L’agente segreto è un manifesto per tutto quel Sudamerica che cerca ancora la verità
Una delle grandi matrici del cinema brasiliano – e del cinema sudamericano in generale – è la stagione di censure, dittature militari, colpi di stato, sparizioni e torture che hanno caratterizzato il secondo Novecento di buona parte del mondo latinoamericano.
È significativo come a distanza di un anno da Io sono ancora qui di Walter Salles (vincitore del premio Oscar come miglior film straniero), un altro film brasiliano concorra per la stessa categoria trattando lo stesso quel frangente storico. Il perché quegli eventi siano ancora così vivi e lancinanti nelle menti (e nei cuori soprattutto) degli artisti brasiliani ce lo mostra benissimo, e in modo atipico, L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, già vincitore della miglior regia e della migliore interpretazione maschile a Cannes, e miglior film internazionale e miglior attore ai Golden Globes.
La prima sequenza è da cineteca: un maggiolone giallo con Wagner Moura al volante (Armando il suo vero nome, Marcelo quello sotto copertura) fa rifornimento a una stazione di servizio; poco più avanti c’è un cadavere steso a terra da giorni con sopra del cartone per coprirlo e un turbinio di mosche intorno; poco dopo arriva una pattuglia di polizia che arbitrariamente controlla Armando e la sua vettura prima di lasciarlo andare. Chi è Armando? Un ricercato, un fuorilegge, un sovversivo?
Subito dopo ci immergiamo in una colorata, terrosa e solare Recife, dove il nostro protagonista è ospitato dall’energica e irresistibile Dona Sebastiana insieme ad altri rifugiati. Lì incontrerà anche il giovanissimo figlio, che vive con i nonni materni e col quale vorrebbe tentare una fuga che col passare dei giorni diventa sempre più complessa.

Il film ha un andamento carsico; non ha fretta di correre con gli eventi perché la realtà è di difficile decifrazione, spesso ordinaria, molto più spesso contraddittoria, e quindi necessita di lentezza per essere scrutata. Per questa ragione scopriamo progressivamente e mai completamente, con un movimento segmentato, i personaggi, le loro motivazioni e quello che si sono lasciati alle spalle.
Se il film di Salles ci mostrava inequivocabilmente il clima censorio e anti-libertario di quel momento storico-politico, Mendonça Filho ci suggerisce che il contesto della sua storia, all’apparenza, mostra solo increspature che ci insinuano dei dubbi e seminano domande. Cosa ha fatto Armando per essere ricercato e chi era prima di diventare Marcelo? I nostri quesiti, ovviamente, lungo l’ampia durata del film (due ore e quaranta minuti che scorrono con un ritmo sinuoso), trovano delle risposte, mentre tutto avviene dentro una Recife cangiante – fotografata meravigliosamente con colori pastosi e avvolgenti da Evgenia Alexandrova – dentro cui convivono questo fulgore abbacinante delle immagini e le forze maligne che operano per mettere a tacere il dissenso.
Uno degli aspetti straordinari di questa pellicola risiede proprio qui: nella ri-creazione maniacale e certosina di un cronotopo. La già citata fotografia, le scenografie impeccabili (le automobili, le cabine telefoniche, il cinema…), i costumi, fino a un casting che ha portato sullo schermo volti e fisionomie una più parlante e icastica dell’altra. Ecco quindi che abbiamo davanti agli occhi una galleria di figure indimenticabili che s’impregnano nella nostra memoria per non lasciarla più: la già citata Dona Sebastiana, i corrotti e idioti poliziotti, i sicari, l’imprenditore spietato, il benzinaio, il suocero, fino all’ultima grande apparizione di Udo Kier, nei panni di un ebreo considerato un nazista fuggito dalla Seconda Guerra Mondiale e costretto a esibirsi come un fenomeno da baraccone dai farseschi poliziotti locali.

Creare e ricreare un microcosmo è, per l’appunto, uno dei grandi poteri della settima arte e questo Mendonça Filho dimostra di saperlo fare piuttosto bene, governando il mezzo con grande maestria e autorevolezza, sia in fase di sceneggiatura che di regia. Poi, che il regista brasiliano il cinema lo conosca in profondità ce lo fa capire disseminando citazioni esplicite e implicite lungo tutta la durata del film, che diventa quindi anche un piccolo scrigno per cinefili – per di più alcune scene-chiave prendono vita proprio dentro un cinema, il cui proiezionista è il suocero di Armando. Tra le tante, la citazione che ritorna, ossessiva e pungolante, formale e tematica, è quella de Lo squalo di Steven Spielberg, uscito nelle sale pochi anni prima rispetto ai fatti de L’agente segreto.
E Spielberg va inteso anche come modello formale. La composizione dell’inquadratura e il ritmo compassato ma scandito del film ci ricordano senza troppe difficoltà alcune pellicole del maestro americano. Ma Mendonça Filho prende il contenitore dello spy movie per svuotarlo da dentro; ne utilizza solo il perimetro e alcuni stilemi, per poi riempirlo con la sua Recife e le vite sospese di quei drammatici anni in Sudamerica. La partitura action – con la quale si gioca di contrappunto sin dalla soglia liminare del titolo – viene disattesa puntualmente, prediligendo un montaggio riflessivo che mostra i diversi piani di una vicenda di cui non ci viene mai data la rappresentazione completa.
Questo film ci racconta quindi una storia che forse abbiamo già visto altre volte, ma in una forma piuttosto diversa. Non vuole sballottarci tra carceri, interrogatori e perquisizioni nel cuore della notte, ma vuole lasciarci vivere dentro uno dei microcosmi possibili del Brasile di fine anni Settanta, dove la tenebra sa nascondersi bene dentro una terra che rimane baciata dal sole. Ma la tenebra c’è: nelle morti esagerate del Carnevale, nei sicari e poliziotti più o meno grotteschi che si muovono per le strade, nella manipolazione e nel controllo dell’informazione (l’inserto da b-movie della gamba mozzata assassina è geniale). In questo scenario, però, si anima anche un’umanità contagiosa: personaggi che muovono la nostra empatia e che riescono a convincerci con i loro turbamenti inespressi.

Provando a mettere insieme quei pezzi del puzzle che il regista brasiliano ci lascia da comporre, ci viene da dire che L’agente segreto non può che essere un film sulla Memoria. La vicenda di Armando, infatti, viene scoperta, per caso, su dei nastri di registrazione da delle ricercatrici, di tanti decenni successivi ai fatti narrati. Ma quale memoria è possibile, se è veramente possibile una memoria? Il finale in sottrazione ci lascia con questo triste quesito. E la memoria si incarna nel corpo di Wagner Moura che si sdoppia, anzi si moltiplica in tre: la sua vera identità, quella fittizia, e infine nei panni del figlio da adulto, nell’ultimo piano temporale che chiude la pellicola. La sua prova attoriale è silenziosa, resistente, ma anche disillusa nei confronti di una sequela di eventi che finiscono per sovrastarlo ed essere più grandi di lui.
Questo film trova la sua grandezza nel carattere ibrido: film d’autore che guarda al modello hollywoodiano di narrazione, registro drammatico che si mescola a quello comico-grottesco, e infine film privato e profondamento politico. Ricordare è sempre necessario, ci suggerisce; è un esercizio etico e civile. E serve anche per comprendere che le sofferenze e i dolori di certe stagioni storiche seminano dolori e vuoti d’identità per generazioni. Dei vuoti che non possono essere colmati, rendendo a volte difficile a volte impossibile operare uno degli esercizi che restituiscono dignità all’uomo: quello di ricordare chi è.
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