Prisma 2 – Le traiettorie sconosciute del desiderio
Cominciamo, per forza, dalla fine: qualche giorno fa, attraverso una storia Instagram, il regista e sceneggiatore Ludovico Bessegato ha annunciato il mancato rinnovo di Prisma, che si troverà così senza una terza stagione e senza una vera conclusione, in sospeso su un finale apertissimo. La serie, creata nel 2022 da Bessegato insieme ad Alice Urciuolo si ferma quindi alla seconda stagione, rilasciata lo scorso giugno su Prime Video e composta da otto episodi che riprendono le fila del racconto poco dopo il finale della prima.

Tornano le storie, gli amori e i problemi dei ragazzi di Latina: Andrea e Daniele, Carola e Marco, Nina e Akemi insieme alla new entry Jacopo (Andrea Giammarino) cercano di dare una direzione alla traiettoria delle proprie vite. Traiettoria mai lineare: l’evoluzione dei personaggi segue percorsi inattesi, i meccanismi più stereotipati vengono evitati in favore di schemi narrativi più complessi ma più aderenti alla realtà. La seconda stagione di Prisma segna dunque un passo in avanti rispetto alla prima (già ottima) non solo dal punto di vista della trama che corre spedita, ma anche dal punto di vista formale: c’è una costante volontà di sperimentare con il linguaggio televisivo giocando con il montaggio, la fotografia e il lavoro attoriale.
Pensiamo, per esempio, alla semplice e bellissima scena del falò: Andrea (Mattia Carrano) e Daniele (Lorenzo Zurzolo) si guardano attraverso il fuoco, in silenzio, e studiano il misterioso legame che li unisce. Non succede niente, ma è uno dei momenti più rilevanti della serie: è qui che i due cominciano a capirsi davvero, ed è qui che si capisce cosa Prisma vuole essere. Il modello, chiarissimo, che ispira questa scena è infatti il falò di Brokeback Mountain eppure Carrano e Zurzolo, nell’arco di pochi minuti e con una delicatezza e maturità straordinarie, si liberano di ogni riferimento per costruire un’intesa assolutamente unica, che non somiglia a nient’altro. Ecco allora che anche Prisma si smarca dai suoi modelli affermando una volta per tutte la propria identità, così indefinibile e insieme riconoscibile.

Prisma, in questi otto episodi, racconta di corpi: corpi che si cercano, si desiderano e nel desiderio si comprendono. È un racconto che studia il corpo adolescente come spazio di infinite geografie ancora da tracciare. Osservando i protagonisti sembra di trovarsi davanti a un sistema di corpi celesti che si attraggono e respingono per pura gravità, senza schemi rigidi; l’unica forza che li muove è il desiderio in ogni sua forma: di essere amati o avere successo, di essere riconosciuti e accettati, di trovare un’amicizia autentica o una guida. La narrazione di Bessegato e Francesca Scialanca (che ha co-sceneggiato tutti gli episodi) cerca di mappare questi movimenti senza mai cristallizzarli, di delineare le orbite tracciate da questi ragazzi perduti in una provincia che è Latina, ma che potrebbe essere ovunque. Non è un caso che lungo tutto il corso della stagione appaia più volte una presenza che – come spiegato dallo stesso regista – ha valore simbolico: una balena, prima intravista al largo e poi arenata su una spiaggia deserta. Oggetto irraggiungibile del desiderio da un lato (si pensi alla balena più famosa della letteratura, cacciata da Achab) e viaggiatrice instancabile dall’altro, la balena può essere simbolo del vagare dei protagonisti nei mari sconosciuti dell’adolescenza ma è anche corpo enorme e ingombrante, non ignorabile, che sembra condensare in sé tutta la forza smisurata e incomprensibile dei loro desideri.

L’unicità di Prisma risiede anche nel suo collocarsi in una posizione liminale nel panorama dei teen drama, a metà tra restituzione realistica e stilizzazione lirica: ogni componente del racconto tende a rendere poesia la realtà quotidiana – forse perché è così che funziona lo sguardo degli adolescenti, agli occhi dei quali ogni cosa significa molto più di quel che è – senza rinunciare a rappresentarla nella sua concretezza. La trama non è una gabbia rigida in cui incastrare i personaggi ma, al contrario, sono i personaggi con i loro impulsi a definire la struttura e l’andamento del racconto: il suo ritmo riproduce quello della realtà in cui non c’è differenza tra scene principali e secondarie, ed eventi cruciali accadono all’improvviso in momenti apparentemente vuoti. Lo dimostrano, simmetricamente, (spoiler!) due scene meravigliose che ruotano attorno a un bacio: quello tra Andrea e Daniele in vetreria e quello, sul treno, tra Marco e Carola. In questi momenti la forma della serialità si piega e cerca di inseguire i movimenti ondivaghi del desiderio che finisce per permeare tutto, dando forma al tessuto stesso della narrazione.

