Tiff Extravaganza – Cronache dal 49° Toronto International Film Festival (2)
di Marta Zannoner
Superato il giorno 1 del Toronto International Film Festival, questa mattina, 6 settembre 2024, mi sono svegliata chiedendomi: era proprio necessario bere quella pumpkin beer ieri sera? La risposta è stata no, ma noi non viviamo per fare sempre la cosa “giusta”. No, non sapeva di zucca, ma con tutte le birre artigianali che producono qui è difficile resistere alle tentazioni più ardite, o rinunciare al malto della buonanotte.

The Cut © Courtesy of Tiff
Questo per dire che il secondo giorno della Tiff Extravaganza è cominciato con The Cut dell’inglese Sean Ellis (Cashback, The Broken), che ha portato sullo schermo la storia di un pugile in pensione (Orlando Bloom) pronto a tornare sul ring anche a costo di perdere la vita. Non si tratta di un Rocky XXVIII (che comunque andrei a vedere con il consueto entusiasmo), anzi… A prima vista The Cut parla della dieta particolarmente rigida che un boxeur deve rispettare per poter combattere l’ultimo match della sua carriera rediviva. Qual è il problema? Deve perdere quasi 30 libbre (circa 13 chili) in una settimana. Non c’è Ozempic che tenga. A poco a poco, però, ci si rende conto che siamo davanti a un uomo che cerca, tramite l’esperienza del dolore fisico, di guarire dai traumi di un’infanzia difficile, di povertà e abusi. Ora che sono qui a scriverne, capisco come si potrebbe parlare a lungo di questo film e come la trama sia costituita da un intreccio di sofferenze. Per un attimo ho temuto di trovarmi di fronte alla “classica” storia di redenzione dopo i sogni infranti, ma per fortuna non è stato così. Il protagonista comincia la discesa catartica nell’abisso di se stesso, in bilico tra il voler riemergere e il voler annegare. Abbandonato dalla moglie Caitlin (Caitríona Balfe), può contare solo sul suo stesso carnefice: l’allenatore poco ortodosso Enter Boz (John Turturro). Se ad un certo punto ci fosse stato quel popolare momento hollywoodiano in cui il protagonista decide di fare la cosiddetta “cosa giusta” (sapete, il momento in slow motion, con la musica emozionale… avete capito), il film avrebbe perso totalmente di significato. Non volendo rivelare troppo, aggiungo che qualche volta, quello che sentiamo importante fare per noi stessi racchiude molteplici sfumature, che insieme vanno a comporre quel dipinto che è la nostra personalità. Continuando con la metafora pittorica, Orlando Bloom ha colorato il personaggio di un delicatissimo tono di fragilità.

Ka Whawhai Tonu © Courtesy of Tiff
Dalla lotta a un nemico interno, si passa alla lotta a un nemico esterno con Ka Whawhai Tonu – Struggle Without End del neozelandese Michael Jonathan. Il film, quasi interamente in lingua Māori, racconta un pezzo di storia che forse non è nota a tutti nell’emisfero boreale. Dal luglio 1863 all’aprile 1864, la regione di Waikato (nell’isola del nord) è stata testimone dell’assalto di migliaia di truppe imperiali britanniche, causando la morte di oltre duemila Māori. Questa campagna ha costretto i popoli autoctoni ad abbandonare i loro territori ancestrali. Il film è ambientato nelle trincee della battaglia di Ōrākau, quando l’adolescente Haki/Jack (Paku Fernandez), figlio di una donna Māori e di un soldato inglese (Jason Flemyng) viene reso prigioniero da una piccola tribù che si sta preparando a contrastare l’invasore britannico. Dopo essere stato liberato dalla giovane medium Kōpū (Hinerangi Harawira-Nichola), Haki dovrà scegliere da che parte stare: seguire le orme del padre, o ridare spazio al suo spirito Māori? Il debutto alla regia di Michael Jonathan è frutto di anni di ricerca e di connessione con i discendenti delle tribù che hanno preso parte alla difesa della loro terra meravigliosa, Aotearoa/Nuova Zelanda. Un racconto struggente, che riapre molte delle ferite profonde che il colonialismo europeo ha inferto su tutti i territori conquistati: un argomento di cui non si parla, soprattutto in Europa, a sufficienza, e di cui si riesce ad avere con il film una prospettiva meno parziale. Ho pensato al colonialismo come a una macchina in continuo movimento, che, inesorabile, produce mode, usi e costumi, consumando, consumando, consumando… A questo punto è importante rendere nota una pratica di cui sono venuta a conoscenza qui in Canada. Prima di un evento, una cerimonia, o un qualsiasi incontro pubblico, è consuetudine leggere il Land Acknowledgment: «una dichiarazione formale che riconosce la relazione unica e duratura che esiste tra i popoli indigeni e i loro territori tradizionali». Si tratta di un modo per ringraziare e dare il giusto valore a questi luoghi che, prima del colonialismo, avevano una propria cultura e una propria storia. Basterà?

