A Snake Of June – L’anima è meccanica
La pioggia incessante e lo skyline di Tokyo fanno da cornice ad A Snake of June. Tale unione fra natura e ambientazione artificiale genera un tetro paesaggio inorganico e delimita i contorni formali e tematici di quella che è l’opera meditata più lungamente da Shin’ya Tsukamoto, nella quale il conflitto fra natura e tecnologia, carne e metallo, pulsioni recondite e vincoli sociali raggiunge forse la sua espressione più lucida fino a quel momento nella carriera del regista giapponese.

Improntato alle dinamiche di un thriller erotico dai contorni quasi hitchcockiani, nel modo con cui paranoia e voyeurismo si intrecciano attorno alla psiche e ai corpi, A Snake of June è la storia di tre personaggi: la protagonista, Rinko, infelicemente sposata con un uomo molto più anziano di lei, Shigehiko, e infine un fotografo, Iguchi, interpretato dallo stesso Tsukamoto. Iguchi, dopo una seduta telefonica di psichiatria con Rinko, inizia a inviarle foto scattate di nascosto, in cui la protagonista viene ritratta in atti di autoerotismo. Ricattandola, Iguchi costringe Rinko a compiere degli atti che, secondo lui, dovrebbero liberarla dai propri limiti mentali e fisici.
Discostandosi fortemente dalla carnalità e brutalità della trilogia di Tetsuo, Tsukamoto sceglie di creare un mondo in cui al surrealismo body-horror si va a sostituire un espressionismo più vicino alle creazioni cinematografiche tedesche degli anni ’20, adattatole tuttavia alle esperienze alienanti della società giapponese (e di tutto il mondo globalizzato) di inizio millennio. La lividezza del blu che caratterizza la fotografia, unita a uno stile di ripresa che ricorda i vecchi camcoder (con tanto della tipica distorsione del nastro ad ogni taglio di montaggio) genera innanzitutto un senso di infinita solitudine in ogni ambiente, che pare riflettere, e allo stesso tempo condizionare, la natura più profonda dei personaggi. In questo senso il film sviluppa ancora una caratteristica fondamentale della poetica di Tsukamoto: la dialettica sconcertante fra ambienti intonsi e desolati con ambienti luridi e organici.

Se le opere body-horror di Tsukamoto sembrano basare il loro immaginario sull’isteria a cui siamo condotti dalla condizione moderna, A Snake of June raffredda i toni per concentrarsi più sugli aspetti alienanti del nostro vivere. Il “triangolo” che si sviluppa fra Rinko, Iguchi, e Shigehiko pare difatti ruotare attorno a un’ambivalenza caratteristica della società moderna e tecnologica. Da un lato, essa permette di svuotare ogni rapporto umano di tutte le possibili forme di genuinità ed empatia e, dall’altro, di riempire tali depressioni con i nostri impulsi più reconditi e incontrollabili, fondamentalmente annichilendo lo spirito ed esasperando il corpo, ribaltando infine quelle che, originariamente, sono le caratteristiche che ci rendono “umani”.
Il catalizzatore di questo rapporto fra vuoti e pulsioni è difatti un oggetto meccanico: la macchina fotografica. Adoperata da Iguchi come un artefatto sovrannaturale, diviene strumento con cui l’uomo riesce a portare all’esterno gli istinti nascosti di Rinko e Shigehiko, che oscillano costantemente fra un bisogno di esibizionismo sessuale e una necessità masochista di umiliazione. Tale concetto viene trasfigurato dal montaggio, che rimane sobrio e pacato, prettamente da thriller “classico”, per quasi tutta la durata del film, ma che deflagra in sequenze quasi schizofreniche ogni volta che uno scatto, un flash, o il “click” di un otturatore fa la sua comparsa sullo schermo, trasformando l’atto di cattura di un corpo in qualcosa a metà fra un incantesimo di magia nera e una violenza sessuale.

Gli scatti “rubati” di Iguchi prendono la forma di un’intrusione, come ad assumere le sembianze di un corpo estraneo all’interno dell’intimità di Rinko. È sulla base di questo “rischio” di pubblica umiliazione che la protagonista inizia a esplorare e acquisire consapevolezza dei propri impulsi sessuali. Rinko quindi sviluppa la liberazione dai suoi limiti attraverso uno strappo traumatico che la costringe a prendere atto dei propri istinti socialmente inaccettabili. Tale strappo traumatico è quello a cui tutti siamo assoggettati all’interno delle dinamiche della vita postmoderna: la riduzione della nostra umanità a un caotico agglomerato di pulsioni da soddisfare. Se in Tetsuo l’uomo si trasformava in ferro, e la sua materia da organica diventava inorganica, con A Snake of June l’umanità scopre che l’anima stessa è qualcosa di inorganico, guidata da istinti meccanici e manipolabili come lo scatto di una fotocamera.
Collocandosi a metà della carriera di Tsukamoto, A Snake of June fa da spartiacque a una poetica che ha da sempre colto le più oscure sfumature del vivere moderno. Il fatto che Iguchi sia interpretato proprio dal regista assume i contorni di un commento meta-narrativo alla poetica del film stesso: Tsukamoto, infatti, non fa altro che esplicitare attraverso shock traumatici quello che noi, come pubblico, cerchiamo il più possibile di tenere nascosto.
Qui trovate le sale in cui verranno proiettati a Snake of June e tutti gli altri film della rassegna Tsukamoto-65, al cinema grazie a Cat People Distribuzione.

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