Eppure le vie del desiderio sono insondabili: ciò che tutti i personaggi della serie cercano di fare è scoprirle e percorrerle per trovare un po’ di felicità o almeno una compagnia, forse sé stessi. È in questo senso che Prisma racconta la fluidità: fluido è il desiderio di Daniele, che non capisce se è veramente innamorato del corpo ora femminile dell’amico di sempre; fluido è il desiderio di Nina che si innamora di una ragazza più piccola e corre il rischio di non essere capita. Tutto si colloca “nel mezzo” perché è lì che accade la vita reale, in un’area indecidibile che – come il prisma nel titolo della serie – porta alla luce le infinite sfumature di ogni colore. È questo il vero e profondo realismo di Prisma, quello che la rende così vicina ai ragazzi: il suo affermare attraverso forma e contenuto che, alla fine, è la realtà stessa a essere complicata e fluida. Una fluidità che non è anarchia delle pulsioni o caos scomposto, ma un ordine inedito, che va scoperto lungo il cammino e conquistato, costruito passo dopo passo.

È veramente un peccato che Prisma non sia stata rinnovata, non solo per i cliffhanger che rimarranno irrisolti, ma perché è una serie che come pochissime altre sa parlare davvero ai ragazzi. Quali possono essere allora le ragioni che hanno portato alla sua cancellazione? Forse, paradossalmente, la sua architettura narrativa che rifiuta i colpi di scena più banali, formalmente molto curata e anticonvenzionale nel ritmo, può aver contribuito ad allontanarla da prodotti mainstream e apparentemente più immediati. Potrebbero poi aver contribuito anche la mancanza di una diffusione all’estero (al momento infatti la seconda stagione, a differenza della prima, non è disponibile al di fuori dell’Italia) e una campagna pubblicitaria sì efficace ma non pervasiva, e rivolta soprattutto a fan già fidelizzati.

La complessità non è certo una colpa, anzi è da sempre il marchio di fabbrica di Prisma: una serie che con grande onestà cerca di abbracciare e ricreare la complessità degli adolescenti in toto, dunque un prodotto stratificato che agli occhi di uno spettatore poco informato potrebbe apparire “di nicchia”. Il piccolo miracolo di questa serie, invece, sta proprio nell’essere riuscita a coniugare complessità e profondità di ragionamento con un’assoluta accessibilità e immediatezza. Nel frattempo i fan si sono mobilitati lanciando una petizione per salvare la terza stagione (che, come afferma Bessegato, è già stata scritta), e a quanto pare Rai ha acquistato le prime due per trasmetterle in chiaro.
Sembra però molto improbabile che Rai scelga di produrre la terza stagione: non solo perché Prisma affronta temi delicati con un approccio molto diverso rispetto a quello di altri teen drama italiani e dunque faticherebbe a collocarsi nel palinsesto dell’emittente senza snaturarsi; ma anche perché – si può ipotizzare – il budget sarebbe decisamente più ridotto rispetto a quello offerto da Prime Video e, considerando l’attenzione estrema che da sempre i produttori hanno investito nella componente formale della serie, puntare al ribasso da questo punto di vista non sembra una via percorribile. Non si sa quindi cosa succederà, in ogni caso serie come Prisma servono sempre di più: abbiamo bisogno di storie in cui credere, in cui rispecchiarci e attraverso cui capirci.

C’è comunque qualcosa di poetico in tutta questa vicenda: in questo finale sospeso che si chiude sul corpo della balena spiaggiata, come se – al pari di ciò che accade agli adulti nella vita reale – anche noi spettatori dovessimo imparare a lasciar andare i ragazzi proprio a un passo dalla svolta cruciale, nell’istante in cui stanno per prendere il largo verso un mare che dovranno affrontare da soli. Certo, l’adolescenza vista da dentro sembra davvero un vagare senza meta da un desiderio all’altro, dal mio corpo a quello altrui in cerca di un’indicazione o un sentiero da seguire. Tuttavia, almeno nell’universo di Prisma, non esistono percorsi già disegnati a cui affidarsi, ma solo mappe ancora da tracciare: l’unica cosa che si può fare è camminare e non smettere mai di sperare.
Nun se molla, mai.
Vittorio (LXX Blood)
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