Diciannove – La rivoluzione dei fuorisede | Venezia 81
19 è l’età, non solo un numero, di Leonardo (Manfredo Marini). Diciannove è invece il film, non uno qualsiasi, bensì il primo di Giovanni Tortorici, presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del cinema di Venezia 81. Il classe ’96 approda al Lido dopo varie esperienze sul set di Luca Guadagnino (qui produttore) e, nonostante l’influenza del proprio mentore, la sua opera prima si distacca notevolmente da quell’estetica guadagnina, tipicamente nostalgica, portando invece sullo schermo un’anarchica rappresentazione della vita studentesca in salsa punk, dove il racconto esistenziale, del vivere l’esperienza da studente fuorisede, diventa il sinonimo della condizione dei giovani in Italia.
Siamo a Palermo nel 2015, Leonardo si diploma e raggiunge la sorella Arianna (Vittoria Planeta) a Londra, dove avvia i propri studi legati al mondo del business. Si rende subito conto però che non è vita che fa per lui, e di impulso si iscrive alla facoltà di letteratura dell’università di Siena. Di paese in paese, da un corso all’altro, Leonardo vive la sua esperienza accademica e di crescita personale da eremita, con un’estrema solitudine e un forte attaccamento alla letteratura classica, che predilige rispetto a quella contemporanea.

In questo limbo, tra l’essere soli e il voler allontanarsi (in fatto di gusti, affinità e personalità diverse rispetto alla maggior parte dei coetanei) il film naviga su un lago pseudo-malinconico, dove la senilità del protagonista si rivela come la condizione di un’inadeguatezza sottesa. Se Guadagnino, insomma, va a caccia della gioventù eterna, degli attimi che non tornano più, di un’esistenza congelata e rimirata sotto diversi punti di vista, Tortorici fa l’esatto opposto. Diciannove già a partire dal titolo vuole infatti inquadrare il contesto di un coming of age materialistico, mai etereo e sognante, estremamente oggettivo nel suo essere bizzarro.
E in un’ambientazione amena (una Siena atipica e svuotata dai turisti) sembra di rivedere quella persona peggiore del mondo di Joachim Trier: asociale, cinica, stanca di voler stare al mondo, la versione “peggiore” di sé stessa. Tortorici conosce le potenzialità del mezzo cinematografico, e con Diciannove racconta la storia (la sua, in un certo senso, che non a caso è una sorta di autobiografia) posizionando la macchina da presa saggiamente, in un gioco di interni ed esterni degli spazi reali, senza l’utilizzo di set fittizi. Gira nella stessa città che ha imparato a conoscere da studente, rientra nell’appartamento che lo ha ospitato per anni, nella comfort zone della stanza in cui il diciannovenne (Tortorici) è diventato adulto. Così il film diventa un’opera di introspezione architettonica, filmica, viscerale. L’analisi di un corpo in decomposizione che cammina, di pareti vuote e legumi scaldati su un fornello elettrico. Il fenomeno sociale in cui l’accademismo italiano – arretrato, vecchio, pomposo – si crogiola inconsapevolmente.

La sottile ironia di Diciannove sta d’altronde nel voler raccontare la storia di un ragazzo inadeguato, vecchio dentro, che predilige la letteratura del ’300 e i riferimenti illuministi, presi in giro addirittura dai professori: «È roba passata, di duecento anni fa». Eppure, per questo, Leonardo è il più postmoderno di tutti. Sfida l’istituzionalizzazione incancrenita dello stato, scala la torre d’avorio con indifferenza, e con aria di sfida spodesta i padri-padroni.
Il film di Tortorici rientra così nel novero del cinema giovanile italiano, il manifesto che irrompe a Venezia, dove la produzione “autarchica” fa sempre meno parlare di sé, e dove i film italiani risultano essere quelli più sottotono. Specchi di un mondo e di un modo di raccontare il passato (L’orto americano, Campo di battaglia) che non ci appartiene più, e dove la rappresentazione di cosa siamo stati (Vermiglio) diventa il nuovo modo di ancorarci a una parvenza di futuro.

Diciannove è per questo rivoluzione della narrazione che passa attraverso lo sguardo, le musiche diegetiche, il montaggio ritmato e allo stesso tempo disordinato, i quali rappresentano l’essenza di una realtà stridente, in lotta con sé stessa. In quel 2015 in cui il senso organico della vita, quello tangibile, inizia man mano a scomparire per far posto agli schermi digitali. E così guardiamo al futuro, mirando al passato. Come Leonardo, che non sopporta la letteratura novecentesca e ripudia qualsiasi forma di arte che ricordi quell’epoca rivoluzionaria tanto decantata dai professori e dagli intellettuali. La ribellione passa dalla nostalgia, dal rimpiangere un’epoca passata, fare cioè la controriforma alla stessa liberalizzazione dell’arte.
Ricordare il passato tuttavia significa anche venerarlo, entrarci con tutte le scarpe, viverlo e incarnarlo, polarizzarsi al punto tale da prostituirsi per assecondarlo, diventare un tutt’uno con esso. Questa ostinazione – per non dire ossessione – è quindi una chimera, una forma di autismo sociale fine a sé stessa. Blocca lo stesso protagonista in uno stato mentale nevrotico, il quale non si accorge di essere diventato, in un certo senso, parte dello stesso sistema che tanto disprezza. Tortorici mette in scena un’inadeguatezza, insomma, giunta al paradosso e che racconta l’immobilismo di una classe sociale la quale inghiotte e risputa i giovani in una massa informe addomesticata. E non è questione di avere una certa età; diciannove sono gli anni, ma anche il concetto: la condizione psichica di una generazione intera, la crisi del quarto di secolo anticipata. Perché si ha l’impressione che più si invecchia lentamente e più si ha la necessità di crescere velocemente. In un mondo non accogliente, respingente, abbandonato a sé stesso, tutto racchiuso nella piccola stanza di uno studente fuorisede a Siena.
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