Tiff Extravaganza – Cronache dal 49° Toronto International Film Festival (3)
di Marta Zannoner
Non è terribile quando siamo convinti di essere una cosa, mentre invece viene fuori che siamo l’esatto opposto? Per esempio, io ero convinta di essere una persona responsabile, in grado di programmare una sveglia mattutina, invece è venuto fuori che non mi è sempre così semplice. Ed è già la seconda volta in un mese, qui al Toronto International Film Festival, che me la rischio in cotal guisa! La prima volta è stata in occasione di un volo per New York (lasciatemi gongolare)… Sono stata distratta da sogni calienti (io e un avvenente attore stavamo avendo una conversazione a cuore aperto. Non c’è nulla di più sexy!) e niente… non ho impostato la sveglia. La cosa umiliante è che ho perso totalmente di credibilità agli occhi della mia compagna di viaggio, che di solito si sorbisce le mie presuntuose dichiarazioni sull’importanza della puntualità (l’ho lasciata gongolare… molto nobile da parte mia… ho oggettivamente fatto una buona azione). Fortunatamente, entrambe le volte sono stata protetta da una qualche divinità apollinea che mi ha reso particolarmente sensibile sia alla luce (e qui non ci sono le persiane), sia all’ansia subcognitiva.

My Fathers’ Daughter © Courtesy of Tiff
Oggi, domenica 8 settembre, al Tiff si parla di identità. Durante un incontro al Campbell House Museum, sono stata chiamata da un produttore iracheno a rispondere a questa domanda: mi sento di più scrittrice, attrice o addetta all’ufficio stampa? Ero perplessa… Non sono sinonimi? Scherzi a parte, penso che non sia possibile rispondere. Non è un tipo di aut-aut concepibile. Vorrei essere ciò che voglio, quando voglio. Chiaro, no? Comunque, pensandoci bene, mi sento più… No, poche battute, tanti film.
My Fathers’ Daughter è il film di debutto del regista norvegese Egil Pedersen, che segue le vicissitudini della sedicenne Elvira (Sarah Olaussen Eira), ragazza Sámi — popolazione indigena nota anche come lappone — residente nell’estremo nord della Norvegia, nel villaggio di Unjárga (Nesseby in norvegese). Non conoscendo la vera identità del padre e dopo che la madre Beate (Ingá Elisá Påve Idivuoma) le ha detto di essersi rivolta a una clinica della fertilità in Danimarca, Elvira ama fantasticare sul fatto che la figura paterna possa essere niente di meno che l’attore Nikolaj Coster-Waldau (Game of Thrones). Inoltre, questo le infonde entusiasmo perché può definirsi mezza danese anziché “solo” Sámi. Immaginate il suo disappunto quando scopre che, in realtà, il vero padre è un autoctono come lei. Mi sono chiesta quanto le origini siano effettivamente determinanti nella nostra esistenza e perché, a differenza del nostro genere o del nostro orientamento sessuale, sembra che necessitino di un’etichetta così rigida e poco fluida? Ho provato a rispondermi, ma non ne ho le competenze, se non quella di essere un’italiana all’estero. Forse la questione può essere analizzata sotto svariati punti di vista, tra cui il senso di appartenenza e l’idea di una cultura da preservare. Ci sono anche le rinunce ponderate, come ad esempio la possibilità di sbattezzarsi e rinunciare alla Chiesa Cattolica (idea che sto accarezzando da parecchio tempo) e la consapevolezza di una storia il cui peso non è sempre facile da portare, poco importa quanto tempo sia passato. Sì, My Fathers’ Daughter parla di questo e di molto altro.

