Tiff Extravaganza – Cronache dal 49° Toronto International Film Festival (1)
di Marta Zannoner
Oggi è il 5 settembre 2024 ed è il giorno del cominciamento dell’esperienza al Toronto International Film Festival che definirò “Tiffextravaganza”, su suggerimento di una cara amica qui a Toronto. Ma procediamo con ordine. Mentre a Venezia si stanno tirando le fila dell’81° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, nella capitale dell’Ontario c’è fermento per l’inizio della 49° edizione del Toronto International Film Festival. Cameron Bailey, il CEO del Toronto International Film Festival, assieme al suo gruppo di ventun programmers, ha selezionato oltre 270 film provenienti da tutti i continenti. Seppur più giovane rispetto ad altri Festival, in particolare rispetto a quelli europei, il Tiff raccoglie consensi internazionali, spaziando da pellicole assolutamente indipendenti a film da Oscar. Quest’anno ho il piacere di viverlo per la prima volta.
La sede principale del Tiff si trova al 350 King Street West, ma durante il Festival molti film vengono proiettati anche allo Scotiabank Theatre, dove, per l’appunto, mi sono diretta oggi. Coltivavo grandi speranze nell’utilizzare la metro, qui nota come la famigerata TTC (il “famigerata” ce l’ho messo io)…Purtroppo, però, ho dovuto rivedere i piani quando un “problema tecnico” ha bloccato parte della linea. Alla fine, alle 9 ero in fila per entrare in sala.

Presence ©Courtesy of Tiff
Sentendomi inizialmente sopraffatta dalla vasta scelta cinematografica proposta, ho deciso di dare la precedenza alle World Premiere (e non si tratta necessariamente di titoli che portano la firma di grandi registi o con un cast stellare). Ed è per questo che la prima proiezione a dare avvio al mio personale Festival è stata Presence di Steven Soderbergh (Ocean’s Eleven, Erin Brockovich, Traffic), che ha debuttato a gennaio al Sundance Film Festival (negli USA è prevista l’uscita nelle sale a gennaio 2025, mentre ancora non c’è una data per l’Italia). Anche se la mia scelta può apparire contraddittoria (e lo è!), è giustificata dal fatto che Soderbergh terrà un incontro nei prossimi giorni e mi sembrava carino arrivare preparata. Scritto da David Koepp (Jurassic Park), Presence è un thriller che adotta il punto di vista di quello che potremmo definire il fantasma, la presence del titolo, che infesta una casa appena acquistata da una famiglia composta da una madre sempre connessa a qualche sorta di apparecchio elettronico (Lucy Liu), un fratello e una sorella che interagiscono a malapena (rispettivamente Eddy Maday e Callina Liang) e, infine, un padre che cerca di tenere insieme questo fragile ecosistema (Chris Sullivan). La presenza spia e osserva la famiglia e, al contrario degli horror più classici, non si ha la sensazione che il pericolo arrivi dalla dimensione parallela. Presence utilizza la telecamera come fossero gli occhi del fantasma, offrendo un’immagine quasi distorta dei protagonisti, e porta il pubblico dentro una storia più complessa, in cui vengono offerti molti spunti di riflessione: la dissociazione dalla realtà che ciascuno di noi prova quotidianamente, la depressione adolescenziale, l’incapacità di parlare e ascoltare. Vorrei rivolgere un piccolo riconoscimento personale alla diva indipendente Julia Fox (Uncut Gems), che interpreta un’agente immobiliare nei primi cinque minuti del film. Che dire, a me lei piace molto.

Love in the big city © Courtesy of Tiff
Dopo Presence, sono passata al coreano Love in the Big City di Eon-hie Lee. Mi sono seduta in sala sperando di trovarmi di fronte a qualcosa di simile a Past Lives di Celine Song… invece penso di essermi imbattuta in un K-drama leggermente più spinto. Faccio una premessa importante: io non amo i K-drama. Li guardo solo perché molte persone che conosco hanno sviluppato un forte interesse nel genere. Quando si ama qualcuno, si cerca sempre di appassionarsi ai suoi interessi… per poi finire addormentati sul divano. Ad ogni modo siamo a Seul. Una ragazza “ribelle” (Kim Go-eun) e un ragazzo gay (Steve Sanghyun Noh) stringono amicizia accomunati dal fatto che entrambi faticano a essere veramente se stessi all’interno di una società chiusa. Il film parte dal 2010 e copre un arco narrativo di dieci anni, durante i quali i protagonisti costruiscono un rapporto profondo, attraversando insieme le difficoltà della vita. Personalmente mi sono rivista di più nel personaggio di Noh, che a trent’anni ancora non è riuscito ad avere il coraggio di essere veramente se stesso, sia nella carriera che negli affetti. Il film è basato sull’omonimo libro dell’autore Park Sang-young, che appare anche in un breve frame. Ripensando all’idea di assecondare le passioni dei propri cari, senza che vi siano necessariamente implicazioni romantiche, il ragionamento che mi sovviene è che molto spesso, come accade nel film, il Love che ci serve davvero è effettivamente quello degli amici. Lo so, un po’ banale, ma repetita iuvant.

