Contro il mondo – Houellebecq e la letteratura rituale di H.P. Lovecraft
È finalmente ritornato disponibile in Italia l’H.P. Lovecraft del celebre, controverso e pluripremiato scrittore francese Michel Houellebecq, opera giovanile a metà tra romanzo biografico e saggio di critica letteraria, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1991 – poco prima che Estensione del dominio di lotta e Le particelle elementari consacrassero Houellebecq come una delle voci letterarie più taglienti e originali tra quanti hanno esordito sul finire del secolo breve. Pubblicato in Italia nel 2001 da Bompiani, questo libro che tanto fa luce sia su HPL che su Houellebecq stesso era rimasto a lungo fuori catalogo è stato riedito in formato cartaceo dalla neonata Wudz Edizioni, già editrice di alcuni romanzi e di una raccolta di interviste a Steven Spielberg finora inedite in italiano. Al testo ritrovato di Houellebecq Wudz Edizioni aggiunge anche il recupero della prefazione di Stephen King all’edizione americana del volume.

“La vita è dolorosa e deludente. Non c’è quindi bisogno di scrivere altri romanzi realisti. Quando si parla di realtà in generale, sappiamo già con cosa abbiamo a che fare e non vogliamo di saperne di più. L’umanità, così com’è, ispira solo una lieve curiosità”. Sin dall’esordio si avverte in maniera palpabile che non siamo davanti al solito libro di critica, l’H.P. Lovecraft di Houellebecq è tutt’altro che la classica monografia su un autore: raccontando la vita e l’opera di HPL, Houellebecq sembra porre le basi, l’intelaiatura, per quella grandiosa visione pessimistica del mondo e dei rapporti sociali che Le particelle elementari rivelò al mondo e che le successive opere di Houellebecq, fino a Sottomissione e al più recente Annientare, hanno ribadito. “Abbiamo bisogno di un antidoto sovrano contro tutte le forme di realismo”, prosegue Houellebecq. “Quando si ama la vita, non si legge. E non si va nemmeno al cinema. Checché se ne dica, l’accesso al mondo artistico è più o meno riservato a chi, della vita, ne è un po’ stufo”.

Non c’è timore di una lettura eccessivamente retrospettiva: l’H.P. Lovecraft rappresenta il primo momento nella vita letteraria di Houellebecq in cui vengono formulati nero su bianco i principi del suo mondo letterario e della sua visione della scrittura, della letteratura stessa. Dall’altra parte, questo non comporta nemmeno una sovrapposizione indebita, una proiezione sull’immaginario lovecraftiano di idee e temi di Lovecraft stesso: anche ignorando tutta la successiva opera di Houellebecq, questo volumetto rappresenta un ottimo viatico per il mondo di Lovecraft, una delle analisi più estreme e puntuali del suo universo narrativo e umano. Difficile peraltro non rilevare la curiosa simmetria che quest’opera giovanile di Michel Houellebecq va a creare con Io sono vivo, voi siete morti, altra opera giovanile e altra biografia critica con tendenza verso il romanzo scritta attorno alla figura e alla letteratura di Philip K. Dick da Emmanuelle Carrère, tradizionalmente considerato dalla stampa l’unico vero sfidante di Houellebecq al titolo di miglior scrittore francese contemporaneo. Pur essendosi mossi, raggiunta la maturità stilistica, lungo territori letterari ben lontani da quelli del fantastico propriamente detto, tanto Carrière quanto Houellebecq hanno avvertito l’esigenza, a ridosso del loro exploit come autori, di sciacquare i panni in Arno cimentandosi in un corpo a corpo con due degli esponenti più radicali della letteratura di genere americana, da un lato il rifondatore del weird, dall’altro il maestro di certa fantascienza tanto colta quanto paanoide.
Abitato, scrive Houellebecq, da “un odio assoluto per il mondo in generale, aggravato da una particolare avversione per il mondo moderno”, H.P. Lovecraft ha rifondato una parte importante dell’immaginario horror, weird e fantascientifico moderno, introducendo personaggi, stilemi e situazioni topiche che tuttora il cinema, la serialità, il gaming “di settore” non fanno altro che codificare e omaggiare. Il morto Cthulhu che dorme sognando, nel pensiero rassicurante e osceno che nel volgere di infiniti eoni, anche la morte può morire, non è che il più celebre di una lunga schiera di mostri che, a differenza degli altri predecessori e successori nel genere, sono accompagnati nell’universo letterario lovecraftiano da un’autentica mitologia, fatta di reperti archeologici inquietanti, arcani manoscritti indecifrabili, inascoltabili leggende di marinai, astuti riferimenti incrociati tra diversi racconti. La capacità dissettoria, la “precisione onirica” con cui sono state vergate le migliori pagine de Le montagne della follia fa da contraltare e da apripista a un’apparizione panica nel senso anche etimologico del termine, una teofania negativa che lascia scorgere al lettore, nonché agli occasionali personaggi sopravvissuti, tutto il terrore che sta alle radici del mondo.