My Fathers’ Daughter © Courtesy of Tiff
In un contesto in cui le radici diventano un espediente narrativo, Elvira è attorniata da un groviglio di personalità estremamente contemporanee e “woke”, che letteralmente significa “sveglio”, ma che politicamente e socialmente ha diverse implicazioni, tra cui indicare «[…] una nuova pratica che viene raccomandata, richiesta, promulgata o applicata in sostituzione di una vecchia» (si legge dal sito della Dalhousie University di Halifax). La madre di Elvira ha una compagna, e questo sembra quasi riguardare di più i suoi professori e i suoi compagni di classe che Elvira stessa. In particolar modo sembra interessare molto una sua conoscente influencer, autoproclamatosi ambasciatrice e divulgatrice dei diritti LGBTQUIA+, nonché brand ambassador di una qualche catena di moda fittizia e sostenitrice di “adopted children”, “donor children”, “ivf children” e così via… Avete capito: in questo film si toccano un sacco di aspetti che corrono su binari paralleli. La cosa che più mi impressiona è che sembra quasi che si debba dare un nome a ogni cosa. Qual è l’urgenza? È forse un bisogno che abbiamo, legato a quel senso di appartenenza di cui sopra? Appartengo ergo sum? La giovane Sarah Olaussen Eira è perfetta nel rappresentare quella che è, di fatto, solo un’adolescente alle prese con una rivelazione che andrà inevitabilmente a cambiarle la vita. Un commento “leggero” in conclusione: forse è meglio che il genitore mancante sia un autoctono… se la madre si fosse veramente rivolta a una clinica in Danimarca, ci sarebbero state buone probabilità che il padre fosse proprio Jonathan Jacob Meijer, il donatore seriale il cui seme è diventato un caso mediatico e una docu-serie di Netflix.

Aberdeen © Courtesy of Tiff
Anche il film successivo riguarda l’identità, ma questa volta pone l’accento sul reclamare ciò che si è perso o è stato tolto. Aberdeen di Ryan Cooper ed Eva Thomas mostra la vita tumultuosa di una donna indigena a Winnipeg, capitale della provincia di Manitoba dove si trova una tra le più grandi comunità di First Nation People, ossia i nativi del continente americano. Aberdeen dorme per strada, è spesso ubriaca e non vede la figlia da oltre un anno. Quando i suoi nipoti stanno per essere assegnati a una casa-famiglia, sente di dover agire per evitare che questo accada. Purtroppo, però, non può fare nulla finché non ritrova i suoi documenti, persi nell’ultima fuga dalla polizia. Tra gli oggetti smarriti c’è anche la Status Card, riservata alle persone indigene che si sono registrate ai sensi dell’Indian Act (qui una clip in merito). Questo film è una piccola incursione estremizzata — ma non per questo meno vera — in una quotidianità di chi si porta dentro delle ferite generazionali e non solo. In questo caso, a essere onesti, Aberdeen ha sicuramente delle ferite legate alla storia del Canada e allo sterminio di intere popolazioni autoctone, a cui si aggiungono quelle che ha subito direttamente sulla sua pelle a causa di genitori poco responsabili e molto assenti. Tra le varie conseguenze c’è quella di essersi comportata allo stesso modo nei confronti della sua unica figlia.

Aberdeen © Courtesy of Tiff
Aberdeen è un film estremamente interessante e schiude molte tematiche che permeano questo festival e questo continente. Per tradurne una: avete presente quando il coro della propaganda urla all’unisono «aiutiamoli a casa loro» (lasciamo perdere per un secondo l’aberrazione di queste parole), qui i cosiddetti loro sono oggettivamente a casa loro. Siamo noi gli ospiti indesiderati e indigesti. Da qui si potrebbe continuare ad analizzare la questione in maniera perpetua, tornando anche sulla questione dell’appartenenza e sul perché è, in questo caso, una cosa a cui Aberdeen si aggrappa con tutte le forze, tanto da determinarne interamente l’identità e l’atteggiamento. Una decisione narrativa necessaria, che, però, poco ha a che vedere con il rapporto con la figlia. A questo punto della sua vita, quale decisione prendere? Continuare ad essere arrabbiata o rimettersi in sesto e aiutare i nipoti? Non è che una cosa debba escludere l’altra, semplicemente bisogna rinegoziare e scendere a patti con se stessi. Il finale arriva velocemente, forse troppo, lasciando comunque degli spunti di riflessione da conoscere e approfondire. Mi verrebbe da comporre una frase poetica come «conoscere gli altri per conoscere se stessi». Ecco, anche il più temerario scrittore di frasi per cioccolatini impallidirebbe di fronte a cotanta sentenza.
Sì, alla domanda del produttore iracheno ho risposto. La risposta è stata… Ah no, battute finite.
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