The Legend of the Vagabond Queen of Lagos © Courtesy of Tiff
A concludere il giorno 2 al 49° Toronto International Film Festival è stato The Legend of the Vagabond Queen of Lagos di Agbajowo Collective, gruppo composto da James Tayler, Ogungbamila Temitope, Okechukwu Samuel, Mathew Cerf, Tina Edukpo, Bisola Akinmuyiwa e A.S. Elijah. L’intento del film è quello di denunciare la criminalizzazione della povertà a fini economici, permettendo così ingiustificate incursioni della polizia e la distruzione di intere comunità, come quella di pescatori di Otodo Gbame del Lagos. Tra il 9 novembre 2016 e il 9 aprile 2017, infatti, oltre 30.000 persone sono state cacciate dalle loro abitazioni con la forza, senza alcun preavviso. Nel film, Jawu (Ami-Williams) è una giovane madre che vive con il figlio Daniel (Kachi Okechukwu) in una baraccopoli nella comunità di Agbojedo. Per guadagnare qualcosa, Jawu vende carne di rondine a un piccolo banchetto. Dopo un raid della polizia, viene catturata e trattenuta senza una reale motivazione: può scegliere tra l’essere imprigionata per mesi, oppure pagare 10.000 naire per il rilascio immediato, previa dichiarazione di essere colpevole di povertà. Pagata la quota, nel tragitto verso casa, Jawu trova una borsa piena di soldi, che per un attimo sembra essere il mezzo per risolvere molti problemi. Da qui la storia comincia ad aggiungere strati su strati, mostrando molti aspetti della vita in Nigeria, che si intersecano con la lotta di Jawu per fuggire da un destino che sembra senza via d’uscita. The Legend of the Vagabond Queen of Lagos potrebbe facilmente attirare una grande attenzione mediatica occidentale, compresa quella dell’Academy. Se questo dovesse accadere, auguro che l’attenzione venga posta non solo sulla sua eccellente fattura, ma soprattutto sul grande lavoro di denuncia portato avanti dal collettivo Agbajowo. Un film su cui si possono imbastire numerose discussioni, una fra tutte il diritto alla casa, che, sempre da un punto di vista dell’occidente, di recente è messo fortemente in bilico da politiche sbagliate (affitti esorbitanti, turismo di massa con conseguenti locazioni turistiche che spuntano come funghi, e via discorrendo). Qual è la reale efficacia e implicazione nell’utilizzare il cinema come mezzo mediatico e non solo di intrattenimento e di glamour?
Se dovessi trovare un leitmotiv alla giornata di oggi è quello della lotta: sul ring, interiore o per combattere un nemico esterno. La lotta come strumento di difesa e di guarigione. È quasi sempre violenta, ma diviene disarmante quando diventa una stoica resistenza (sit-in, bed-in, scioperi bianchi). La mia lotta di oggi? Godermi l’esperienza festivaliera senza lasciare (troppo) spazio alla sindrome dell’impostore mentre sono circondata da giornalisti e imprenditori cinematografici. Dentro di me c’è il mare…
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