Cary Grant, ovvero il fascino dell’eleganza – Un ricordo nostalgico a 120 anni dalla nascita
A Bristol il 18 gennaio 1904 nasce Archibald Alexander Leach con un nome che più inglese non si può. Noi lo conosciamo come Cary Grant, uno degli attori simbolo della Hollywood classica che ha impresso col suo volto e il suo carisma inimitabile un certo modo di fare commedia.
Per chi scrive, ogni film che prevede la presenza di Cary Grant all’interno del cast rappresenta una di quelle zone sacre dove risiedono i “comfort movie”, quei film capaci di farci sentire a casa e a nostro agio, per svariati motivi – molto spesso più irrazionali che razionali. Ma procediamo con ordine.
Cary Grant arriva a Hollywood proprio quando l’età classica del cinema americano sta seminando le basi del proprio successo, con il sonoro che è entrato in scena da pochi anni. Assiste e allo stesso tempo è protagonista essenziale di quel processo fondamentale nell’universo losangelino: la creazione dello stardom insieme alla cristallizzazione di precisi generi che faranno la fortuna del cinema d’oltreoceano e che lo renderanno un prodotto isolato e distinto da quello europeo. Vicino ai generi, ovviamente, si creano anche quei ruoli che diventeranno immancabili in ogni produzione a stelle e strisce. Il giovane Archibald Leach, in quel contesto, coglie la palla al balzo e, insieme alla fortunata collaborazione con registi di primo piano, si crea quasi dal nulla un ruolo, o almeno sa dargli una marca distintiva che dopo di lui non è stata più la stessa e lo ha guardato inevitabilmente come modello.
Il suo primo vero ruolo da protagonista è in Il diavolo è femmina (1935) al fianco di Katharine Hepburn e per la regia di George Cukor. Da lì inizia una smussatura di quel personaggio della commedia sofisticata che lo renderà iconico. Non perderà mai l’aura di seduttore per cui veniva utilizzato quasi come un caratterista nei primissimi film a Hollywood, ma lo sarà in modo diverso. Il suo fascino sarà sempre indotto, evocato, accarezzato con vaghezza; mai esplicito, autoevidente, scoperto o sfacciato. Grant dà un nuovo significato alla parola “eleganza”: la sua presenza sullo schermo diventa con gli anni sinonimo di charme, di classe straripante che mai travalica la compostezza e le buone maniere. Innamorarsene è facile; diventarne dolcemente vittime è perfino scontato.
Il percorso di avvicinamento a quella piena consapevolezza del ruolo che incarnava dentro un preciso genere – con un controllo totale delle sfumature espressive e delle piccole variazioni applicabili di pellicola in pellicola – dura meno di un decennio, per poi essere mantenuto inscalfibile fino al ritiro maturato negli anni Sessanta. Ecco un’altra caratteristica dei grandi: saper dire basta quando si è ancora al proprio meglio, senza strascichi né cadute di stile – lui che di “stile” era un maestro. Anche quest’ultima è una virtù che è stata riservata a pochi e tutt’oggi siamo testimoni della triste piega che alcune filmografie gloriose possono prendere.