Daughter’s Daughters © Courtesy of Tiff
Al termine di una breve pausa per consumare un pasto veloce, è arrivato il turno di Daughter’s Daughter del regista taiwanese Huang Xi. La storia è oltremodo peculiare. Aixia (Sylvia Chang) è la madre di Fan Zuer (Eugenie Liu), andata a New York per tentare la fecondazione in vitro con la sua compagna Chow Jia-Yi (Tracy Chou). La buona notizia è che la fecondazione avviene con successo… la cattiva e che le due muoiono in un incidente stradale. Eh già. Per questo, Aixia vola a New York e si trova davanti a una decisione impossibile: congelare l’embrione, donarlo, trovare una madre surrogato e portare a termine la gravidanza (per poi crescerlo) oppure terminarlo. Nel periodo in cui valuterà il da farsi, Aixia ripercorre le scelte compiute in passato, soppesandone i risultati e valutando i possibili futuri che le si prospettano. E tutto ciò accade proprio nel momento in cui la vecchiaia aveva preso un ritmo rassicurante e familiare. Sylvia Chang colpisce per la sua prova attoriale, misurata ed emozionante. Grazie a lei, si riesce a perdonare l’eccessiva lunghezza di un film dal grande potenziale.
La rivelazione del giorno è stata, però, U Are the Universe, scritto e diretto da Pavlo Ostrikov, autore e filmmaker ucraino al suo debutto cinematografico. In un lontano futuro, il camionista spaziale Andriy (Volodymyr Kravchuk) lavora per la più grande società di smaltimento di scorie nucleari dell’Europa dell’est. Dopo 150 anni di utilizzo dell’energia nucleare, l’umanità ha accumulato più di 3 miliardi di tonnellate di scorie, conservate in impianti di stoccaggio. Una serie di terremoti sulla Terra, però, causa delle esplosioni che porteranno il pianeta alla sua distruzione. Da quel momento, Andriy si rende conto di essere l’unico essere umano rimasto nell’intero universo. A fargli compagnia c’è Maxin (Leonid Popadko), un robot che si occupa di mantenere la navicella funzionante. Un giorno, Andriy scopre di non essere più l’unico superstite: Catherine, cosmologa francese, si trova in una stazione spaziale non più funzionante vicino a Saturno. Da qui in poi si scatenano una serie di eventi che uniscono Lei (Her) di Spike Jonze a 2001: Odissea nello spazio. U Are the Universe è ben scritto e ben recitato, ha una storia avvincente con un protagonista sfaccettato con cui è inevitabile empatizzare: un antieroe amorevole e sorprendentemente ottimista. Ci scappa anche una lacrima. Ed è proprio in questo rivedersi che si nasconde la chiave del successo del film. Per quanto la storia sia particolare, è effettivamente e squisitamente umana. Si parla di solitudine e dell’importanza di connettere in profondità.

U Are the Universe © Courtesy of Tiff
Per concludere in bellezza (ebbene sì: ce n’è un altro), ecco che arriva Winter in Sokcho di Koya Kamura, regista franco-giapponese, anche lui al suo debutto cinematografico. Durante il gelido inverno nella città di Sokcho in Corea del Sud, la vita tranquilla della giovane Soo-Ha (Bella Kim) viene scombussolata dall’arrivo dell’enigmatico artista francese Yan Kerrand (Roschdy Zem). Soon-Ha sente fin da subito una forte attrazione nei confronti del più adulto Yan (ti capisco Soon…). Le motivazioni che la spingono verso di lui sono da ricercarsi nel suo passato e, forse, nella monotonia che solo chi vive in un villaggio di pescatori sudcoreano conosce. La tensione che si agita nel cuore di Soo-Ha è visibile, ma mai protuberante. Sempre in bilico tra la repressione e la totale libertà dei sentimenti. Vi dirò… io, per un attimo, mi sono persa nel racconto. In uno degli eleganti momenti di animazione che si alternano nel film, ho vissuto della vera e propria fascinazione, annichilendo l’ambiente circostante. Ho percepito la sensualità e il desiderio di una giovane ragazza alle prese con un vuoto interiore da riempire. E non è il dove sei che conta, ma chi ti accompagna. Spero di essere stata sufficientemente criptica. Sostanzialmente, Winter in Sokcho è un film malinconico, elegante e raffinato. Lo consiglio a chi sa aspettare.

Winter in Sokcho © Courtesy of Tiff
Si conclude così la mia prima giornata di Tiffextravaganza. Prima di una nuova immersione, riporto un piccolo episodio. Mentre ricaricavo il computer, seduta per terra, divorata da mille dubbi sulla selezione dei film, ecco che Kim da New York mi offre un interessante punto di vista. Così ella parlò: “trovo che ci sia qualcosa di entusiasmante nel non sapere nulla del film che si andrà a vedere. È un’occasione per raccontare qualcosa di diverso”. Grazie Kim. Non sai quanto mi hai tirato su di morale!
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[…] è venuto fuori che nonmi è sempre così semplice. Ed è già la seconda volta in un mese, qui al Toronto International Film Festival, che me la rischio in cotal guisa! La prima volta è stata in occasione di un volo per New York […]