La finestra sul cortile – Siamo tutti dei guardoni?
«Siamo diventati una razza di guardoni». Così l’infermiera Stella ammonisce L.B. Jeffries mentre osserva le vite dei suoi dirimpettai, costretto su una sedia a rotelle per un incidente sul lavoro.
A partire da questa affermazione, una sorta di logline, perentoria quanto attuale, si può parlare oggi de La finestra sul cortile, il capolavoro di Alfred Hitchcock, a 70 anni dalla sua uscita.
Il film, tratto dall’omonimo racconto di Cornell Woolrich, presenta il fotoreporter di successo L.B. Jeffries, interpretato da James Stewart – che aveva già collaborato col regista in Nodo alla gola (1948) – chiuso nel suo appartamento a New York, in cui dovrà attendere ancora una settimana per la completa guarigione.

La sua convalescenza è allietata dalle visite della compagna Lisa (Grace Kelly), una donna dell’alta società e del campo della moda, che vorrebbe sposarlo e rendere i loro stili di vita, lontani e differenti, compatibili.
Nei momenti di solitudine, l’annoiato e insofferente Jeff si intrattiene guardando dalla sua finestra quel che accade in casa dei suoi vicini. Dalla ballerina circondata spesso da corteggiatori e i litigi dei coniugi Thorwald alla malinconica Cuore Solitario, fino al pianista di professione. L’attività di osservatore diventa un’ossessione quando sospetta che si sia verificato un omicidio, avviando una detection in cui coinvolgerà anche Stella e Lisa.

La finestra sul cortile è dunque un thriller, con i suoi momenti di tensione e i colpi di scena, e al tempo stesso una commedia sentimentale, caratterizzata dai botta e risposta sarcastici tra Jeff e Lisa, che avranno poi un epilogo positivo. Ma è anche e soprattutto un film sullo sguardo, nello specifico quello di Jeff, il cui punto di vista coincide, quasi sempre, con quello degli spettatori e delle spettatrici.
Pertanto, vi è un frequente uso della soggettiva, sublimato poi dal supporto di apparecchi ottici, prima un binocolo e poi il teleobiettivo, con cui si possono indagare più scrupolosamente gli eventi che accadono nelle case dei dirimpettai. Questi dispositivi rivelano verità altrimenti poco nitide, alludendo alla capacità della macchina da presa (l’istanza narrante, dunque il mezzo cinematografico) di raccontare il reale.
L’identificazione dello spettatore col protagonista riguarda principalmente un aspetto costitutivo del primo, ovvero il voyeurismo, poiché egli è immobile, passivo e, dalla poltrona di una sala cinematografica, spia l’intimità dell’oggetto guardato. Tale pulsione scopica è in entrambi i casi contenuta, poiché non vi è un contatto diretto con l’oggetto del desiderio e il godimento è provocato dallo spionaggio clandestino in sé che, nel caso di Jeff, è anche l’unica azione possibile e che gli deriva in parte dalla sua professione.

Come lo spettatore, il protagonista è impotente di fronte agli eventi che accadono sotto ai suoi occhi.
Da un lato, dunque, può accedere indisturbato e divertito nella dimensione privata dei suoi vicini, che nascondono, dietro finestre patinate , segreti, solitudini e stranezze; dall’altro, non può intervenire quando Lisa è in pericolo nell’appartamento di Thorwald, incitandola ad uscire, non ascoltato, evocando il pubblico cinematografico che dà suggerimenti al personaggio sullo schermo.
Sebbene si denunci la curiosità morbosa verso le vite degli altri e dunque ci sia un invito, di cui si fa portavoce l’infermiera Stella, a guardare alla propria, il voyeurismo del protagonista non è fine a se stesso ma si rivela funzionale alla cattura di Thorwald.
La finestra sul cortile ha dunque un lieto fine, anche se Jeff paga le conseguenze delle sue azioni perché rimane ulteriormente ferito nello scontro con l’assassino.
Epilogo ben diverso è quello di un film più recente che tratta, a partire dal titolo stesso, il tema del voyeurismo e le sue conseguenze (molto più estreme). In The Voyeurs (2021), di Michael Mohan, infatti il tema dello sguardo è centrale, tanto che la protagonista Pippa, interpretata da Sydney Sweeney, è un’oculista.
In questo caso, il personaggio non ha alcun impedimento fisico e quindi una condizione di immobilità e noia che giustifichi l’osservazione morbosa che mette in atto nei confronti della coppia del palazzo di fronte: Pippa è attratta dai suoi dirimpettai e i rapporti sessuali consumati dai due, al punto da diventarne ossessionata e palesando la sua attività irrompendo direttamente nelle loro vite.

A differenza di Jeff, che agisce indisturbato nell’ombra della sua stanza e dietro il suo teleobiettivo, Pippa guarda ma al contempo è osservata dai suoi vicini: quel che lei spia è uno spettacolo messo in scena dalla stessa coppia, consapevole di essere vista, che sceglie cosa mostrare alla finestra-inquadratura, ingannando la protagonista.
Tale rovesciamento dello sguardo, del punto di vista, porterà a una serie di eventi tragici e a una punizione senz’altro più plateale e severa del voyeurismo.
Sebbene The Voyeurs abbia un finale più amaro e meno classico de La finestra sul cortile, entrambi i film condividono un assunto importante: ciò che si guarda – e dunque ciò che si mostra – implica sempre un fuori campo, un non visibile a cui non si può accedere neanche col teleobiettivo.
Le finestre sul cortile di Jeff sono dunque porzioni di vita dei dirimpettai, piccoli teatri di posa di cui può conoscere solo parte della storia, perché arriva un momento in cui le tende (il sipario) si chiudono e si deve guardare dentro casa propria.

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