Grant, dopo l’esordio da protagonista nel ’35, ritrova Katharine Hepburn nell’iconico Susanna! (1938) di Howard Hawks. In quel caso è ancora la controparte femminile ad avere il controllo della scena: è lei a dettare i ritmi, a sconvolgere e riavvolgere i mille equivoci e le mille peripezie della più classica delle commedie sofisticate. Grant non ha ancora quella distaccata risolutezza e quel controllo invisibile ma totale su ciò che lo circonda che lo contraddistinguerà da lì a poco.
Arriva quindi uno snodo cruciale che è anche una delle commedie più classiche e drammaturgicamente perfette che esistano: Scandalo a Filadelfia (1940), ancora per la regia di Cukor. C’è ancora la Hepburn, così come c’è anche un giovanissimo James Stewart. Il triangolo è presto fatto con la storia che sembra nuovamente girare attorno alla Hepburn che si destreggia tra l’ex marito (Grant) e il nuovo compagno (Stewart). Qualcosa qui però cambia: lentamente ma inesorabilmente lei perde il controllo della situazione e si ritrova a mettere in discussione quei legami che era sicura di conoscere così bene. In tutto questo è Grant ad essere il vero demiurgo della vicenda: senza mai scomporsi, fingendosi distaccato e indifferente e incrollabile, controlla i personaggi, li conduce con piccoli accorgimenti dove vuole lui, finché riesce a conquistare nuovamente quella donna che aveva continuato ad amare.
Lì nasce quel personaggio che farà la storia del cinema e che nello stesso anno si era mostrato, praticamente identico, in un altro classico come La signora del venerdì (1940). Ancora una volta nei panni di un ex marito che, con un corteggiamento sottile e studiato, quasi dolcemente scontroso (ma mai maleducato), riesce a fare nuovamente innamorare l’ex moglie.
Ad arricchire il quadro, a renderlo più completo e sfaccettato, ovvero a cesellarlo, ci pensa nientemeno che Alfred Hitchcock. Quest’ultimo regala a Grant la sua seconda veste: quella dell’interprete perfetto dello spy movie, senza ovviamente rinunciare al carisma, l’ordinata bellezza e l’eleganza del personaggio della commedia sofisticata. Hitchcock scolpisce e dà forma alla maturazione cristallina e inossidabile del Cary Grant attore: il suo personaggio in Notorious (1946) è la combinazione perfetta e la sintesi dei due ruoli che hanno reso grande l’attore inglese.

A ben vedere, quella fusione dei due ruoli, è la miscela perfetta che ha dato poi vita, in altro contesto, a 007 e alla sua fortuna: esattamente quella veste che Hitchcock aveva cucito addosso a Grant, da britannico a britannico. Che poi Intrigo internazionale (1959) questo è: James Bond prima di James Bond.
Quelle due anime, ormai indissolubili, sono entrambe presenti anche in uno degli ultimi suoi film, Sciarada (1963), questa volta con l’altra Hepburn, Audrey. Poi è il tempo di dire basta e lasciare alla memoria del pubblico, salvo qualche posteriore e assai sporadica apparizione tra televisione e teatro, quell’immagine che l’attore si era saputo creare e che era stata scalfita, se così si può dire, solo da qualche indiscreto capello bianco. Era quindi arrivato il tempo di fermare le lancette e restituire quel personaggio alla storia.

Nella storia del cinema ci è entrato fin da subito di diritto, stagliandosi come una delle prime e iconiche star maschili di Hollywood insieme a uno tanto diverso da lui come John Wayne. E fin da subito diventa punto di riferimento immediato per i giovani colleghi: Gregory Peck guarda a lui quando nel 1953 deve, a sua volta, consegnarsi alla storia con Vacanze romane (1953) – tant’è che la parte era stata proposta prima allo stesso Grant: da lui rifiutata perché ritenutosi troppo anziano per il ruolo.
Oggi, forse, nei tempi in cui a incontrare lo schermo sono l’esuberanza e l’eccesso – spesso ben interpretati, ovviamente -, non sembra esserci spazio per un erede di quello che è stato Cary Grant. Certo, i generi sono cambiati e il modo di fare cinema anche – “grazie a Dio”, direbbe qualcuno -, su questo non c’è dubbio. Tuttavia, a costo di sembrare vuotamente nostalgici e passatisti, diciamo che l’eleganza e la compostezza di Cary Grant ci mancano. Preservarle, lì dove ancora brillano sommessamente, è una causa per cui, chi scrive, si sente di parteggiare.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] rosa da parte di Sir Charles Lytton. Lo stesso Niven sembra ricercare il carisma e lo stile di Cary Grant, il quale aveva trovato la perfetta commistione tra eleganza e umorismo. Blake Edwards stesso non […]