“C’è qualcosa di non del tutto letterario in Lovecraft”, avverte Houellebecq, quel qualcosa che ha suscitato innumerevoli epigoni, riduzioni, riadattamenti, pluri-citazioni che pure mai – men che meno al cinema – hanno saputo restituire fedelmente quel boato di orrore di cui si fece carico HPL. “Abbiamo a che fare, dobbiamo umilmente ammetterlo, con un cosiddetto ‘mito fondatore’”. A quest’idea e a questa regione della letteratura del Novecento, la componente mitica e rituale è data non solo dai contenuti e dalla ricorrente struttura narrativa, ma anche, più banalmente, dal carattere settimanale o mensile delle pubblicazioni su rivista con cui i primi lettori, americani appassionati di pulp e di weird negli anni dieci, venti e trenta del secolo scorso, entravano in contatto con queste storie; e la componente mitico-rituale è data anche dal bisogno dei fan di confrontarsi tra loro, alla ricerca delle soluzioni agli enigmi di cui Lovecraft disseminava il testo e la cui risposta si trovava magari in un racconto anche loro, è data anche dall’abitudine in ottant’anni mai diradatasi delle fanzine più o meno accreditate, con cui fan dilettanti non meno che scrittori, sceneggiatori e showrunner affermati hanno tentato di proseguire certe scie narrative aperte da HPL, fino ad arrivare alla recente serie HBO Lovecraft Country, che si nutre visivamente dell’immaginario lovecraftiano ponendo in questione al tempo stesso le presunte componenti razziali del suo pensiero.
Con Lovecraft, se vogliamo, ci troviamo non lontani da quel registro sempre più raro della letteratura mondiale che Roberto Calasso, in Cento lettere a uno sconosciuto, definì letteratura assoluta: “letteratura, perché si tratta di un sapere che si dichiara e si pretende inaccessibile per altra via che non sia la composizione letteraria; assoluta, perché è un sapere che si assimila alla ricerca di un assoluto – e perciò non può coinvolgere nulla meno del tutto; e al tempo stesso è qualcosa di ab-solutum, sciolto da qualsiasi vicolo di obbedienza o appartenenza, da qualsiasi funzionalità rispetto al corpo sociale”. Non per nulla lo stesso Houellebecq sul finire del libro azzarda un confronto tra Howard Phillips Lovecraft e il filosofo Immanuel Kant: “così come Kant intendeva porre le basi di una morale valida ‘non solo per l’uomo, ma per ogni creatura ragionevole in generale’, Lovecraft voleva creare una fantasia in grado di terrorizzare ogni creatura dotata di ragione. Kant e Lovecraft hanno d’altronde altri punti in comune; oltre alla magrezza e al gusto per i dolci, c’è il sospetto, più volte formulato, che non siano del tutto umani. Comunque sia, il ‘solitario di Königsberg’ e il ‘solitario di Providence’ si assomigliano nel loro desiderio eroico e paradossale di trascendere l’umanità”. “L’età adulta è un inferno”, scrisse Lovecraft in una famosa lettera: la sua letteratura appare così, non lontana da certo esistenzialismo, una denuncia degli orrori che ogni giorno vediamo, capiamo, assecondiamo, propaghiamo, e un tentativo di liberarsi dal quotidiano salvo poi trovarsi nel mostruoso che ne era l’altra faccia, tutto ciò che, per amor pacis e per non turbare la continuità dell’azione e del reale, alla luce del giorno doveva restare taciuto.

E forse proprio per questo più che tra Kant e Lovecraft potrebbe risultare illuminante un confronto tra Kafka e Lovecraft – tanto nella sfera letteraria quanto per i rispettivi profili biografici. La componente mostrifera della sua letteratura “è tanto più notevole se si considera che fu per tutta la vita il prototipo del gentiluomo discreto, riservato e istruito. Nessuno lo vide mai perdere le staffe, piangere o ridere. Una vita ridotta al minimo, le cui energie sono state tutte convogliate nella letteratura e nei sogni. Una vita esemplare”: queste righe, che Houellebecq scrive a proposito di Lovecraft, potrebbero essere dedicate senza minimo cambiamento anche a Franz Kafka. Lo stesso si potrebbe dire dell’ingenuo, quasi delirante messaggio di accompagnamento che Lovecraft in un momento di difficoltà economica trasmise a ogni potenziale datore di lavoro in ogni ambito possibile e immaginabile: “l’idea che non ci si possa fidare di un uomo colto e di buona intelligenza per acquisire rapidamente una determinata competenza non ha alcuna giustificazione. Tuttavia, gli eventi recenti mi hanno mostrato nel modo più chiaro possibile quanto sia diffusa questa superstizione…”.
Ciò che affianca davvero Kafka e Lovecraft, due scrittori morti entrambi prematuramente nel delinearsi del Secolo, non è la convergente indagine sul mostruoso, bensì il suo rovescio, l’epifania negativa che precede e accompagna la rivelazione che il terreno del quotidiano è sempre stato fragile, che l’ignoto è pronto a sommergerci, e che non bastano le parole per delineare l’oscuro che ci circonda. Entrambi scrittori “puri”, con qualche divagazione nel disegno per Kafka, entrambi si trovano nello scrivere a faccia a faccia con un limite – tutta questa letteratura è un assalto alla frontiera, dice uno dei più noti aforismi kafkiani: limite che in Lovecraft si esterna in descrizioni che incalzano per negazioni, ossimori, iperboli, manoscritti indecifrabili, leggende di marinai così tetre da essere innominabili; frontiera che in Kafka si presenta come negazione dei dati tradizionali del racconto, finanche di un nome completo del protagonista, nell’incompiutezza che attese tutti e tre i suoi romanzi, dalla labirintica ricerca di un centro da cui tutt’a un tratto ci si scopre in fuga.

“La letteratura weird, horror e del soprannaturale dice NO al mondo così com’è e alla realtà come il mondo vorrebbe che fosse”, scrive Stephen King nell’introduzione al Lovecraft di Houellebecq. Ma non è questa la grande sfida della letteratura tutta? La nostalgia di un Proust, la lotta contro la morte di un Canetti? L’esplosione di un mondo di parole in Céline, l’esplosione a parole di un mondo in Joyce? Lovecraft a suo modo è stato l’ultimo tragico – e Kafka il prima a saper mettere in atto una sotterranea, quasi interiore critica della tragedia.
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