Cartas Telepáticas – L’A.I. e l’arte di replicare immaginari | Locarno Film Festival 2024
Uno dei film indubitabilmente più interessanti della settantasettesima edizione del Festival del cinema di Locarno appena concluso è Cartas Telepáticas del portoghese Edgar Pêra. È un titolo con discrete possibilità di passare alla storia, a prescindere dal risultato, per essere uno dei primissimi, se non il primo, film realizzati interamente con l’intelligenza artificiale ad essere selezionato in uno dei principali festival del cinema d’autore europeo. La delicatezza del dibattito che accompagna la questione, anche in termini di titolarità dei diritti d’autore e di iterabilità degli immaginari, era perfettamente chiara al direttore del Festival di Locarno, Giona Nazzaro, che nell’introdurre il film ha messo in chiaro come la selezione di un film in A.I. fosse stata una scelta ponderata, e rivendicata. Il risultato – per quanto embrionali e un po’ “stiracchiate” possano apparire sul grande schermo le immagini realizzate con gli attuali software di A.I. generativa – è notevole, e Cartas Telepáticas potrebbe rappresentare un messaggero mattiniero di una forma di cinema destinata, in futuro, a cambiare interamente le regole del gioco.

Cartas Telepáticas, titolo internazionale Telepathic Letters, è un film giocato su audacie non solo tecniche e formali, ma anche contenutistiche: come suggerisce il titolo, il film di Pêra flirta con l’idea di una connessione telepatica tra il poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935) e lo scrittore americano Howard Phillips Lovecraft, dissonando racconti, poesie, saggi ed epistolari di due delle figure più straordinarie e indefinibili della letteratura mondiale di inizio Novecento. Se Cartas Telepáticas si ritrova così a proporre anche una sorprendente contaminazione tra cinema, o post-cinema che sia, la scelta di affrontare e raccontare con l’A.I. due figure come Pessoa e Lovecraft appare perfetta: Pessoa, con i numerosi eteronimi con cui firmò una parte sorprendente della sua produzione letteraria inventandosi anche querelles tra di loro, e Lovecraft, con le sue dimensioni mostruose e mostrifere pronte ad apparire al di là del velo del quotidiano fino a costruire una vera e propria cosmologia dell’orrore, sono due autori in cui i concetti di iterabilità e replicabilità trovano molteplici applicazioni, sia concettuali che narrative. Raccontare i parallelismi tra le rispettive opere, e le loro connessioni su un piano biografico e intellettuale, attraverso la creazione di immagini con l’intelligenza artificiale e un voice-over a tratti espositivo ma mai ridondante, è una scelta registica che crea un felice cortocircuito tra contenuto e tecnica, tra stile e implicazioni, di una potenza semiotica quale raramente si vede nel cinema contemporaneo.
Andando in giro per festival si è sempre alla ricerca della scoperta, di quel film, magari di un esordiente o di un autore di nicchia, che sappia trasmettere al tempo stesso un’idea di cinema e un’idea del mondo. Edgar Pêra, classe 1960, è tutt’altro che un esordiente, e spaziando tra cinema, video-arte, videoclip e cine-concerts si è affermato come una delle voci più interessanti del cinema portoghese contemporaneo, habitué di Locarno con occasionali sortite anche a Cannes – ma Cartas Telepáticas, interrogandosi e sperimentando con il futuro tecnico e tecnologico del linguaggio audiovisivo, traccia una riflessione non da poco sul futuro dell’immagine e dell’immaginario in genere.

