
Color Out of Space – Richard Stanley incontra Lovecraft
Non è mai stato un rapporto facile quello di H. P. Lovecraft con le trasposizioni cinematografiche tratte dalle sue opere. Salvo rare eccezioni (Stuart Gordon e il suo Re-Animator), ispirazioni più o meno indirette (John Carpenter) o reinvenzioni intelligenti (la recentissima Lovecraft Country), raramente il cinema e l’audiovisivo si sono infatti confrontati di petto con l’universo dello scrittore di Providence uscendone vincitori. Un’incompatibilità radicata forse in quelle stesse pagine, capaci di venire incontro solo alla sensibilità di pochi eletti. Una manciata di autori in qualche modo in grado di reinventare per il grande schermo quegli orrori indicibili e (per i più) irrappresentabili.

Forse serviva proprio un veterano come Richard Stanley, alfiere di un horror libero da ogni compromesso, per riesumare ancora una volta quei mondi. Il regista questa volta si confronta con uno dei testi più misteriosi e difficilmente traducibili dell’autore. A trent’anni di distanza dall’esordio di Hardware, è proprio quel cinema infatti ad abitare ancora ogni sequenza di Color out of Space. Un cinema da sempre fuori da ogni canone che si innesta alla perfezione nel misticismo cosmico di Lovecraft trovando, tra rimandi cronenberghiani e derive psichedeliche, una corrispondenza perfetta con l’incubo allucinatorio del suo regista.
Accostandosi a quel filone dell’horror contemporaneo che ha come massimo esponente il Mandy di Panos Cosmatos, Stanley ne prende in prestito delirio lisergico e protagonista (Nicolas Cage, overacting compreso) per andare oltre. Fino a superare quel trionfo estetico fine a se stesso per gettarsi in un mondo di autentica follia, dove è prima di tutto il concetto di famiglia a sgretolarsi sotto i colpi di un orrore (anche) politico.

Già ben prima dell’irrompere dell’anomalia, è un senso di straniamento genuino quello che caratterizza infatti i personaggi di Color Out of Space. Ed è proprio sulle loro disastrose dinamiche famigliari che si concentra Stanley, tra improbabili allevatori di alpaca, vecchi hippy solitari e aspiranti streghe. Tutti accomunati dall’incapacità di reagire all’ignoto e all’assurdo. Un assurdo che si tinge ben presto dei colori fluo di un incubo e che si fa metamorfosi di cose e persone. Dunque, finendo col soggiogare un’umanità allo sbando, resa terreno fertile per un contagio tanto inconcepibile quanto inevitabile.

Attraverso trovate visive suggestive e mai scontate (al netto di qualche omaggio di troppo a La cosa), Stanley attualizza così l’orrore lovecraftiano gettandolo in un mondo piccolo e meschino. Dando alla paura una (non) forma unica e congeniale.
Un oggetto alieno nel panorama horror contemporaneo, che si fa beffe tanto dell’esibita autorialità quanto di qualsiasi compiacimento fine a se stesso. Un cinema da difendere. Proprio come il suo autore fuori dal tempo.
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