Megalopolis – Un sogno lungo una vita | Cannes 77
Umano, troppo umano. Era più di un decennio che Francis Ford Coppola non portava a compimento un film (l’ultimo è stato Twixt, nel 2011). Ed erano invece decenni su decenni che covava, pensava, lavorava al progetto smisurato che è Megalopolis, finalmente approdato a Cannes 77 e accolto nel concorso principale. Umano, troppo umano, perché dopo l’enorme attesa qualcuno alla proiezione stampa rumoreggia sui titoli di coda, fischia, persino, e perché scoppiata la bolla ed esaurito l’embargo a fare più rumore sono, inevitabilmente, tristemente i numeri. Quelli di Rotten Tomatoes, delle percentuali di gradimento al ribasso. Si guarda ancora al cinema con le percentuali, con i giudizi di valore, con la rendicontazione, l’aderenza al magistero del gusto. Coppola viene da un altro tempo e un altro mondo. Dalla Nuova Hollywood si è forgiato come autore che insegue l’epica e la grandezza di un’arte – non prodotto – che possa continuamente sfondare i confini, andare oltre, ridefinire gli orizzonti. Autoproducendosi e autopromuovendosi per oltre quarant’anni, come fa adesso. Solo col rischio (la certezza?) calcolato di un autosabotaggio.

Megalopolis è un’utopia a cui il protagonista di Adam Driver, Caesar Catilina (un nome che è una condensazione di spinte divergenti), vuole dar forma per ridisegnare da cima a fondo la metropoli dissoluta che abita, una New York che qui prende il nome di New Rome, l’impero che muore sotto i colpi di congiure e domini personali, egolatrici, ciechi verso il futuro. Ma non c’è presente senza che si preservi il futuro, dice Caesar. Ed è fin troppo facile leggere in questo la parabola dello stesso Coppola fino a questo punto – con tutta probabilità terminale, all’età di 85 anni -, del suo rapporto col cinema, e il peso, il ruolo che gli attribuisce da tutta la vita. Mentre la città precipita nel vizio, nella sfrenata licenziosità dei costumi e il sindaco Frank Cicero (Giancarlo Esposito) lotta come può per confermare la propria precaria posizione, Caesar si arma di una materia nuova, una scoperta che rimette in discussione persino la fisica, le leggi dello spazio e del tempo. Plastica, luminosa, partorita forse dalla mente forse dal desiderio del cuore, il megalon ha un’architettura che dal piccolo può espandersi verso il colossale e nella sua continua ricomposizione infinitesimale è tale da ridefinire e sostituire i tessuti organici, ridando la vita a ciò che dovrebbe essere morto.

Più di tutto, il grande potere del megalon è quello di poter fermare il tempo, che Caesar inchioda mentre fa detonare palazzi da ripensare o quando sull’orlo di un grattacielo (il Chrysler Building?) sperimenta la vertigine estrema impedendo al proprio corpo di precipitare. Per praticarlo, sembra che la chiave sia nell’espressione di un profondo amore. È infatti quando Caesar incontra e si innamora di Julia Cicero (Nathalie Emmanuel) che il potere si ripristina e si rafforza. Come a dire che Coppola abbia tentato di fermare il tempo del cinema per impedirne la fine addensandovi tutto quanto di buono (di benevolo, magari) abbia ancora da offrire. Rifare insomma Un sogno lungo un giorno come un sogno lungo una vita, combinare all’ambizione dell’epica e di una grande saga familiare (Julia Cicero è figlia della nemesi, il mayor Frank Cicero, come in Shakespeare, e i conflitti interni alla famiglia richiamano Il padrino, ma anche un po’ Succession) anche la svergognata velleità di produrre una baraonda incontrollata, il precipitato di una commedia e le bordate di un CGI pasticciato, le derive di una narrazione illeggibile che parla per toni declamatori, aforismi, citazioni (specie da Marco Aurelio). Perché a nulla serve dare allo spettatore un prodotto finito, ancora, consumato e rilanciabile per spin off, versioni seriali e videoludiche.

È tutto lì, sullo schermo, da guardare con gli occhi spalancati e magari pure da rigurgitare. L’arancio iper-saturo del cielo e delle nuvole che sfrecciano di un mondo che non esiste, à la Gondry, e la pioggia di meteoriti (i frammenti di un satellite sovietico che per errore precipitano su quest’impero romano) che proietta sui grattacieli corpi terrorizzati e morenti ma in posa danzante, ci ricordano che le immagini del cinema possono dare consistenza ai sogni che si compiono e si disfano istantaneamente solo nell’inconscio, nel sonno a occhi chiusi. La creazione dell’arte fa questa cosa qui. Inventa, ammanta, commuove, stordisce, sorprende. Drappi di meraviglia, abrasioni, stilettate elettriche.
E quale sorpresa più grande di un gesto, un momento tanto clamoroso all’interno del film che da spettatori ci porta a interpellare direttamente le immagini, un atto eversivo e nuovo, forse persino già passato (perché al limite dell’improponibile, impossibile, e chissà se per questo non lo si vedrà mai al di fuori della cornice cannense), apice di estremo sbigottimento, e di cui speriamo possano fare esperienza più persone possibile. Un incontro commovente con la Storia, un punto di non ritorno. Il cinema che rivive luminoso e numinoso, per un attimo, un rayon vert sulla linea cieca del tramonto. Prima che sia tardi, nel deliquio dell’abitudine. Time, stop!
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