Proprio la figura di Fernando Pessoa, un poeta capace di fondare e mantenere vivo un intero movimento letterario pressocché da solo, inondando le riviste letterarie di poesie e testi in prosa firmati ora Pessoa, ora Alberto Caeiro, ora Ricardo Reis, ora Álvaro de Campos, sembra essere scelta apposta per rispondere a una delle principali apprensioni che circonda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito creativo: la scomparsa dell’individualità artistica al cospetto di una tecnologia che ha il sinistro potere di imitare, replicare e volendo anche ibridare gli immaginari. Giocando con le silhouette, le figure e le ossessioni di Pessoa e di H.P. Lovecraft, illustrando attraverso l’A.I. l’immaginario narrativo soprattutto lovecraftiano, con i vari Cthulhu e Nyarlathotep in infinite variati, a partire dalle scarne descrizioni che, per lo più per via di litote, HPL tracciava nei suoi racconti, Cartas Telepáticas ribadisce l’origine assolutamente umana – o meglio onirica, o forse archetipica – di questi fantasmi e di certe genialità. All’A.I., è preclusa la creatio ex nihilo – mentre lo stesso Cartas Telepáticas tradisce, al di là delle immagini in A.I. comunque tracciate su precisi imput, una chiara presenza autoriale e registica non solo e non tanto nel voice-over che accompagna tutto il film, bensì in un sound design notevole, grazie alla cui creatività gli scenari, le creature e i personaggi realizzati con l’intelligenza artificiale acquistano notevole multidimensionalità e concretezza.

Un altro film del Fuori concorso di Locarno 77 condivide con Cartas Telepáticas un’oscura parentela: si tratta di Opt ilustrate din lumea ideală di Radu Jude, regista rumeno vincitore in passato sia dell’Orso d’Oro che – lo scorso anno – del Pardo d’oro. Opt ilustrate è un documentario di montaggio in otto capitoli realizzato interamente con spezzoni di pubblicità televisive d’epoca, della Romania post-comunista. Opt ilustrate procede del tutto senza voice-over, utilizzando unicamente lo strumento tutto filmico del découpage per creare accostamenti inattesi e proseguire la sua riflessione – un esperimento che sarebbe piaciuto a Gilles Deleuze, felicemente irrisolto e ambiguo tra il ritratto di un paese, dei suoi feticci e dei suoi stereotipi tanto commerciali quanto sessuali, e una riflessione non meno inclemente sul medium televisivo in quanto tale. Se però Jude racconta con Opt ilustrate, attraverso immagini del repertorio pubblicitario del suo paese, il passato e tutt’al più il presente della Romania, Pêra riesce, col suo utilizzo pionieristico dell’A.I. in Cartas Telepáticas, a generare uno straordinario ponte tra passato e futuro – incarnando in una dimensione tutta nuova quell’“arte di scolpire il tempo” che, a detta di Tarkovskij, costituiva l’essenza del cinema. Cartas Telepáticas dimostra in ultimo che, di fronte all’A.I., è sterile cantare un peana per il cinema, men che meno per la creatività tutta: è più preciso riconoscere di trovarsi al cospetto di una nuova frontiera, con tutto il fascino – e i pericoli – che una Gibilterra del linguaggio può suscitare.

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[…] Fernando Pessoa, nato a Lisbona nel 1888 e lì morto nel 1935, è universalmente considerato il massimo poeta di lingua portoghese, ma anche questa qualifica è riduttiva rispetto all’ammontare complessivo della sua opera. C’è da dire che, tra i numerosissimi componimenti e testi in prosa apparsi sotto eteronimo – Pessoa si era inventato un folto numero di alter ego che componeva un vero e proprio movimento letterario a sé stante, con stili diversi e saltuarie polemiche letterarie tra i vari sé stesso – e un fondo archivistico di manoscritti tuttora in fase di studio e catalogazione, lo studio dell’opera pessoiana nel suo complesso, e a maggior ragione la sua pubblicazione in italiano, sono imprese interminate, e probabilmente interminabile. È per questo motivo che va salutata con particolare calore la pubblicazione, per Quodlibet. Storie, di Teatro statico, il volume che, curato nell’edizione originale da Filipa de Freitas e Patricio Ferrari e in quest’edizione italiana da Andrea Ragusa, raccoglie i molteplici tentativi di Pessoa di confrontarsi con il linguaggio e la dimensione teatrale. […]