Nuestra Tierra – Fra terra e cielo | Venezia 82
Il nuovo film di Lucrecia Martel si apre con una stazione orbitale attorno alla Terra, con la camera che progressivamente si avvicina alla superficie del pianeta e raggiunge le colline dell’Argentina del nord. Tale pezzo di terreno, che appartiene alla comunità indigena di Chuschagasta, è stato il luogo di un omicidio. Nuestra Tierra è la storia del processo che sorge da tale crimine, l’ultima pagina di secoli di soprusi che gli abitanti di Chuschagasta hanno dovuto subire per mantenere la loro terra. La sequenza iniziale, quindi, suggerisce fin da subito l’esistenza di due dimensioni opposte: da un lato la tecnologia e la conquista di ogni spazio attorno a noi, dall’altro una terra antica, sui cui generazioni di una comunità hanno vissuto senza mai spostarsi.
Lucrecia Martel sviluppa questo nuovo documentario attraverso una molteplicità eterogenea di soluzioni e invenzioni visive, come a fondare sul caso di cronaca una riflessione politica ed esistenziale sul conflitto che caratterizza il rapporto fra una comunità nativa e una realtà post-coloniale. Il film, infatti, ha come centro le riprese del processo all’uomo che, nel tentativo di espropriare la terra dei Chuschagasta, uccide, insieme a due complici, un membro portante della comunità: Javier Chocobar. A tale resoconto, si alternano i ricordi e le esperienze di diversi altri membri di Chuschagasta. Martel, attraverso un atto fortemente militante, si pone esclusivamente dal punto di vista dei nativi, ma tale presa di posizione non risulta mai didascalica. Al contrario, è proprio tramite la varietà di soluzioni visive che questa presa di posizione assume dei contorni ben più complessi.
Nuestra Tierra porta sullo schermo immagini di archivio (fotografie, video a bassissima qualità filmati con cellulari del 2009) che illustrano i ricordi dei Chuschagasta, insieme a sequenze da reportage che mostrano lo svolgersi del processo e riprese con i droni che talvolta ricordano la maestosità dei paesaggi di David Lean, filtrati tuttavia dalla leggerezza dell’immagine digitale. Il rapporto che esiste fra i ricordi, l’oppressione e la terra dei Chuschagasta viene in questo modo espressa in tutta la sua complessità, come se l’atto di osservare una comunità precluda, a prescindere, la possibilità di assumere un singolo punto di vista. Lucrecia Martel fonda la sua visione politica su un atto di empatia e di rispetto nei confronti dei Chuschagasta, ma è proprio per questo che l’impossibilità di inglobare la loro cultura in una narrazione ben definita appare in tutte le sue forme.

Allo stesso tempo, il racconto delle vicende dei Chuschagasta espone il problema dalla loro posizione, speculare ai coloni occidentali. La burocrazia e la cultura che lo stato argentino ha imposto sulla comunità sono per essa degli schemi vuoti che deve seguire, senza per forza cercare di integrarli completamente nella sua Storia. Fondamentale, in tal senso, la sequenza in cui in una chiesa del loro territorio (molti Chuschagasta sono cattolici) viene esposto un affresco che mostra Dio cacciare gli indigeni lontano da una città con una tempesta di fulmini.
Lucrecia Martel sembra suggerire che il linguaggio è la fonte principale del conflitto, un tessuto discorsivo la cui efficacia si va a rompere quando due realtà estremamente diverse si vanno a incontrare. In questo caso, il linguaggio genera sempre un rapporto di oppressione, un vincitore e un vinto, fino a quando Storia e verità perdono di significato. Uno storico intervistato sembra esplicitare il concetto: «Che cosa dirà di noi la Storia? Il falso, come sempre».
Con Nuestra Tierra, Lucreacia Martel espande i confini del documentario di inchiesta per indagare il confine fra giustizia e legge, burocrazia e realtà, verità e Storia, ma sempre mantenendo una lucidità e un’integrità politica e morale inattaccabile. Il film è un grande esempio di come l’etica si possa integrare perfettamente nella creazione artistica.
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