Orfeo – O della visione inafferrabile
«I don’t want realism. I want magic. Yes, yes, magic!» recita la famosa battuta di Blanche in un Un tram che si chiama desiderio nel disperato tentativo di sfuggire a una realtà ostile e trovare conforto nell’illusione, nella magia. Una frase che, nel tempo, è diventata sentenza metaforica per quell’inclinazione a confrontarsi con l’accattivante illusione del cinema piuttosto che con una realtà dura e non filtrata. Sembra proprio suggerire questo Orfeo di Virgilio Villoresi e più in generale tutta la produzione artistica dell’autore che opera nell’audiovisivo attraverso diverse forme: videoclip, spot pubblicitari, videoarte, installazioni. Comune denominatore è l’aspetto ludico e artigianale, la mescolanza di tecniche diverse, un’attitudine novecentesca nella più pura declinazione che trova nell’artificio la porta di accesso alla meraviglia.

Tratto da Poema a fumetti di Dino Buzzati e perciò riproposizione del mito di Orfeo ed Euridice, il primo lungometraggio di Villoresi narra il viaggio in un mondo misterioso del pianista Orfeo (Luca Vergoni) che, folgorato dalla ballerina Eura Storm (Giulia Maenza), si smarrisce nel vano miraggio di potersi ricongiungere a lei dopo la sua improvvisa scomparsa.
Incubi demoniaci, creature fantastiche e donne tentatrici, tra stop motion e live action, scenografie artigianali e miniature, Orfeo è un’opera immaginifica che porta lo spettatore sul confine di un mondo tra realtà e sogno, vita e morte, presente e futuro. Una vertigine di visioni, di musica e suoni di incantata inquietudine.

Il pianista insegue l’immagine di una donna: un richiamo e un topos che riverbera la letteratura di Nerval, la rêverie dell’impressionismo francese e i cromatismi accesi di Mario Bava, l’ossessione per l’oggetto perduto in Hitchcock e di Laura di Preminger, fino a Chris Marker. A dominare il film è un amore per il materico che omaggia i grandi maestri Švankmajer e Borowczyk, con malinconici echi di Juri Norštejn.
Nelle scene iniziali il regista invade l’inquadratura quasi ad aprire il passaggio verso l’aldilà. In una Milano metafisica e straniante lo spettatore varca quel confine insieme al protagonista attirato da una casa stregata – nella fantomatica via Saterna – come nel più ricorrente sogno della nostra infanzia.

Costretto a una tensione costante verso l’immagine di Eura che appare in forma fantasmatica per poi riscomparire, Orfeo si ritroverà a essere guidato e forse ingannato da misteriose figure come l’affascinante strega (Aomi Muyock) o l’ambiguo uomo in verde (Vinicio Marchioni), in un peregrinare che è pura tensione verso l’assoluto. Ma quale assoluto se non quello della creazione artistica? Il film di Villoresi, apparentemente fedele alla graphic novel capolavoro di Buzzati e allo stesso tempo profondamente diverso nelle intenzioni, sembra voler mostrare, attraverso la matericità del cinema, l’enigma del dispositivo che fa rivivere il tempo: il desiderio persistente di afferrare ciò che, per sua natura, sfugge.

Orfeo è un invito a perdersi, come negli occhi penetranti di Eura: un’ebbrezza dello sguardo che riporta al centro del cinema italiano la necessità di riscoprire la materia del profilmico e la costruzione della messa in scena, fino a suggerire una fruizione quasi sinestetica, in cui le immagini sullo schermo sembrano farsi tangibili.
Un esordio tra i più sorprendenti degli ultimi mesi, quello di un autore che, come redazione, sentiamo già vicino e che speriamo continui a meravigliarci ancora a lungo.
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