Broken Rage di Takeshi Kitano – La dissacrazione come studio | Venezia 81
È ormai dal 2005, con Takeshis’, che Takeshi Kitano sembra aver indirizzato la sua volontà di decostruzione su sé stesso e il suo cinema. L’ultimo capitolo di questa nuova direzione è Broken Rage, il quale più dei precedenti lavori si pone come un vero e proprio pamphlet cinematografico. Il film è un’opera da 62 minuti in cui la stessa storia di yakuza viene narrata due volte. La prima in maniera classica, la seconda con un tono da commedia demenziale. Il gioco che viene proposto allo spettatore è chiaro quanto affascinante: osservare quali elementi della prima parte vengano completamente ribaltati e ridicolizzati nella seconda.
Trentacinque anni di carriera e d’iconoclastia. L’opera di Takeshi Kitano è sempre stata caratterizzata da una profonda messa in discussione dei dettami appartenenti alla tradizione cinematografica giapponese. Ciò poi si è sempre rivelato come una riflessione più generale sul suo paese. Kitano, nelle sue opere più classiche, si differenziava dalla giocosità di altri suoi contemporanei come Takashi Miike o Sion Sono, i quali possedevano un approccio al genere più marcatamente dissacrante e provocatorio. Al contrario, Kitano ha sempre preferito rimanere all’interno del confine dei generi senza mai distruggerne i pilastri, ma semplicemente espandendo (o esasperando) i loro canoni.

Broken Rage si pone in completo contrasto con tale approccio, presentandosi come un esperimento di dissacrazione di natura quasi scientifica. È prima di tutto un gioco, in cui il costante “dialogo” che si verifica nella mente dello spettatore, confrontando una scena della parte “seria” a quella corrispondete nella parte “comica”, permette di impostare una serie di riflessioni sui meccanismi che regolano la narrazione cinematografica. Quali sono gli elementi che permettono a una scena di essere drammatica, e quali devono essere usati per renderla comica?
Tale ragionamento diventa ancora più affascinante nel momento in cui notiamo che non esistono particolari differenze di regia fra una parte e l’altra. La maestria di Kitano è proprio nel dimostrare, quasi schematicamente, che la camera è assai poco incisiva nella determinazione di un genere. Tragedia e commedia paiono essere influenzate dagli attori, dalla sceneggiatura, dai costumi, in sostanza da ciò che sta di fronte alla camera: la realtà.
La figura della camera (e perciò del regista) viene quindi ridimensionata in favore della realtà che viene ripresa. Il regista non è più un demiurgo creatore o, sopratutto, un narratore e genio infallibile. Ogni scena di un film, infatti, può essere potenzialmente ridicolizzata. Lo scopo del regista, invece d’imporre la sua visione sulla realtà che riprende, si sposta nel trovare all’interno della realtà qualcosa che possa corrispondere alla sua visione.

Tuttavia, Broken Rage va oltre i puri ragionamenti teorici. Le due parti sono anche tremendamente efficaci come mediometraggi di genere in sé e per sé. La naturalezza con cui una scena possa risultare tragica o grottesca è la perfetta dimostrazione della vitalità del cinema di Kitano, che costruisce situazioni e sensazioni con pochi ma precisamente calibrati elementi. Anche in questo film, che è forse l’opera più prettamente concettuale della sua carriera, Kitano non smette di rappresentare caratteri e sentimenti umani con grande efficacia.
Broken Rage è un piccolo ma brillante esperimento narrativo, in cui il pubblico stesso diventa parte integrante della sua riuscita. Le nostre aspettative si prestano a essere raggirate e ridicolizzate, e al contempo ci pongono nella posizione di riflettere sul ruolo di chi osserva e di chi filma un’opera cinematografica.
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