religioni e di una chiave di decifrazione del reale, la gnosi, che nella produzione di Carrère sarebbe tornata prima rinarrando la vita, i fantasmi e le ossessioni di Philip K. Dick in Io sono vivo, voi siete morti, poi raccontando la sua personale esperienza di fede in alternanza con la storia del Cristianesimo dei primi secoli ne Il Regno. Non diversamente dall’ucronia, anche la gnosi immagina e mette in campio una contro-lettura della storia sacra, fino a risalire a un totale ribaltamento del senso della cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden e del fondamento della creazione stesso. In maniera ancora più radicale dell’ucronia, la gnosi attacca non più la storia ma la metafisica stessa. Nella narrativa e nel cinema del Novecento e di questi primi due decenni del nuovo Millennio si potrebbe tracciare una tela di ragno che connette tutti gli autori accomunati dall’interesse e influenze della gnosi, e Carrère, anche per tramite di Philip Dick, è uno di questi.

A tal riguardo c’è una considerazione importante da fare: se il numero delle ucronie letterarie è esiguo se paragonato alla ben più affollata categoria delle utopie letterarie e filosofiche, le ucronie cinematografiche si contano sulle dita di una mano. Mettiamo da parte adattamenti di opere ucroniche pre-esistenti, come la serie Amazon tratta dal già ricordato The Man in the High Castle di Dick. L’unico grande regista ad averne fatto momentaneamente un trademark è stato Quentin Tarantino, ma in un trittico di film – Bastardi senza gloria, C’era una volta a Hollywood, e, in misura minore, Django Unchained – in cui un’onnipresente ironia e un tratto fiabesco della narrazione faceva assumere alla contro-storia narrata una dimensione carnevalesca e irreale – che si trattasse del mancato omicidio di Sharon Tate, di un immaginario e quasi metacinematografico attentato a Hitler nel 1944, o di un’esagerata e revanscista rivolta di schiavi nell’America ottocentesca. Oltre a questi due film e mezzo di Tarantino, e a Watchmen di Zack Snyder che però era tratto da una graphic novel, praticamente non ci sono altre ucronie salienti, nel canone del cinema “massimalista” occidentale quello proveniente da grandi produzioni americane e/o da grandi autori premiati agli Oscar o ai festival – anche se varrebbe la pena riscoprire The Trial of Lee Harvey Weinstein di Larry Buchanan, che immaginava come si sarebbe svolto il processo all’enigmatico attentatore di Kennedy se non fosse stato a sua volta ucciso poco dopo l’assassinio del presidente.

Cosa potrebbe significare questa rarità delle ucronie cinematografiche? Lo sparuto numero delle ucronie sul grande schermo pare denudare uno dei punti fermi del patto tra il cinema e il suo spettatore – quella componente di inestirpabile realismo, della cosa filmata anziché della storia narrata, quand’anche questa fosse coperta da strati da CGI. Il passato è granitico, è certo – e scombinare le carte della storia vorrebbe dire trasportare lo spettatore in un terreno di gioco troppo friabile per non rovinare l’equilibrio della finzione. Scolpire il tempo, essere scolpiti dalla storia che ormai da più di centoventicinque anni contribuisce a fissare nella sua ora registrabile immutabilità: il cinema è un’ou-topia, un non-luogo, che soggiace al tempo e che al tempo si arrotola, rendendo circolare e in continua comunicazione con sé stessa una storia che nell’ucronia è strappata e reinnestata.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.